Quali sono i valori fondamentali che hanno portato alla costituzione dell’Associazione Culturale Pramana? Quando è stata fondata, e qual è il significato del nome “Pramana”?
L’Associazione Culturale Pramana è un’associazione senza scopo di lucro nata in Calabria nel febbraio 2021 che si prefigge l’obiettivo di promuovere linguaggi artistici contemporanei sul territorio calabrese. Fin da subito, i progetti dell’associazione si sono concentrati sul linguaggio audiovisivo, che è l’ambito professionale dei suoi membri fondatori.
I valori fondamentali di Pramana sono l’attivismo esercitato attraverso la creazione di spazi ed eventi culturali e l’inclusione sociale, intesa come reale apertura alla società civile, anche economica. Da qui la decisione di mantenere sempre l’ingresso libero ai nostri eventi.
“Pramana” è un termine sanscrito dell’epistemologia indù che indica i mezzi attraverso i quali l’essere umano può arrivare alla conoscenza. Mi sono imbattuto in questa parola leggendo un libro di filosofia indiana, e mi è rimasto impresso. Mi è sembrato un bel modo di chiamare un progetto culturale.
Quando è nata l’idea di creare il Pramana Asian Film Festival e quali obiettivi culturali vi siete prefissati con questa iniziativa?
Il festival è nato da un’esperienza comune di alcuni dei nostri membri, incluso il sottoscritto, che avevano lavorato professionalmente nell’organizzazione di questo tipo di eventi. Abbiamo voluto creare questa esperienza collettiva in una città come Reggio Calabria, dove non esisteva il tipo di festival che ci immaginavamo, e che in generale soffre molto l’assenza di iniziative legate al mondo del cinema indipendente.
Siamo tutti ex compagni di università e abbiamo scelto l’Oriente perché eravamo tutti in qualche modo collegati con alcuni paesi asiatici e appassionati del cinema proveniente da quei luoghi. Abbiamo coinvolto una curatrice coreana, Haejee Park, e insieme abbiamo dato vita a questo festival.
L’obiettivo principale era e rimane quello di far conoscere al nostro pubblico culture, lingue, paesi e contraddizioni di un’area geografica che in Italia è oggetto di stereotipi ed enormi incomprensioni, e al tempo stesso scoprire nuovi stili, linguaggi e tendenze del cinema contemporaneo.
In che modo il festival promuove e valorizza la cultura asiatica attraverso il cinema indipendente?
Mostrando storie raccontate direttamente da artisti provenienti da diversi paesi asiatici. In questo modo, componiamo un mosaico di enorme complessità e diversità, e mostriamo come paesi vicini geograficamente e spesso visti come un’unica entità culturale siano in realtà profondamente diversi, unici, contraddittori. Il nostro pubblico scopre, ogni anno, aspetti nuovi di queste culture (anche, banalmente, cosa e come si mangia, o che religioni vengono professate), ed esplora un certo tipo di storia che non viene studiata nelle nostre scuole. Farlo attraverso un film di qualsiasi genere, dalla commedia al documentario, dal dramma all’animazione, permette a questi messaggi di essere trasmessi in modo più diretto, memorabile, e anche autentico. I film diventano così una vera e propria “pramana”, nel suo significato originario.
Quali sono stati i criteri principali nella selezione dei 31 film provenienti da 15 paesi asiatici per questa edizione del festival?
È una domanda essenziale per la nostra linea editoriale, su cui discutiamo a lungo ogni anno. Siamo molto consapevoli del rischio dell’”esotizzazione” di un’opera culturale, che è una tendenza molto nota nei festival di cinema. Molti produttori cercano di riempire i loro film di messaggi e valori che sanno essere di moda in occidente, è il cosiddetto “film da festival” che noi cerchiamo di evitare. Haejee, che è una delle programmatrici, lavora sulle regioni dell’area del Pacifico per l’UNESCO ed è fondamentale in questo processo, ci aiuta a discernere le opere che effettivamente raccontino aspetti per noi rilevanti delle culture asiatiche.
Cerchiamo anche di dare rappresentanza a quanti più paesi diversi possibile, evitando di dare troppo spazio a poche nazioni che producono tanto, come Cina, Corea del Sud o India, e far emergere anche cinematografie di paesi meno rappresentati nei cinema e nei festival internazionali. Ma il criterio che più ci sta a cuore è il gusto personale: il film ci deve piacere, deve dirci qualcosa, deve smuoverci dentro.
Vogliamo sfidare il pubblico, non accontentarlo, e ci fidiamo del nostro giudizio, portando sullo schermo opere che rappresentano i nostri gusti e le nostre preferenze, anche se a volte possono risultare ostiche o incomprensibili secondo gli schemi narrativi occidentali.
Quali indicazioni daresti a chi non ha mai avuto occasione di conoscere il cinema asiatico e vuole vivere questa esperienza al festival?
Consiglierei allo spettatore sedersi sulla poltrona del cinema con la mente aperta, pronta a far crollare stereotipi e preconcetti. Di lasciarsi emozionare e trasportare dalle immagini e dai suoni, senza badare troppo alla comprensione razionale del film. Di notare le somiglianze con la nostra cultura, che spesso sono più sorprendenti delle differenze. Di accettare il fatto di non capire tutto, o di non apprezzare tutto. E di parlare con gli altri spettatori o con i programmatori del festival, discutere su cosa gli è piaciuto e su cosa no, di aprire dibattiti e confronti, perché è quello che ci rende culturalmente vivi.
Chi è Simone Colistra?

Simone Colistra (1996) è nato e cresciuto in Calabria, ha studiato gestione culturale a Milano, e ha lavorato nella produzione di festival cinematografici in giro per il mondo. È anche scrittore, critico cinematografico e docente di lingua italiana. Ha fondato l’Associazione Culturale Pramana e dirige il Pramana Asian Film Festival. Vive tra la Calabria e la Colombia, dove collabora con università e realtà culturali.
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