Cosa ti ha motivata a scegliere la scultura come linguaggio espressivo? Come riescono la tridimensionalità e la fisicità della materia a soddisfare la tua urgenza di ridefinire lo spazio e le sue dinamiche?
Non è stata una scelta cercata, ma un ascolto della mia predisposizione. Fin da piccola ho sentito una naturale inclinazione verso la costruzione tridimensionale: assemblare oggetti, ricreare forme, inventare strutture. Non si trattava di mancanza, ma di un bisogno di relazione con la materia.
La scultura, con la sua fisicità, è per me uno dei linguaggi più efficaci per interrogare lo spazio, perché lavora con i materiali che abitano il nostro quotidiano. Ogni materiale porta con sé una storia, una funzione, una memoria d’uso. Il momento in cui questa funzione viene sospesa è quello in cui nasce la possibilità di una nuova identità.

Abitare lo spazio attraverso la materia significa ridefinirlo. Il contatto con le superfici, la loro preparazione, il rispetto della loro logica interna, generano una relazione tattile e quasi etica con il materiale. In questo senso la scultura diventa un dispositivo di soglia: non rappresenta lo spazio, ma lo attiva.
Definisci la tua pratica come un’intersezione tra scultura e ricerca concettuale. C’è stato un momento in cui hai percepito che la forma statica doveva diventare “processo”?
Ho percepito la necessità che la forma diventasse processo quando ho iniziato a riflettere sulla funzione originaria degli oggetti. Ogni oggetto è un prolungamento del corpo umano, un’estensione dell’azione, e porta con sé la memoria di questo gesto.

Da qui nasce il mio interesse per una riappropriazione dell’identità dei materiali: non utilizzarli secondo il loro destino funzionale, ma aprirli a una possibilità inattesa. Lastre, bassorilievi, incisioni in marmo invece della scultura a tutto tondo; strutture saldate che evocano pareti, quando il metallo nasce per costruire cancelli o armature.
Non si tratta di innovare, ma di spostare. In questo passaggio la forma diventa soglia: non oggetto concluso, ma apertura verso un altrove. Un luogo percettivo in cui l’opera si completa nell’esperienza di chi guarda.
Identifichi in “nodi, intrecci e accumuli” i punti in cui le forze si condensano e si trattengono. Per te, il nodo rappresenta un blocco che arresta il flusso o una connessione che lo genera?
Per me il nodo non è un arresto, ma un punto generativo. È il luogo della tensione in cui le forze si concentrano: estetica, natura del materiale, forma imposta, identità trasformata.

Nel nodo avviene uno scontro, e proprio da questo attrito nasce energia. L’intreccio non chiude il flusso, lo produce. È una condensazione che apre, non un blocco che trattiene.
Il nodo è una soglia dinamica.
In che modo la natura dei materiali che scegli si fa strumento per riattivare quella che definisci “memoria fisica e inconscia” che sta al centro della tua indagine?
Ogni materiale possiede una memoria: geologica, fisica, ma anche culturale e umana. È stato formato, estratto, trasformato, utilizzato. La mia pratica cerca di riattivare questa memoria, non in senso nostalgico, ma come forza latente.

Mi interessa che il materiale, pur essendo plasmato dall’uomo, possa liberarsi
dalla sua funzione e tornare a una dimensione più essenziale. Non come purezza
originaria, ma come consapevolezza del proprio limite.
Non voglio aggiungere oggetti che saturino lo spazio visivo, ma forme che
ristabiliscano un equilibrio tra visione, materia e natura.
Quali sono le tue principali fonti di ispirazione al di fuori del campo artistico? Ci sono libri, film o musicisti che hanno avuto un impatto significativo nella strutturazione del vostro immaginario?
La mia principale fonte di ispirazione è l’osservazione del presente. L’arte, per me, è uno dei mezzi più potenti di relazione, perché non impone un pensiero ma apre uno spazio di esperienza. A differenza della scrittura, che guida, l’opera lascia libertà percettiva: è un linguaggio gentile, che mantiene una distanza riflessiva.
Il processo nasce sempre da una domanda: cosa è necessario dire, oggi? L’opera diventa una traduzione, non una narrazione.
Oltre a questo, mi nutro di ciò che attraversa il contemporaneo: riviste d’arte, flussi visivi, linguaggi digitali. Non come modelli, ma come campo di ascolto.
Chi è Alice Mattarozzi?
Alice Mattarozzi (Cremona, 2002) è un’artista visiva che indaga la scultura come processo, decostruendo l’oggetto per liberarlo da simboli e funzioni e trasformarlo in presenza capace di ridefinire lo spazio. Dopo il Liceo Stradivari prosegue la magistrale di Scultura all’Accademia di Brera, mentre partecipa a esposizioni nazionali in luoghi istituzionali e spazi sociali, considerati territori da abitare. Vincitrice del Premio Scultura Accademia della rivista Arte, è vicepresidente di un’associazione di artisti a Cremona con cui crea progetti espositivi e curatoriali dedicati agli emergenti, lavorando nell’arte a 360 gradi.







