Le opere in dialogo esplorano la percezione dello spazio e della realtà circostante, muovendo da una poetica che affonda le radici nella fotografia per poi articolarsi in due linguaggi distinti.

Per Galbiati, l’interesse per l’urbanistica si traduce in un racconto plastico della città, profondamente legato all’architettura milanese e al suo contesto spaziale e naturale. La rigidità e la minuziosa scansione delle forme geometriche si contrappongono a improvvisi sprazzi di cielo blu. La sua ricerca nasce dall’analisi del rapporto tra pieno e vuoto, dove quest’ultimo diventa materia, cielo, paesaggio che si fonde con la geometria essenziale e inflessibile dell’architettura.


La pratica di Maier, invece, si fonda sull’indagine dell’immagine in relazione al reale, tradotta in energiche contrapposizioni cromatiche. Il colore non assume soltanto un ruolo centrale, ma si configura come esperienza, quasi custodisse una propria sacralità: è potenza ma anche eco, è sintesi ma anche totalità, è immobilità ma anche vibrazione. La mostra offre due dei molteplici cicli artistici di Nataly, artista che ha sempre saputo accogliere il cambiamento mantenendo una forte e solida identità creativa. Il ciclo inaugurato nel 2006 esplora l’alluminio trattato con vernice a smalto, in contrapposizione alla monocroma tempera all’uovo. Qui l’indagine sulla realtà si fa quasi provocazione, sfidando lo spettatore a interrogarsi sul confine tra rappresentazione e pura esperienza del colore. Nel ciclo dei collage del 2015, Maier non costruisce figure né contorni: è il colore a essere scomposto e riassemblato, a costituire campiture autonome e pulsanti.