
Abbiamo intervistato Pietro Cusi, Fondatore e Direttore Artistico di Alveare Culturale, che ci ha illustrato la visione e i valori di questo progetto. Felici di sostenere come media partner questa meravigliosa realtà.
Quando e come nasce “Alveare Culturale Studio”, qual è il significato di questo nome e cosa rappresenta per te la metafora dell’alveare applicata alla progettazione culturale?
Alveare Culturale Studio nasce nel dicembre del 2022, quando, per rispondere a un bando di Fabbrica del Vapore, ho dovuto immaginare un nome e un progetto. In seguito ci siamo trasferiti, a maggio del 2025, in via Imbonati 12, in zona Maciachini, e abbiamo aperto ufficialmente le attività a settembre dello stesso anno.
Sognavo un luogo dove l’arte e la cultura tornassero davvero a essere democratiche e accessibili a chiunque. E non parlo solo di accessibilità economica, ma anche di accessibilità nei contenuti: perché la filosofia del progetto è che tutti possiamo comprendere ciò che un artista vuole comunicare e il nostro obiettivo è che ciò accada. Se questo non succede, non è colpa del pubblico, ma di chi non è stato capace di mediare quel messaggio.
Ho scelto il nome Alveare Culturale Studio come metafora molto precisa. Se non esistessero le api, e con loro tutti gli altri insetti e uccelli impollinatori meno celebrati, non avremmo i fiori e, di conseguenza, gran parte della natura per come la conosciamo. Allo stesso modo, senza cultura, noi non siamo pienamente esseri umani: siamo semplicemente animali. La creatività, in questo senso, è ciò che ci distingue, perché riesce a generare senso, visione e possibilità anche dove prima sembrava non esserci nulla.
Nella progettazione culturale di Alveare ritroviamo proprio questa operosità collettiva tipica dell’alveare. Siamo circa quindici persone, tutte volontarie, e ciascuna contribuisce con un piccolo pezzo a un obiettivo comune: restituire al pubblico arte ed eventi culturali accessibili e comprensibili, e permettere agli artisti di vivere il percorso verso l’evento o la mostra, e il momento stesso, in modo sano, produttivo, inclusivo e rilassato.
In che modo il focus sul processo creativo, anziché sul risultato estetico finale, cambia il modo in cui il pubblico fruisce lo spazio?
In realtà, non lo cambia direttamente. La fruizione dello spazio da parte del pubblico viene pensata fin dall’inizio, in fase progettuale, e per questo il risultato estetico non deve sparire, ma smettere di essere l’unico obiettivo per diventare uno degli elementi in gioco.
Quando progettiamo una mostra o un evento dobbiamo porci molte domande. Il pubblico riuscirà davvero a capire ciò che stiamo scrivendo? Perché, se la risposta è no, allora abbiamo tradito il messaggio dell’artista e la nostra promessa nei confronti del pubblico. E rischiamo di allontanare una persona dall’arte contemporanea o da un concerto di musica elettroacustica, per esempio. La mostra è inclusiva anche per una persona con disabilità? Lo spazio è pensato in modo da accogliere davvero tutti? Queste sono solo alcune delle domande che ci poniamo quando andiamo a progettare le nostre manifestazioni culturali.
Il punto, quindi, è che concentrarsi sul processo creativo significa allargare lo sguardo. Vuol dire progettare non solo un esito visivo, ma un’esperienza collettiva. Il risultato estetico finale conta, certo, ma se diventa l’unico criterio con cui si costruisce una manifestazione culturale, allora si sta già sbagliando in partenza.
Come riesci a bilanciare l’esigenza di avere un’identità chiara con la volontà di restare un ambiente non convenzionale?
Lo facciamo prendendo dal marketing ciò che può essere davvero utile e restituendogli un senso. Il marketing, spesso, è brutto, effimero e superficiale, ma alcuni suoi strumenti possono servire a costruire un messaggio autentico, se usati bene.
Per noi avere un’identità chiara e riconoscibile è fondamentale, e questo passa prima di tutto da un branding solido, costruito con attenzione. Stiamo cercando di dare forma a un vero e proprio brand system intorno alla nostra “Apetta”. Abbiamo i nostri colori, cercati e affinati in notti di lavoro; abbiamo il nostro font; abbiamo una graphic designer incredibile che realizza immagini estremamente riconoscibili. E questa, però, è solo la parte visiva e online.
Poi c’è l’esperienza reale. Quando entri in Alveare Culturale Studio per visitare una mostra, ascoltare un concerto o vedere uno spettacolo teatrale, hai la sensazione di essere in un luogo che ti accoglie davvero. L’ambiente è caldo, curato, illuminato nel modo giusto. Non c’è bisogno di essere imbellettati o di performare qualcosa: basta essere se stessi.
La nostra identità è chiara proprio perché include anche la nostra natura non convenzionale. È fluida, in continua evoluzione e il suo cambiamento è partecipato da noi volontari e dal pubblico stesso. Non è un elemento da correggere o da nascondere, ma una parte del marchio. Io ho due detti preferiti. Il primo è: “Che siano papi o re, su un treno sono tutti uguali a me”. Il secondo, invece, è un po’ meno elegante, ma scriveteci su Instagram ad @alveareculturale che ve lo dico.


Rispetto ai circuiti istituzionali o alle gallerie d’arte canoniche, quale visione alternativa porta Alveare Culturale Studio nel panorama di Milano?
Prima di tutto, noi non siamo soltanto una galleria d’arte: siamo uno spazio culturale che organizza anche mostre di arte contemporanea. Ma, per rispondere a questa domanda, possiamo concentrarci su quel versante.
La nostra visione parte da un presupposto semplice: riportare l’artista al centro.
Senza tutto quel contorno spesso ingombrante di curatori, critici e figure un po’ autoreferenziali che finiscono per orbitargli attorno. In Alveare Culturale Studio esiste un team di curatori e curatrici eccellenti che, a turno, sceglie il progetto da seguire in base al coinvolgimento e alla sensibilità personale. Abbiamo una squadra di exhibition designer che progetta in CAD la mostra insieme a chi la cura e all’artista, e poi io stesso seguo l’allestimento e il montaggio. Intorno a tutto questo c’è un lavoro molto forte di documentazione fotografica e video, oltre a una strategia di marketing e comunicazione strutturata.
C’è poi un secondo aspetto importante. Durante il mese di apertura di una mostra, che è il tempo medio in cui la teniamo aperta, organizziamo circa una dozzina di eventi culturali. In questo modo andiamo anche a scardinare uno dei problemi più evidenti delle gallerie tradizionali: il fatto che spesso siano spazi vuoti. Noi, invece, ogni mese portiamo nuove persone a conoscere l’artista, anche persone che forse altrimenti non avrebbero mai avuto occasione di incontrarne il lavoro. In questo modo cerchiamo di creare intorno alla mostra un’ecosistema di individui diversi che si appassionano ad un luogo della cultura e che iniziano a fidarsi delle sue proposte e delle sue iniziative.
Infine, c’è il tema del gruppo. Essendo tutti volontari, non esiste una gerarchia schiacciante tra chi sta sopra e chi sta sotto. Collaboriamo con persone giovanissime ed estremamente talentuose, che iniziano a firmare i progetti a cui partecipano fin da subito. È un modo concreto per permettere a chi entra nel mondo dell’arte e della cultura di farlo in età più giovane, con responsabilità reali e riconoscimento del proprio lavoro.
Sappiamo tutti che in molti spazi culturali e in molte gallerie il lavoro più duro viene scaricato sulle persone più giovani, salvo poi far sparire i loro nomi. Noi proviamo a fare il contrario. E se qualcuno si offende leggendo questa cosa, puoi pure dargli il mio numero.


In che modo la centralità della relazione umana nei vostri processi artistici diventa uno strumento di trasformazione sociale per il territorio?
Prima di tutto perché noi lavoriamo per il territorio. Io credo che uno spazio culturale assolva, in fondo, a una funzione non così diversa da quella di una panetteria o di un fruttivendolo: i primi nutrono gli stomaci, noi proviamo a nutrire le menti e, per chi ci crede, anche le anime delle persone.
Stiamo sviluppando con attenzione progetti che coinvolgano in modo diretto il quartiere, ma questo richiede tempo e noi non abbiamo fretta. Crediamo che certi processi vadano costruiti con pazienza, senza forzarli. E poi, quando lavori bene, il tuo spazio viene riconosciuto non solo dal quartiere, ma da tutta la città.
Perché ci sia una trasformazione sociale reale servono fondi, tempo e soprattutto cooperazione. Nessuna realtà può farlo da sola. Noi, fin dall’apertura della nuova sede in via Imbonati 12, collaboriamo con Leila Milano, che è una biblioteca degli oggetti. Ma i nostri obiettivi futuri vanno proprio in quella direzione: creare legami, costruire ponti con le altre realtà della zona e dare vita a una rete viva, utile e riconoscibile per il pubblico.





