Quali urgenze, maturate nel tuo percorso tra la China Academy of Art e il Politecnico di Milano, ti hanno spinta a eleggere l’installazione e l’azione partecipativa come linguaggi? In che modo queste forme espressive ti permettono di superare i confini del design tradizionale?
Sono stata formata per oltre dieci anni nella danza tradizionale cinese e nella pittura, prima ancora di entrare nel mondo accademico. Questo mi ha portata a radicare la mia pratica nell’esperienza corporea e nella narrazione visiva, integrando performatività ed esplorazione sensoriale nel mio lavoro. L’incontro con il design durante l’adolescenza è stato per me una scoperta fondamentale: la possibilità di generare un’idea e accompagnarla fino alla sua concretizzazione. La China Academy of Art è stata un luogo perfetto, capace di unire disciplina e poesia del design. Successivamente, il mio percorso mi ha condotta al Politecnico di Milano, per approfondire ulteriormente questo ambito in una dimensione più interdisciplinare.

Ma, in fondo, tutto ciò che ho acquisito dal design è diventato per me uno strumento: un mezzo per dare forma alle idee. Queste prendono vita attraverso installazioni, performance, laboratori partecipativi o altre forme ancora in evoluzione. Il mio lavoro è guidato dalla passione e dall’intuizione, e si concentra sul potenziale del cibo come medium di emozione, comunicazione e osservazione sociale. Tutto ciò che vivo si sedimenta in me e contribuisce a definire e approfondire la mia pratica.
Quali urgenze, maturate nel tuo percorso tra la China Academy of Art e il Politecnico di Milano, ti hanno spinta a eleggere l’installazione e l’azione partecipativa come linguaggi? In che modo queste forme espressive ti permettono di superare i confini del design tradizionale?
Davanti al cibo siamo tutti uguali. La tavola è uno dei luoghi più potenti per incontrarsi, parlare, condividere e comprendere. Raccontare una storia attraverso un piatto è spesso il modo più diretto per aprire una conversazione. Il cibo ha un potenziale enorme perché attiva simultaneamente tutti i nostri sensi, ma soprattutto la memoria. Come nel caso della madeleine, un sapore può riattivare legami profondissimi, personali e collettivi.

Per me il cibo è molto più del nutrimento: è un archivio vivo. Contiene tracce di geografie, migrazioni, relazioni e trasformazioni. Attraverso la materia edibile possiamo ricostruire connessioni invisibili tra il suolo e le comunità, e rendere tangibili storie complesse che altrimenti rimarrebbero astratte.
Quale valore assegni alla distruzione della materia? L’estinzione dell’opera rappresenta per te una perdita o costituisce il compimento ultimo della sua semantica e della sua forza narrativa?
Per me non esiste una “distruzione” in senso assoluto. Ogni fine corrisponde sempre a una nuova nascita. In questo processo si colloca, per me, la dimensione della poiesis. Mi interessa profondamente ciò che accade dopo l’estinzione dell’opera: le sue trasformazioni invisibili, ciò che continua a vivere nell’immaginazione, nella memoria, nei corpi. Più che una conclusione, vedo un processo di evoluzione continua, potenzialmente infinita.


Nelle tue performance, in che modo la tavola smette di essere una superficie funzionale per farsi dispositivo critico, capace di scardinare le gerarchie sociali e riconfigurare le dinamiche del potere collettivo?
Per me ogni oggetto è come un luogo: qualcosa da esplorare, abitare e curare. La tavola, in particolare, è uno spazio estremamente complesso e aperto. Le modalità di interazione, collaborazione e relazione che può generare sono potenzialmente infinite, e cambiano a seconda dei contesti, delle persone e delle regole implicite o esplicite che la attraversano.
Non ho ancora esaurito la sua esplorazione, anzi, sento di essere solo all’inizio. Mi interessa continuare a osservare e attivare le possibilità che questo “oggetto” può offrire, trasformandolo in un dispositivo capace di mettere in discussione dinamiche consolidate.
Nelle tue performance, in che modo la tavola smette di essere una superficie funzionale per farsi dispositivo critico, capace di scardinare le gerarchie sociali e riconfigurare le dinamiche del potere collettivo?
Per me ogni oggetto è come un luogo: qualcosa da esplorare, abitare e curare. La tavola, in particolare, è uno spazio estremamente complesso e aperto. Le modalità di interazione, collaborazione e relazione che può generare sono potenzialmente infinite, e cambiano a seconda dei contesti, delle persone e delle regole implicite o esplicite che la attraversano.

Quali sono le tue principali fonti di ispirazione? Ci sono libri, film o altri artisti che hanno avuto un impatto significativo nella strutturazione del tuo immaginario?
Dico spesso che sono “ignorante” perché ho una cattiva memoria per nomi e dati, ma credo di avere una grande capacità di “registrare” le emozioni. Tutto ciò che vedo, vivo o incontro nella mia esperienza lascia una traccia: libri, film, musica, persone, ma anche elementi minimi come una foglia che cade. Queste tracce non sono tanto informazioni quanto impressioni profonde. Sono proprio queste emozioni sedimentate che diventano, per me, una fonte preziosa di ispirazione. È da lì che emergono le idee.

Chi è Yue Liu?

Yue Liu, food designer cinese con base a Milano. La sua pratica si colloca tra design, arte e cultura alimentare, con un’attenzione particolare all’esperienza e alla dimensione relazionale del cibo. Attualmente lavora come designer freelance, concentrandosi su progetti che indagano il rapporto tra cibo, identità e contesto culturale. Attraverso il suo lavoro, esplora modalità contemporanee di reinterpretare elementi della cultura cinese, promuovendo al tempo stesso lo scambio interculturale e connessioni più consapevoli tra le persone e ciò che mangiano.





