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Nel lungo e tortuoso percorso della nostra specie verso la civiltà e la consapevolezza, siamo sempre stati accompagnati dalla presenza dei corpi celesti. Non è stata solo una presenza decorativa: decine di migliaia di anni fa, degli uomini e delle donne osservavano gli stessi astri che possiamo osservare noi. Senza illuminazione elettrica pubblica, la loro presenza nel quotidiano era molto più rilevante di quanto non lo sia per noi umani contemporanei (il progresso reclama i suoi tributi) e l’immaginazione di questi uomini e di queste donne era abbastanza aperta da lasciarsi ispirare dal Sole, dalla Luna, dalle stelle e dalla Via Lattea.

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Ispirazioni trasformate in visioni, visioni trasformate in simboli e simboli che hanno iniziato a costruire civiltà. Naturalmente non sono così anziano da essere presente allora e non ho la presunzione di comprendere cosa avessero in mente quando tracciavano linee immaginarie nel cielo per collegare i punti delle stelle, visualizzando le immagini del loro vissuto per definire le varie costellazioni.
Ma non è così difficile immaginare che queste ispirazioni potessero essere anche aspirazioni: vedendo le stelle bramavano di conoscere di cosa fossero fatte, vedendo la Luna, forse, sognavano di poterla raggiungere. Guardavano il cielo e sognavano, mentre cercavano di comprenderlo e codificarlo, forse consapevoli che il suo potere d’ispirazione derivava anche dall’impossibilità di poter raggiungere fisicamente quei luoghi ed esplorarli di persona. O, forse, già allora non la percepivano come un’impossibilità, quanto piuttosto una difficoltà che si poteva (e doveva) provare ad affrontare? Sicuramente erano consci di quanto fosse difficile e pericoloso, ovviamente l’ignoto va sempre rispettato. Ma va anche sfidato, con il nostro ingegno e con la nostra capacità tutta umana di manipolare materia e costruire tecnologia. Così Dedalo ed Icaro, comprendendo di essere intrappolati, usarono al meglio le loro potenzialità per costruire delle ali con piume e cera per fuggire dal labirinto spiccando il volo, ma gli astri erano qualcosa di “troppo oltre” anche per loro due ed il Sole ha prontamente punito la superbia del povero Icaro che ha tentato di avvicinarsi in modo sfrontato.
Nel corso dei millenni abbiamo fatto tanti piccoli passi guardando verso l’alto, cercando un equilibrio tra la curiosità di superare nuovi limiti e la paura di sfidare l’ignoto, in un confine molto sfumato tra ambizione ed orgoglio, tra sogno ed umiltà. Leonardo da Vinci guardava a Dedalo quando ha iniziato a progettare le sue ali per i suoi esperimenti sul monte Ceceri (presunti e probabilmente mai riusciti, perché la storia si confonde con il mito), ma sicuramente non gli mancava l’ambizione di Icaro. Il firmamento è sempre stato visto come una frontiera, un orizzonte verso l’ignoto e gli astri che lo popolano sono sempre stati associati al concetto di divinità.
Qualcosa di imponente e imperscrutabile, che non è saggio sfidare con leggerezza e che è pronto a punire ogni errore. Così, ispirati alla gerarchia celeste che nel tempo abbiamo imparato ad osservare e scoprire, abbiamo visto la dominanza di Giove, la bellezza di Venere, la possenza di Marte. Nella Luna abbiamo scoperto la grazia di Artemide, dea della caccia e sorella gemella di Apollo, il Sole. In realtà l’associazione tra le divinità elleniche ed i corpi celesti è simbolica e spesso sovrapposta anche con complessi sincretismi tra diverse culture, così la Luna veniva personificata anche con Selene ed Ecate, mentre il sole anche con Elio ed Eos. Si tendeva comunque a identificare una relazione diretta tra Sole e Luna, di solito indicati come fratello e sorella in un dualismo simbolico che si associa tra mascolino e femminino, tra notte e giorno. Le divinità femminili associate alla Luna venivano definite dai romani Trivia, perché rappresentano una trinità delle divinità associate alle diverse fasi lunari. Come spesso accade in fenomeni di sincretismo, i romani conoscevano tali divinità con i nomi di Diana, Ecate e Luna.

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Gli antichi comunque avevano ragione, raggiungere un corpo celeste è estremamente complesso e pericoloso, ed oggi abbiamo il privilegio di sapere perché, visto che ci siamo riusciti. La Luna è il corpo celeste più vicino alla Terra ed essere su un pianeta che ha un satellite è una circostanza molto fortunata, che probabilmente ha contribuito ad aiutare la nostra specie nel compiere “il salto”. La prima difficoltà da superare è certamente la gravità, che va intesa come una sorta di “debito” che noi dobbiamo al pianeta per il semplice fatto di esistere: esso si è sviluppato nel corso di miliardi di anni, accumulando materia del disco proto-planetario. Noi umani siamo parte di questa materia e per abbandonare il pianeta dobbiamo restituire l’energia spesa per essere qui, per essere Terra. Infatti, si definisce “pozzo gravitazionale” ed è abbastanza coerente come metafora: è come se fossimo sul fondo di un pozzo e dovessimo cercare di arrampicarci verso l’uscita, cosa che ci costerebbe dell’energia. Per sfuggire al pozzo gravitazionale terrestre dobbiamo aumentare la nostra velocità fino al raggiungimento della “velocità di fuga”, ossia la velocità minima necessaria perché la gravità non riesca più a riportarci al suolo. Detto così non è molto intuitivo, meglio immaginare come se ci mettessimo dentro un cannone per farci sparare via: ovviamente avremmo una certa velocità in una traiettoria a parabola. Sparando con più potenza, voleremmo più velocemente e la parabola ci porterebbe più lontano. Sparando con molta più potenza, arriveremmo così lontano da vedere la curvatura terrestre definirsi sotto i nostri piedi (perché sì, il pianeta è uno sferoide e non vengo finanziato dai rettiliani per affermare questo), in quella che viene chiamata traiettoria suborbitale. Ma se mettessimo ancora più potenza fino a raggiungere la velocità di fuga, oltre a vedere la curvatura terrestre sotto di noi, ci accorgeremmo di precipitare all’infinito, senza mai raggiungere il suolo, perché lo mancheremmo in continuazione: saremmo quindi in orbita.

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La Stazione Spaziale Internazionale, che attualmente si trova in orbita, sta letteralmente precipitando in continuazione. Ed i suoi occupanti fluttuano perché stanno precipitando a velocità costante, non perché “non c’è gravità”, come erroneamente si pensa. Anzi, in realtà loro si trovano ancora nel pozzo gravitazionale terrestre, l’hanno solo scalato quanto basta da essere fuori dall’atmosfera che provocherebbe attrito, rallentando la stazione fino a farla precipitare al suolo. Per arrivare in cima al pozzo gravitazionale della Terra, bisogna aggiungere ulteriore velocità, che si traduce in orbite più distanti dal pianeta. Infine, allontanarsi ad un punto in cui l’influenza gravitazionale di un altro corpo celeste (come la Luna o il Sole) sia più grande e finire quindi nella sua orbita, nel suo pozzo gravitazionale. Direi che tutti questi concetti diventano molto più chiari giocando a Kerbal Space Program, vi consiglio assolutamente di dargli un’occhiata se vi incuriosisce approfondire come funzionano i viaggi spaziali nel mondo reale.
Nel momento in cui scrivo, la capsula Orion della missione Artemis II si trova, con il suo equipaggio, in una rotta orbitale che la porta ad uscire dal pozzo gravitazionale terrestre per entrare brevemente nel campo di gravità lunare e poi puntare verso la Terra per ritornare a casa. “Tornare a casa” significa impattare l’atmosfera terrestre ad una velocità di circa 40.000km/h, un record per una capsula con equipaggio umano, e dissipare tutta l’energia accumulata per scalare il pozzo restituendola sotto forma di calore. Un calore enorme che potrebbe distruggere la capsula in cenere con tutto il suo equipaggio, che per evitare la sorte di Icaro ha bisogno di uno scudo ablativo in grado di sopportare temperature altissime e consumarsi in modo controllato, dissipando il calore. L’atmosfera rallenta la capsula fino al punto da poter aprire dei paracadute e scendere dolcemente in mare, dove verrà poi recuperata. Ovviamente questo non è l’unico rischio di una missione spaziale e tante cose possono andare fuori controllo, ad esempio un guasto ad un sistema critico (come è successo alla toilette subito dopo il lancio), l’impatto di un micrometeorite o uno scudo ablativo danneggiato possono avere conseguenze tragiche, lo spazio è un ambiente ostile da esplorare. Ma la missione è un traguardo importante, per vari motivi. Rappresenta un ritorno dell’umanità verso la Luna dopo mezzo secolo dalle missioni Apollo, rispetto al quale ha già superato alcuni record (come il punto più distante raggiunto dall’umanità), questa volta con migliori standard di sicurezza e di fruibilità sulle tecnologie sviluppate, come la presenza umana permanente sulla Luna. Artemis II è in realtà una missione di collaudo della capsula Orion, nel contesto del più ampio programma Artemis, che si prefigge lo scopo di portare “la prima donna ed il prossimo uomo” sulla Luna nei prossimi anni, con la visione di stabilire una presenza umana permanente ed una base per proiettarsi successivamente verso Marte. Artemis è un programma della NASA in collaborazione internazionale con altre agenzie spaziali, tra cui l’ESA, e compagnie private, come SpaceX, che sta sviluppando i suoi razzi Starship possibilmente da utilizzare anche per l’allunaggio, previsto (ottimisticamente) per il 2028.
Comunque, gli sforzi di Artemis non sono l’unico progetto in corso per raggiungere la Luna ed anche altri importanti attori internazionali stanno portando avanti i loro programmi spaziali con obiettivi simili, in una sorta di nuova “corsa allo spazio”. La Cina ha recentemente ottenuto ottimi risultati con i suoi rover lunari ed ha in programma di portare degli uomini sulla Luna nei prossimi anni. La Russia sta collaborando con la Cina per il progetto preliminare della costruzione di una base permanente internazionale entro il 2050.
Molte persone si chiedono, legittimamente, se forse sarebbe meglio investire questi sforzi per cercare di risolvere i problemi nel pianeta, che effettivamente non sono pochi. Il mio punto di vista personale sulla questione è che forse bisognerebbe guardare le cose più in prospettiva. Sono consapevole di essere cresciuto in un periodo particolarmente felice dell’umanità, in cui si respirava un clima di ottimismo verso il futuro, con una grande cooperazione internazionale finalizzata all’obiettivo comune di raggiungere un progresso scientifico condiviso, come ad esempio la Stazione Spaziale Internazionale oppure il progetto ITER per la fusione nucleare. Naturalmente non è mai mancata un po’ di sana competizione, ma in un clima comunque collaborativo. Purtroppo, negli ultimi tempi l’umanità sta prendendo una strada opposta a questo processo di condivisione e si va verso una tendenza allo scontro ed al riarmo, con enormi costi umanitari e sociali. Personalmente preferisco vivere in un mondo in cui le varie civiltà continuino a collaborare o sfidarsi amichevolmente tra loro, guardando lo stesso orizzonte, per mandare missili verso la Luna, piuttosto che puntarli gli uni contro gli altri in una spirale nichilista di autodistruzione.

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La Luna ci ricorda che possiamo avere degli orizzonti comuni: è la stessa che si vede da ogni parte del mondo, è la stessa che vedevano gli aztechi, gli egizi ed i babilonesi ed anche i primi umani millenni prima. La sfida di Artemide è rivolta a noi in quanto esseri umani, non accoglierla equivale a rimanere rinchiusi in un labirinto per lottare tra di noi. Sta a noi esseri umani ereditare le virtù di Dedalo ed imparare dalla sorte di Icaro.





