In questa nuova intervista di #EtimoloPeople, siamo entrati nel mondo di Giuseppe Gimmi.
In che modo ha preso forma in te la necessità originaria di scegliere il cinema come linguaggio e cosa significa oggi essere regista?
Il mio percorso nasce sicuramente da un vero e proprio riscatto personale. Trovo affascinante l’idea di partire da posizioni completamente diverse per poi ritrovarsi e comunicare. Essere regista significa isolarmi nella mia dimensione personale, per poi esprimermi e proiettarla all’esterno attraverso l’uso della macchina da presa.

Dalla formazione iniziale a Bari fino alle masterclass con maestri come Martin Scorsese e Paolo Sorrentino. In che modo la stratificazione di sguardi così diversi definisce oggi la tua identità di autore cinematografico?
Sicuramente moltissimo. Il Sud, inteso come territorio di sperimentazione, fa parte del mio processo creativo: è un’identità che porto sempre con me, in qualunque cosa io faccia. Ad esempio, ultimamente sto realizzando dei contenuti brevi (reel) focalizzati sul concetto di recupero, coinvolgendo anziani del posto che invitano la gente ad andare al cinema e a collaborare con altre realtà. Questo per dire che ogni incontro lascia qualcosa di profondo. A volte, il segreto è saper “rubare” visivamente dai migliori.

Quale è stato il processo creativo che ha guidato “Al di là dell’ombra” e in che modo il linguaggio del cinema traduce questo movimento interiore e sospeso?
Il mio percorso nasce dall’incontro estivo con una persona ipovedente, in un momento in cui io stesso stavo attraversando un periodo di forte depressione. Questi due elementi sono stati cruciali: grazie al supporto della mia psicologa e al lavoro con la troupe, abbiamo trovato una chiave di volta nell’atto dell’ascolto — ascoltare l’altro e ascoltarsi.
Oggi è raro soffermarsi anche solo a guardare una farfalla o un fiore, e questa urgenza mi ha spinto a scrivere il mio cortometraggio. Il cinema traduce tutto questo attraverso le inquadrature che, nel mio caso, sono rigorosamente statiche; qui il suono prevale su ogni cosa.
Giro quasi tutto a macchina fissa: è una scelta ben precisa, direi quasi politica. Credo che nel cinema debbano muoversi le emozioni e le sensazioni, non necessariamente la macchina da presa.
L’analisi visiva del film evoca immagini potenti, fatte di ombre e silenzi. In questo scenario, come si articola il ruolo del suono?
Per me il suono non è un semplice contorno, ma l’elemento che dà forma a ciò che vedi. Amo il recupero di tutto, ma davvero di tutto. Nel mio corto, mentre il personaggio attraversa il bosco, ho voluto che si percepisse chiaramente il rumore dell’acqua dentro una bottiglia che non viene mai mostrata. Questo perché immaginavo il flusso dell’acqua come lo specchio dello status emotivo del mio protagonista. Al giorno d’oggi, saper ascoltare è diventato un vero lusso.
Quali sono le tue principali fonti di ispirazione? Ci sono libri, filosofi, film o altri artisti che hanno influenzato in modo decisivo la strutturazione del tuo immaginario?
Ho una formazione legata a una scuola privata di Bari, ma la mia vera fortuna è stata quella di riuscire a unire il cinema alla filosofia e all’architettura. Amo profondamente il cinema di Ozu, ma Paolo Sorrentino è senza dubbio il regista che sento più vicino. Nel tempo libero guardo le sue interviste e leggo testi che mi aiutino a comprenderne la poetica; trovo straordinario come nei suoi film nulla sia mai scontato.
Di recente, per quanto possa sembrare insolito, mi sto documentando molto anche su Luciano De Crescenzo. La loro visione della vita è unica, e questo mi basta per cercare la mia strada in un cammino affascinante ma decisamente complesso come quello del cinema.
Chi è Giuseppe Gimmi?

Giuseppe Gimmi nasce a Fasano nel 1997. Ha frequentato un corso di sceneggiatura con Nicola Ragone presso lo “SpazioTempo” di Bari, che gli ha permesso, attraverso la scrittura, di esternare e descrivere i suoi concetti.
Successivamente ha scritto e diretto il suo primo cortometraggio Per le vie del Paradiso (2021), che ha ricevuto importanti riconoscimenti (Cortocircuiti Film Festival, HIIFF, Amarcort Film Festival), dando il via a un’attività cinematografica sperimentale. Nel 2022 ha diretto il cortometraggio Una strada di fogli, lavorando in seguito come assistente alla regia e figurante speciale sul set di diversi progetti (Parthenope, The serial killer’s wife, Svaniti nella notte, BIRRA RAFFO – Decisamente pugliese, Il patriarca 2, Gomorra – Le Origini, The Saints – Martin Scorsese 2025, Serena Brancale – Magic Puglia).
Nel 2023 ha scritto e diretto il cortometraggio Al di là dell’ombra (SELEZIONE CINEMA IN VERDE – #GeneAmbiente #PerChiCrea #MinisteroDellaCultura, Festival del Cinema Patologico – Miglior regia, Corto ma non troppo, Terramia Film Festival, Sudestival, DRIFFest, Vicolicorti, Momo Festival-Artesettima). Negli ultimi mesi ha partecipato a un nuovo percorso di sceneggiatura e regia con Antonio Palumbo presso il “Teatro Laboratorio Tiberio Fiorilli”.
Ha frequentato masterclass di rilievo, tra cui: “Bif&st” con Roberto Faenza e Silvia Napolitano; “Corso intensivo di sceneggiatura” con Salvatore De Mola; “Registi fuori dagli schemi” con Antonio Capuano; “Cinecampus Atelier” con Daria D’Antonio; “Dialoghi” con Paolo Sorrentino; “Scrivere con la luce” con Vittorio Storaro; “Django e gli altri” con Franco Nero e “Il cinema ritrovato” con Martin Scorsese.





