In questa nuova intervista di #EtimoloPeople, siamo entrati nel mondo di Antonio Marotta.
In che modo l’intreccio tra musicoterapia, sapienza artigianale e valore del rito agisce come catalizzatore per rigenerare la tradizione, restituendo al folklore la sua originaria forza vitale?
La tradizione vive in chi l’attiva: è un organismo mobile, mai statico. Credo sia fondamentale tracciare un confine netto tra la tradizione legata al rito e la semplice rappresentazione folkloristica. Quest’ultima spesso si riduce a una fotografia sbiadita del passato, al tentativo disperato di proporre un modello fisso e inquadrabile. La storia dei popoli ci insegna l’esatto contrario. Il contesto sonoro tradizionale si nutre di pratiche rituali volte alla catarsi: nei canti popolari campani, ad esempio, i testi sono volutamente ambigui, un limbo in cui coesistono angoscia, perdita, amore, rivoluzione e rigenerazione.
In questo percorso, i miei studi in musicoterapia e il successivo lavoro in ambito psichiatrico sono stati fondamentali. Chi vive la patologia psichiatrica abita costantemente un “altrove”, in un conflitto perenne tra il desiderio e la sua repressione; una dinamica speculare a quella dei canti tradizionali, dove gli esecutori autentici non rappresentano se stessi, ma l’intimo folle di tutti gli uomini.
A guidare tutto questo c’è la mia radice artigiana. Prima ancora di occuparmi di musica, ho imparato l’arte del legno da mio nonno bottaio. Attraverso di lui ho conosciuto i vecchi maestri d’ascia che costruivano i tamburi tradizionali per il Carnevale di Palma Campania, il paese in cui sono cresciuto. Frequentando le botteghe ho scoperto il canto di lavoro: canti che non servivano solo a scandire il tempo della fatica, ma identificavano una comunità rendendola compatta e, al tempo stesso, attuale. Quei canti mutavano con il tempo, modificandosi persino con l’introduzione delle prime seghe elettriche. La tradizione, per restare viva, deve saper assorbire il presente.

Il tuo lavoro costruisce un ponte tra il culto delle “Sette Madonne” campane, radicato in una spiritualità ancestrale e viscerale e la pulsazione ipnotica della club culture europea. In che modo queste due dimensioni, apparentemente distanti, dialogano nel tuo immaginario sonoro?
Credo che il rave contemporaneo sia la declinazione moderna di un bisogno ancestrale e imprescindibile dell’essere umano: partecipare, esserci, fondersi con l’altro. La club culture affonda le sue radici proprio in questa necessità di condivisione, ma con una declinazione fortemente legata al presente: il rito si consuma qui e ora. Quando la musica attiva quella frequenza specifica, i singoli individui smettono di essere una massa frammentata e diventano tribù. Nelle mie produzioni, la sacralità ipnotica dei pellegrinaggi e il misticismo legato alle Sette Madonne campane dialogano con la cassa profonda della club culture perché si muovono sullo stesso binario: l’evasione dalla realtà ordinaria attraverso la ripetizione ciclica del ritmo.

Partendo dall’impronta lasciata dal magistero di Roberto De Simone, come ridefinisci il tuo metodo di ricerca per evitare che la tradizione si trasformi in reliquia, trasformandola invece in un organismo pulsante e contemporaneo?
L’esperienza de simoniana è stata una pietra miliare per il mio percorso. Il Maestro De Simone è stato un vero avanguardista, tanto nella ricerca antropologica quanto nella visione artistica. Ho cercato di fare tesoro della sua straordinaria lezione, ma parallelamente ho scavato a fondo nella mia identità sonora. Mi sono focalizzato sul concetto di I.S.O. (Identità Sonora ), che in musicoterapia definisce l’universo sonoro archetipico di un individuo: quei suoni che ci caratterizzano fin dalla nascita, dalla voce materna ai rumori dell’ambiente circostante, che si tratti delle fabbriche o della campagna. Questa indagine mi ha reso consapevole, fin dall’adolescenza, che lo strumento elettronico contemporaneo fa parte del mio paesaggio identitario. L’ho accettato e integrato: l’elettronica non è un’aggiunta artificiale alla tradizione, ma il mezzo attuale attraverso cui la interpreto.

In un mondo dominato dalla frammentazione digitale, in che modo il ritorno alla corporeità del ritmo può agire come atto di ricostruzione della comunità basata sull’esperienza condivisa? Come si traduce questo pensiero nel vinile “Ritual”?
Il vinile Ritual poggia le sue fondamenta sulle mie performance in live looping con gli strumenti della tradizione orale, ma nasce prima di tutto da un’esperienza collettiva e laboratoriale. Nel mio laboratorio espressivo, i partecipanti si dispongono in cerchio e vengono invitati a suonare tamburi costruiti da me, pensati come strumenti universali, privi di barriere tecniche o teoriche.
Prima di essere un disco, Ritual è stato un laboratorio umano. È un format che porto ancora oggi nei festival e che attira un pubblico spontaneo, giovanissimo ed estremamente eterogeneo. Il risultato che emerge ad ogni incontro è potente: i partecipanti esprimono un viscerale bisogno di riconnessione con la terra. Il tamburo, il corpo, la voce e il grido liberatorio diventano i mezzi per raggiungere un momento catartico unico, che ogni persona viene a viversi e a co-creare all’interno della comunità.
Quali sono le tue principali fonti di ispirazione? Ci sono libri, film o altri artisti che hanno avuto un impatto significativo nella strutturazione del tuo immaginario?
L’istinto mi porterebbe a rispondere: tutto ciò che mi circonda. Ma volendo isolare i punti di riferimento cardinali del mio immaginario, a livello letterario c’è indubbiamente Sud e Magia di Ernesto De Martino, un testo fondamentale per comprendere la funzione del magismo e del rito nel nostro meridione. Sul piano artistico e visivo, oltre al già citato magistero di Roberto De Simone, la visione di Pier Paolo Pasolini ha esercitato un impatto profondissimo su di me, sia attraverso la sua produzione scritta sia attraverso la cruda e poetica sacralità dei suoi film, come Il Vangelo secondo Matteo.
Chi è Antonio Marotta?

Antonio Marotta è musicoterapeuta, artigiano e ricercatore sonoro. Cresciuto tra le botteghe artigiane di Palma Campania, unisce la sapienza ancestrale del legno e del tamburo all’elettronica contemporanea. Il suo metodo, influenzato dal magistero di R. De Simone, indaga il rito e la catarsi oltre il folklore statico. Con il progetto “Ritual”, nato da laboratori espressivi collettivi e culminato nell’omonimo vinile, unisce la spiritualità viscerale del Sud alla pulsazione ipnotica della club culture.





