In questa nuova intervista di #EtimoloPeople, siamo entrati nel mondo di Federica Greco e Paolo Presta.

La vostra ricerca si origina dai canti della tradizione orale calabrese. In che modo l’innesto di un linguaggio sonoro contemporaneo ridefinisce il senso di queste narrazioni nel presente?
Abbiamo approfondito varie ricerche pregresse sull’oralità calabrese e selezionato i canti che ci hanno suscitano maggior interesse per poi riproporli secondo la nostra sensibilità artistica. Abbiamo ascoltato, analizzato, studiato registrazioni, trascrizioni di forme musicali che nel tempo e nello spazio sono mutate, hanno seguito i cambiamenti dell’essere umano, di chi le ha trasmesse.
Il padre dell’etnomusicologia Béla Bartok sosteneva che «la musica popolare è come un essere vivente che cambia di minuto in minuto: non si può perciò dire “questa o quella melodia è come io l’ho notata”, ma soltanto che essa era così nell’occasione nel minuto in cui è stata notata […]».
Noi non abbiamo fatto nient’altro che trasmetterla “a modo nostro”, privandola di alcune sue peculiarità stilistiche e fornendola di elementi che fanno parte della nostro background. Il nostro intento infatti è trasmettere la tradizione attraverso noi stessi e noi stessi attraverso la tradizione. Se, come nel nostro caso, si concepisce la musica come mezzo comunicativo e non semplice manierismo, non si può prescindere dal proprio codice linguistico. Abbiamo fatto ciò che è stato sempre fatto alla tradizione ovvero contaminarla. Ed a tal proposito concludo con una seconda citazione:
«Finalmente abbiamo compreso che non esistono tradizioni musicali pure o autentiche. La musica “pura” è solo quella di cui ci siamo dimenticati le origini ibride o quella in cui non siamo più in grado di riconoscere i processi ibridativi che le stanno a monte (tutte le culture, tutte le tradizioni musicali sono il risultato di processi trasformativi, a volte drastici e perfino in larga parte distruttivi: sono come delle omelettes fatte con uova strapazzate…).»
– Marcello Sorce Keller
Come descrivereste l’alchimia tra la voce, intesa come custode di memorie arcaiche e la sperimentazione strumentale, a chi si accosta per la prima volta alla vostra identità artistica sospesa tra storia e innovazione?
La scelta di lasciare invariata la parte testuale non è casuale. Poiché essa è pregna di significato modificandola ne avremmo inevitabilmente cambiato il senso. Parole messe l’una dopo l’altra dalle donne e dagli uomini che le hanno narrate, parole del passato donate al futuro. Ma noi, vivendo il presente, avevamo bisogno di un modo per farle nostre quelle parole, allora ci è venuta in soccorso la musica. Un mezzo attraverso il quale esprimere delle idee. Infatti sebbene la parte musicale sia stravolta tiene conto del testo in alcuni casi addirittura rafforzandone i concetti chiave. Quindi se dovessi descrivere il connubio tra testo e musica direi che il primo è il tesoro, il secondo lo scrigno che lo protegge.

La vostra pratica rielabora il patrimonio etnomusicologico del Sud. Cosa vi ha spinto a scegliere proprio il repertorio del canto come strumento per indagare la memoria dei luoghi e le loro trasformazioni?
La scelta è dipesa dall’organico che essendo costituito dalla voce ci ha condotto spontaneamente ad un repertorio vocale. C’è da dire però che Federica fa un uso della voce che richiama molto l’approccio strumentale quindi spesso canta simulando uno strumento. Inoltre non si limita al solo testo ma aggiunge effetti e, come abbiamo già detto, assoli tipici della musica moderna.
In che modo il ritmo e la vocalità diventano strumenti di indagine sullo spazio e sulla relazione tra l’interprete e chi ascolta?
Approfondire il repertorio scelto ci è servito a cogliere il “significato” di ogni canto, abbiamo prestato molta attenzione all’intenzione di chi lo ha eseguito prima di noi. Le nostre trovate infatti per quanto si discostino da un punto di vista stilistico non fanno perdere quello che è il “senso” dei vari canti. Ad esempio, nella nostra versione di A ‘sta frinesta, il brano che dà il titolo al nostro primo album, un canto alla cruccuddisa (stile di canto monodico diffuso nella Calabria jonica settentrionale) abbiamo lasciato quasi invariata la modalità vocale, per concludere con un vero e proprio assolo nel senso jazzistico o anche popular del termine.
Abbiamo sostituito il procedimento libero della chitarra battente con un arpeggio ostinano in ritmo settenario attraverso il quale si vuole rappresentare l’irrequietezza della sofferenza d’amore. La voce quindi rimane libera di muoversi a suo piacimento incontrando la fisarmonica nel cambi armonici. Il riff strumentale affidato alla fisarmonica si evolve in uno sfogo finale nel quale entra il tamburello convergendo con l’assolo vocale.

Quali sono le vostre principali fonti di ispirazione? Ci sono libri, filosofi, film o altri artisti che hanno influenzato in modo decisivo la strutturazione del vostro immaginario?
Più che fonte di ispirazione ci sono libri dai quali abbiamo selezionato il nostro repertorio. Innanzi tutto “Suonare la tradizione” di Danilo Gatto un vero è proprio manuale di musica popolare calabrese nel quale oltre a diverse trascrizioni, descrizioni, approfondimento degli stili e dei contesti si indaga sul concetto di trasmissione nell’epoca della post oralità, tema che trattiamo spesso.
Di grande aiuto sono stati anche “I Canti di Raffaele Lombardi Satriani” (a cura di Antonello Ricci e Roberta Tucci) e “Le “strine” atipiche di Lago” di Ottavio Cavalcanti; molto preziosi dischi come “La terra delle ginestre” del Collettivo Daedalus e formazioni alle quale ci siamo ispirati come il duo costituito da Rachele Andrioli e Rocco Nigro, anche loro cantante – percussionista e fisarmonicista, i quali hanno svolto un lavoro molto interessante sulla tradizione della loro regione, la Puglia, ma anche su tradizioni di altre aree.
Chi sono Federica Greco e Paolo Presta?

Federica Greco e Paolo Presta propongono un repertorio tratto dalla tradizione orale calabrese. Nato nel 2018, il duo prende forma dalla comune passione per la cultura della propria terra e dalla volontà di approfondire e reinterpretare il repertorio tradizionale, lasciando ampio spazio alla creatività e alla sensibilità personale.
Le loro voci si intrecciano ai suoni dei tamburi a cornice di Federica e della fisarmonica di Paolo, dando vita a una rivisitazione contemporanea della musica tradizionale calabrese. Nel corso degli anni il duo partecipa a prestigiosi festival, ottenendo diversi riconoscimenti. Nel giugno 2022 pubblica il primo album, A ’sta frinesta e nel 2026 un nuovo singolo dal titolo Canzun’alla diversa.





