Quando parliamo di sistema — specialmente in ambito istituzionale o societario — tendiamo a identificarlo con una struttura neutra, impersonale, regolata da criteri oggettivi, come la meritocrazia. Ma a ben guardare, questa è una narrazione idealizzata. Il sistema, in realtà, è fatto di esseri umani, e l’essere umano è, prima di tutto, un animale relazionale.

In questo senso, il sistema è amicale. Non in modo eccezionale, ma strutturale. Il favoritismo, la preferenza, la simpatia (dal greco sympátheia, “sentire insieme”) non sono anomalie da segnalare come deviazioni, bensì manifestazioni naturali di un’organizzazione che, per quanto si vesta di razionalità e imparzialità, resta profondamente intrecciata alle dinamiche umane più elementari.

La meritocrazia stessa, per quanto possa apparire come criterio giusto e nobile, resta un concetto umano, dunque soggetto a interpretazioni, contesti e limiti. Chi stabilisce con assoluta certezza cosa sia davvero il “merito”? E come si misura, in modo pienamente equo, il valore di una persona, di un gesto, di un percorso?

La difficoltà nasce quando il favoritismo sistemico diventa esclusione sistemica, ossia quando l’amicalità si cristallizza in caste, reti chiuse, clientelismi che impediscono davvero a chi è fuori di entrare, anche se portatore di valore. In questo senso, è giusto e necessario che si alzi la voce contro certe distorsioni. Ma è altrettanto importante non cadere nell’illusione che un sistema possa essere completamente impersonale, neutro e “giusto” in senso assoluto. È più saggio accettare la dimensione umana — e quindi relazionale — del sistema, provando a farla evolvere invece che negarla.

Non si tratta di giustificare le ingiustizie o promuovere l’arbitrio, ma di osservare con lucidità che l’ordine umano è naturalmente permeabile al legame affettivo, alla fiducia personale, alla vicinanza empatica. È qualcosa che può urtare la nostra idea di giustizia, ma è anche ciò che tiene insieme la vita, in tutte le sue forme: il bisogno reciproco, la risonanza, il riconoscimento.

Forse, più che sognare un sistema puramente meritocratico, dovremmo imparare a riconoscere e governare con più consapevolezza le trame relazionali che lo attraversano. Perché non è “nonostante” i legami che il mondo funziona — ma “grazie a”.

Laureato in Spettacolo e Nuovi Media, specializzato in Comunicazione e Pubblicità e diplomato presso l’”Académie Internationale Des Arts du Spectacle” a Parigi, Lelio Naccari esplora i confini fra le arti in direzione immersiva, spesso urbana, con un approccio sperimentale e a volte provocatorio.

Affascinato dall’umano in senso lato, sviluppa performance e installazioni per far breccia nel quotidiano, cercando di articolare temi essenziali e forme accessibili. Crea opere partecipative che hanno al centro la relazione e il contesto culturale in cui si svolgono.

Ha ricevuto riconoscimenti creativi, come il Premio Giovani Talenti di Confindustria per lo spot antimafia “Mani”, e il primo posto alla 53esima Edizione di Giugno Locrese per il componimento poetico “Presente”. È impiegato nella formazione, tenendo corsi di performatività e pensiero laterale.

Vede l’arte come un’esperienza totale, che può avvicinare gli individui e aprire sguardi possibili.