Un viaggio tra filosofia, arte e tecnologia, dove Federica Rodella ci guida alla scoperta di come il linguaggio, l’archivio e l’intelligenza artificiale plasmino la sua visione creativa e il suo modo di interpretare il mondo
n che modo filosofia e scrittura creativa hanno plasmato la tua percezione? In che maniera il linguaggio ha contribuito alla creazione delle tue opere? Potresti fornire un esempio concreto in cui un concetto filosofico si è tradotto in una scelta estetica o tecnica?
Ho iniziato per necessità e per gioco, come se volessi “catturare” la realtà, registrando voci e riprendendo tutto ciò che mi circondava. Crescendo, ho capito che in realtà stavo costruendo un paesaggio interiore, fatto di frammenti, suggestioni e visioni personali, più che documentare fedelmente il mondo esterno. Quando mi sono avvicinata alla filosofia, ho compreso che ogni parola, ogni immagine è un segno carico di cultura e interpretazioni: non esiste un linguaggio neutro. Questo mi ha aperto la strada a un approccio creativo dove ogni elemento può essere smontato e ricomposto.
Un esempio concreto è stata la filosofia di Pierre Hadot, che descrive l’approccio filosofico antico come un vero “esercizio spirituale” quotidiano, la filosofia è un atteggiamento pratico prima ancora che teorico. Per me, questo si è tradotto in una sorta di allenamento pratico continuo applicato all’arte, un porre domande continue. Ho iniziato a creare giornalmente, per anni, in un flusso costante di domanda-risposta, rendendomi conto di essere più interessata alle domande che emergevano piuttosto che alle risposte. Questo è successo prima con la carta poi con l’AI.
Nella scrittura creativa, ho scoperto che posso trattare le mie opere come personaggi di una narrazione: i ritagli, i collage, i testi o i suoni inseriti diventano capitoli di una storia che apre a nuovi interrogativi, invece di offrire risposte certe. Così, quando lavoro a un progetto, mi muovo tra i materiali come farebbe un autore che rimescola capitoli, personaggi e trame e seguo un tema filosofico che in quel momento mi affascina. Mi muovo seguendo l’entusiasmo, la meraviglia del momento e molte volte mi sorprendo altre resto delusa. È un gioco applicato alle immagini che mi ha permesso di narrare il reale — o meglio, la mia visione del reale — in modo più libero, unendo l’intuizione poetica alla riflessione filosofica.
La tua pratica artistica si fonda sulla decostruzione e ricostruzione del significato. Qual è il ruolo della stratificazione, sottrazione e trasformazione in
questo processo? Come influisce questo approccio sulla relazione tra l’opera, l’artista e l’osservatore?
Per me, tutto nasce da un atteggiamento preso in prestito dal collage che applico non solo ai ritagli fisici o alle immagini digitali, ma persino al linguaggio, che talvolta invento completamente. Raccolgo, conservo e rielaboro frammenti di testo, suoni, immagini, segni che non seguono regole lineari. È un codice personale, a metà fra l’assurdo e il poetico, che l’AI cerca di interpretare basandosi sui suoi algoritmi statistici. Il risultato è spesso alieno o surreale, quasi fosse l’eco di un dialogo tra due mondi che non condividono la stessa grammatica. Amo questa dinamica ibrida: da un lato c’è la mia manualità— taglio e creo sovrapposizioni con Photoshop, lascio “accadere” l’errore, trasformo il nonsense in qualcosa di esteticamente e concettualmente rilevante — dall’altro, c’è la macchina che reagisce al mio codice inventato tentando di piegarlo alle proprie logiche. È come uno scambio di battute tra un autore e un “co-autore” che non conoscono le stesse regole.
Il mio processo segue alcune fasi precise: Accumulazione dove conservo parole inventate, frammenti sonori, immagini e output AI che non so ancora come userò. Li metto in una sorta di archivio personale, come se ognuno potesse un giorno “chiamarmi” a creare qualcosa di nuovo. Stratificazione quando trovo un filo conduttore — o quando una suggestione emerge — inizio a sovrapporre questi elementi, fisici e digitali, fino a formare un magma di segni. A volte, l’AI contribuisce con soluzioni inattese, cercando di interpretare il mio “linguaggio immaginario” e generando output che mi spiazzano (e spesso mi divertono) Sottrazione tolgo ciò che mi pare superfluo, creo vuoti perché lo sguardo possa trovare un equilibrio tra l’assurdo e il logico, tra l’errore e la precisione Trasformazione: un dettaglio che sembrava insignificante può diventare la chiave dell’intera composizione, oppure un frammento linguistico “errato” può rivelarsi poeticamente incisivo. In questo passaggio, l’opera assume una forma, pur restando aperta a nuove letture.
Esiste un “dopo” che appartiene alla lettura soggettiva di chi osserva, e questo dà all’opera la possibilità di rigenerarsi ogni volta. Tuttavia, non lascio l’osservatore del tutto libero di vagare: esistono percorsi simbolici e suggestioni che cerco di costruire nel collage, come una sorta di “mappa emotiva”. Certo, con il tempo tutto cambia e la mappa si riscrive — nuovi riferimenti emergono, altri sfumano — ma l’idea è che l’arte rimanga un gioco con regole flessibili, in cui io propongo indizi e chi guarda può riconoscerli o trasformarli in altro.
Questa dinamica mi ricorda alcuni racconti di Borges: ogni lettore ha in mano lo stesso libro, ma ne farà una lettura diversa, e in questo senso riscrive il testo. Allo stesso modo, nel mio lavoro, non esiste un unico sentiero: i simboli, anche se li ho scelti per guidare lo sguardo, possono assumere significati inaspettati a seconda del contesto, del momento storico, e persino dell’umore di chi osserva.
È il continuo slittamento tra ciò che suggerisco e ciò che l’altro vede a rendere l’opera viva: un processo di riscrittura che avviene nel tempo e che fa parte del gioco stesso dell’arte.
L’uso di materiali d’archivio implica attenzione alla memoria e alla storia. In che modo la sua opera intende ri-contestualizzare o interrogare il del passato attraverso il prisma dell’intelligenza artificiale, considerata come “estensione dell’inconscio creativo”?
In fondo, l’uomo è un archivio vivente: nel tempo raccoglie tutto ciò che lo colpisce — parole, immagini, esperienze e intreccia questi frammenti in forme nuove. L’AI fa qualcosa di analogo, anche se in maniera diversa: accumula enormi quantità di dati, tra cui anche cultura e storia. Mi piace questa idea di “specchio deformante”: se chiedo alla macchina di leggere materiali d’archivio senza contesto, lei li rielabora mescolando codici e riferimenti che non appartengono necessariamente all’epoca di origine. Oppure se invento un linguaggio può pescare chissà dove ma sicuramente qualcosa che mantiene una pertinenza con il contenuto. È un modo di rimettere in circolo la storia, di riassemblarla in maniera ironica per creare un contrasto che parli anche del nostro presente.
In questo processo, emergono due sentimenti per me fondamentali: l’inquietudine e l’ironia. L’inquietudine nasce dal constatare quanto la memoria sia fragile: ciò che crediamo “stabile” del passato si rivela cangiante, come se un lato onirico, prima nascosto, si mostrasse all’improvviso. Realizziamo quanto la memoria possa essere fragile e mutevole. Nulla è fisso, e ciò che pensavamo di conoscere del passato si trasforma in un racconto nuovo. L’ironia, che io trovo un atteggiamento molto umano sta nel nostro occhio, scaturisce dal trovarsi di fronte a cortocircuiti inconsueti, momenti di comicità involontaria o lampi poetici che l’AI, nel suo cercare pattern, finisce per generare inconsapevolmente. Questo dialogo fra serio e ludico, fra vecchio contesto e nuove prospettive, tende a svelarci molto di più sul nostro “oggi” che su ciò che è stato.
Dopo l’elaborazione della “macchina-inconscio,” intervengo manualmente: seleziono, ritocco, scombino ulteriormente con Photoshop o tecniche di collage digitale, lascio che emerga il mio di inconscio. Allo stesso modo in cui un essere umano rielabora nei sogni i ricordi e li proietta nel presente, anch’io “riscrivo” il passato, rendendolo fluido e mobile. L’archivio non è più un monumento fisso, ma un serbatoio di segni in continua metamorfosi, dove l’intelligenza artificiale e la mia sensibilità si intrecciano, aprendo spazi interpretativi più ampi. È un gesto che mi consente di interrogare il tempo che fu,
mantenendo uno sguardo ironico — e a volte inquietante — sul nostro adesso, come se riassemblare la storia fosse una strategia per capire meglio ciò che siamo oggi in base al modo in cui raccontiamo le nostre storie e leggiamo le nostre immagini.
Tra Milano, Torino, Bologna hai esposto anche a New York e Parigi, due importanti centri culturali di importanza mondiale. In che modo l’interazione con questi contesti ha influenzato la tua visione artistica e il tuo approccio alla produzione artistica?
In realtà, più che la presenza fisica in una determinata città o l’evento in sé, mi interessa capire come le persone, in contesti culturali diversi, recepiscano o respingano il mio lavoro e l’uso dell’AI. Ognuno porta con sé il proprio bagaglio di simboli e immaginari, e quando questi incontrano i “frammenti” che propongo, si generano interpretazioni che possono stupirmi. Questo scarto fra la mia intenzione iniziale e la reazione di chi guarda, mi affascina enormemente. Mi diverte, per esempio, osservare come in un certo contesto un simbolo possa essere colto con ironia, mentre altrove susciti inquietudine o perfino repulsione. Non lo considero un fallimento: il dissenso o il rifiuto sono occasioni per comprendere il perché di una reazione così distante dalla mia. In fondo, è una versione in scala ridotta di come i simboli si muovono da una cultura all’altra, assumendo sfumature diverse. Il fatto di “esporre” mi offre la possibilità di raccogliere feedback, di vedere se e come un pubblico reagisce ai miei temi: è quasi un breve dialogo fra la mia opera e chi la osserva. A volte si esaurisce in pochi istanti di sguardo, altre volte, se siamo fortunati, si crea una comunicazione più profonda e senza troppe sovrastrutture. Forse è la parte più interessante del mio lavoro: capire come i frammenti delle mie opere possano incontrare i frammenti interiori di chi guarda, producendo una scintilla di connessione..
Quando mostro il mio lavoro in contesti diversi, noto anche come l’AI venga spesso percepita come un oggetto politico: si sente parlare di propaganda, manipolazione, persino di potenziale distopia. Per me, invece, l’AI resta innanzitutto uno strumento che, senza un intervento e un’intenzione umana, produrrebbe soltanto un contenuto vuoto. Ecco perché credo che ogni contatto con le persone influenzi la mia visione: vivo di confronto, e lo strumento stesso che utilizzo, l’AI, si basa su una logica di scambio. Trovo che accogliere punti di vista diversi sia infinitamente più ricco che chiudersi nella propria prospettiva. Di conseguenza, non ho mai visto l’AI come un sistema chiuso ne percepisco, piuttosto, l’altro lato: quello umano di cooperazione e comunità, un potenziale luogo di incontro dove la macchina non fa che amplificare la nostra capacità di creare e di scambiare simboli, emozioni, storie anche con il passato.
Con la tua esperienza nel campo dell’arte e del branding, come immagini l’evoluzione dell’identità visiva nell’era digitale e dell’intelligenza artificiale?
Quali tendenze promettenti o approcci innovativi stai osservando?
Vedo l’AI come uno strumento che potrà alleggerire i processi creativi, lasciando più tempo ai creativi per concentrarsi sui contenuti, sulle storie, sul senso profondo di ciò che realizzano. Se la macchina agisce senza una guida umana, può produrre mostri — ne è un esempio l’uso politico e manipolatorio che se ne fa, con output inquietanti e privi di un’autentica empatia. Siamo noi, con la nostra sensibilità, a dover orientare l’AI affinché generi qualcosa di davvero significativo. Certo credo che, se le macchine dovessero evolvere al punto da creare un loro linguaggio, potremmo non comprenderle più ma quel punto, produrrebbero contenuti pensati per loro stesse, e non per noi.
Ma l’arte, in fondo, è un fatto profondamente umano, un atto di comunicazione fra esseri che condividono emozioni, desideri, paure. L’AI ha una memoria vastissima, ma non pensa: i suoi risultati rimangono elaborazioni di pattern, mentre l’essere umano pensa anche grazie alla capacità di dimenticare, di deformare il ricordo in sogno, di trasformare l’esperienza in racconto. È questo spazio di “assenza di logica”, di omissione, di libertà creativa che genera arte.
Perciò, nell’evoluzione dell’identità visiva, vedo un’integrazione: l’AI fornirà scorciatoie, varianti, ispirazioni, ma la parte umana resterà decisiva per sentire ciò che è adatto ai nostri simboli, alle nostre narrazioni. E trovo qualcosa di commovente nel fatto che, mentre tutto diventa più veloce e automatizzabile, l’arte continui a nascere da quell’alchimia irripetibile fra memoria e oblio, fra ragione e istinto, che nessuna macchina ora possiede e che non potrà possedere perché non ha vissuto la nostra storia, il nostro passato. In questo senso, il futuro dell’identità visiva non potrà che essere ibrido, un intreccio di calcolo e di cuore, in cui la tecnologia ci spinge a cambiare pelle di continuo, ma il senso più profondo rimane sempre un bisogno, tutto umano, di raccontare e riconoscersi.
Chi è Federica Rodella?

Federica Rodella è un’artista multidisciplinare e prompt designer con sede a Torino, che lavora all’intersezione tra arte, tecnologia e narrazione visiva . Con una formazione in filosofia e scrittura creativa , il suo lavoro esplora i confini tra linguaggio, immagine e percezione , fondendo elementi visivi realizzati a mano, generati dall’intelligenza artificiale ed esperienze interattive .










