Un viaggio tra filosofia, arte e tecnologia, dove Federica Rodella ci guida alla scoperta di come il linguaggio, l’archivio e l’intelligenza artificiale plasmino la sua visione creativa e il suo modo di interpretare il mondo

Un esempio concreto è stata la filosofia di Pierre Hadot, che descrive l’approccio  filosofico antico come un vero “esercizio spirituale” quotidiano, la filosofia è un  atteggiamento pratico prima ancora che teorico. Per me, questo si è tradotto in una  sorta di allenamento pratico continuo applicato all’arte, un porre domande continue. Ho  iniziato a creare giornalmente, per anni, in un flusso costante di domanda-risposta,  rendendomi conto di essere più interessata alle domande che emergevano piuttosto  che alle risposte. Questo è successo prima con la carta poi con l’AI.  

Il mio processo segue alcune fasi precise: Accumulazione dove conservo parole  inventate, frammenti sonori, immagini e output AI che non so ancora come userò. Li  metto in una sorta di archivio personale, come se ognuno potesse un giorno  “chiamarmi” a creare qualcosa di nuovo. Stratificazione quando trovo un filo  conduttore — o quando una suggestione emerge — inizio a sovrapporre questi elementi,  fisici e digitali, fino a formare un magma di segni. A volte, l’AI contribuisce con soluzioni  inattese, cercando di interpretare il mio “linguaggio immaginario” e generando output  che mi spiazzano (e spesso mi divertono) Sottrazione tolgo ciò che mi pare superfluo,  creo vuoti perché lo sguardo possa trovare un equilibrio tra l’assurdo e il logico, tra  l’errore e la precisione Trasformazione: un dettaglio che sembrava insignificante può  diventare la chiave dell’intera composizione, oppure un frammento linguistico “errato”  può rivelarsi poeticamente incisivo. In questo passaggio, l’opera assume una forma, pur  restando aperta a nuove letture.  

Esiste un “dopo” che appartiene alla lettura soggettiva di chi osserva, e questo dà  all’opera la possibilità di rigenerarsi ogni volta. Tuttavia, non lascio l’osservatore del  tutto libero di vagare: esistono percorsi simbolici e suggestioni che cerco di costruire  nel collage, come una sorta di “mappa emotiva”. Certo, con il tempo tutto cambia e la  mappa si riscrive — nuovi riferimenti emergono, altri sfumano — ma l’idea è che l’arte  rimanga un gioco con regole flessibili, in cui io propongo indizi e chi guarda può  riconoscerli o trasformarli in altro.  

Questa dinamica mi ricorda alcuni racconti di Borges: ogni lettore ha in mano lo stesso  libro, ma ne farà una lettura diversa, e in questo senso riscrive il testo. Allo stesso  modo, nel mio lavoro, non esiste un unico sentiero: i simboli, anche se li ho scelti per guidare lo sguardo, possono assumere significati inaspettati a seconda del contesto,  del momento storico, e persino dell’umore di chi osserva.

In fondo, l’uomo è un archivio vivente: nel tempo raccoglie tutto ciò che lo colpisce — parole, immagini, esperienze e intreccia questi frammenti in forme nuove. L’AI fa qualcosa di analogo, anche se in maniera diversa: accumula enormi quantità di dati, tra cui anche cultura e storia. Mi piace questa idea di “specchio deformante”: se chiedo alla macchina di leggere materiali d’archivio senza contesto, lei li rielabora mescolando codici e riferimenti che non appartengono necessariamente all’epoca di origine. Oppure se invento un linguaggio può pescare chissà dove ma sicuramente qualcosa che mantiene una pertinenza con il contenuto. È un modo di rimettere in circolo la storia, di riassemblarla in maniera ironica per creare un contrasto che parli anche del nostro presente.


In questo processo, emergono due sentimenti per me fondamentali: l’inquietudine e l’ironia. L’inquietudine nasce dal constatare quanto la memoria sia fragile: ciò che crediamo “stabile” del passato si rivela cangiante, come se un lato onirico, prima nascosto, si mostrasse all’improvviso. Realizziamo quanto la memoria possa essere fragile e mutevole. Nulla è fisso, e ciò che pensavamo di conoscere del passato si trasforma in un racconto nuovo. L’ironia, che io trovo un atteggiamento molto umano sta nel nostro occhio, scaturisce dal trovarsi di fronte a cortocircuiti inconsueti, momenti di comicità involontaria o lampi poetici che l’AI, nel suo cercare pattern, finisce per generare inconsapevolmente. Questo dialogo fra serio e ludico, fra vecchio contesto e nuove prospettive, tende a svelarci molto di più sul nostro “oggi” che su ciò che è stato.
Dopo l’elaborazione della “macchina-inconscio,” intervengo manualmente: seleziono, ritocco, scombino ulteriormente con Photoshop o tecniche di collage digitale, lascio che emerga il mio di inconscio. Allo stesso modo in cui un essere umano rielabora nei sogni i ricordi e li proietta nel presente, anch’io “riscrivo” il passato, rendendolo fluido e mobile. L’archivio non è più un monumento fisso, ma un serbatoio di segni in continua metamorfosi, dove l’intelligenza artificiale e la mia sensibilità si intrecciano, aprendo spazi interpretativi più ampi. È un gesto che mi consente di interrogare il tempo che fu,
mantenendo uno sguardo ironico — e a volte inquietante — sul nostro adesso, come se riassemblare la storia fosse una strategia per capire meglio ciò che siamo oggi in base al modo in cui raccontiamo le nostre storie e leggiamo le nostre immagini.

In realtà, più che la presenza fisica in una determinata città o l’evento in sé, mi interessa  capire come le persone, in contesti culturali diversi, recepiscano o respingano il mio  lavoro e l’uso dell’AI. Ognuno porta con sé il proprio bagaglio di simboli e immaginari, e  quando questi incontrano i “frammenti” che propongo, si generano interpretazioni che  possono stupirmi. Questo scarto fra la mia intenzione iniziale e la reazione di chi  guarda, mi affascina enormemente. Mi diverte, per esempio, osservare come in un  certo contesto un simbolo possa essere colto con ironia, mentre altrove susciti  inquietudine o perfino repulsione. Non lo considero un fallimento: il dissenso o il rifiuto  sono occasioni per comprendere il perché di una reazione così distante dalla mia. In  fondo, è una versione in scala ridotta di come i simboli si muovono da una cultura  all’altra, assumendo sfumature diverse. Il fatto di “esporre” mi offre la possibilità di  raccogliere feedback, di vedere se e come un pubblico reagisce ai miei temi: è quasi un  breve dialogo fra la mia opera e chi la osserva. A volte si esaurisce in pochi istanti di  sguardo, altre volte, se siamo fortunati, si crea una comunicazione più profonda e  senza troppe sovrastrutture. Forse è la parte più interessante del mio lavoro: capire  come i frammenti delle mie opere possano incontrare i frammenti interiori di chi  guarda, producendo una scintilla di connessione..  

Quando mostro il mio lavoro in contesti diversi, noto anche come l’AI venga spesso  percepita come un oggetto politico: si sente parlare di propaganda, manipolazione,  persino di potenziale distopia. Per me, invece, l’AI resta innanzitutto uno strumento che,  senza un intervento e un’intenzione umana, produrrebbe soltanto un contenuto vuoto.  Ecco perché credo che ogni contatto con le persone influenzi la mia visione: vivo di  confronto, e lo strumento stesso che utilizzo, l’AI, si basa su una logica di scambio.  Trovo che accogliere punti di vista diversi sia infinitamente più ricco che chiudersi nella  propria prospettiva. Di conseguenza, non ho mai visto l’AI come un sistema chiuso ne  percepisco, piuttosto, l’altro lato: quello umano di cooperazione e comunità, un  potenziale luogo di incontro dove la macchina non fa che amplificare la nostra capacità  di creare e di scambiare simboli, emozioni, storie anche con il passato.  

Vedo l’AI come uno strumento che potrà alleggerire i processi creativi, lasciando più  tempo ai creativi per concentrarsi sui contenuti, sulle storie, sul senso profondo di ciò  che realizzano. Se la macchina agisce senza una guida umana, può produrre mostri —  ne è un esempio l’uso politico e manipolatorio che se ne fa, con output inquietanti e  privi di un’autentica empatia. Siamo noi, con la nostra sensibilità, a dover orientare l’AI  affinché generi qualcosa di davvero significativo. Certo credo che, se le macchine  dovessero evolvere al punto da creare un loro linguaggio, potremmo non comprenderle  più ma quel punto, produrrebbero contenuti pensati per loro stesse, e non per noi.  

Ma l’arte, in fondo, è un fatto profondamente umano, un atto di comunicazione fra  esseri che condividono emozioni, desideri, paure. L’AI ha una memoria vastissima, ma non pensa: i suoi risultati rimangono elaborazioni di pattern, mentre l’essere umano  pensa anche grazie alla capacità di dimenticare, di deformare il ricordo in sogno, di  trasformare l’esperienza in racconto. È questo spazio di “assenza di logica”, di  omissione, di libertà creativa che genera arte.  

Perciò, nell’evoluzione dell’identità visiva, vedo un’integrazione: l’AI fornirà scorciatoie,  varianti, ispirazioni, ma la parte umana resterà decisiva per sentire ciò che è adatto ai  nostri simboli, alle nostre narrazioni. E trovo qualcosa di commovente nel fatto che,  mentre tutto diventa più veloce e automatizzabile, l’arte continui a nascere da  quell’alchimia irripetibile fra memoria e oblio, fra ragione e istinto, che nessuna  macchina ora possiede e che non potrà possedere perché non ha vissuto la nostra  storia, il nostro passato. In questo senso, il futuro dell’identità visiva non potrà che  essere ibrido, un intreccio di calcolo e di cuore, in cui la tecnologia ci spinge a cambiare  pelle di continuo, ma il senso più profondo rimane sempre un bisogno, tutto umano, di  raccontare e riconoscersi.  

Federica Rodella è un’artista multidisciplinare e prompt designer con sede a Torino, che lavora all’intersezione tra  arte, tecnologia e narrazione visiva . Con una formazione in  filosofia e scrittura creativa , il suo lavoro esplora i confini tra  linguaggio, immagine e percezione , fondendo elementi visivi realizzati a mano, generati dall’intelligenza artificiale ed esperienze interattive .