
I concetti di abitare e
rapporto con lo spazio
Come si intrecciano la pratica del camminare e la concezione dello spazio nella tua ricerca artistica, e in che modo ciò riflette la tua esperienza autobiografica? Qual è l’impatto della distanza dal luogo d’origine sulla tua identità artistica?
La mia ricerca artistica si basa sui concetti di abitare e di rapporto con lo spazio attraverso il linguaggio performativo, in particolare il camminare, inteso come un tentativo di trovare un senso di appartenenza; in ogni azione che ho compiuto, sono andato alla ricerca di qualcosa: dell’identità, sia artistica che personale, mi sono sempre chiesto: Chi sono io? Il camminare è il medium che utilizzo per rapportarmi con lo spazio da vicino: attraverso il cammino traccio lo spazio, lo faccio mio, e in questo modo diventa la mia località, la mia “casa”. Tutto questo nasce dalla mia autobiografia: studente universitario che si rapporta con uno spazio imprevedibile, con tutte le sue sfaccettature e contraddizioni, la casa dello studente per esempio, da studente dell’Accademia e aspirante artista che attraversa un periodo di transizione, in cui deve confrontarsi con la realtà e capire cosa sta facendo. Dove collocarmi? Chi sono io? Dove sto abitando? Qual è la mia casa ideale? e dalla mia esperienza personale emergono i temi che racconto, la casa, l’identità, lo sradicamento e l’appartenenza cercando di renderli universali per tutti.
Quali sono state le ragioni che ti hanno ispirato a creare la performance “Colei che sta nel mezzo”, che approfondisce il tema dell’inclusione e del distacco dalle reti sociali? In quale contesto e con quali modalità si è svolta questa performance?
Quella performance è stata concepita in occasione della nona edizione di #ChiaveUmbra 2024, un’iniziativa organizzata da Palazzo Lucarini Contemporary (Trevi, PG) e curata da Maurizio Coccia e Mara Predicatori. L’evento prevede una serie di percorsi di trekking durante i quali gli artisti selezionati incontrano il pubblico, si confrontano con il paesaggio olivato umbro e realizzano azioni performative e/o interventi site-specific. Nel mio caso, l’azione consiste nel trascinare una rete per la raccolta delle olive lunga 5 metri di spalle durante il percorso a Bevagna (PG) il 9 novembre 2024, insieme ai curatori, agli altr* artist* (Francesca Chiola e Sara Dias) e al pubblico partecipante al trekking.
Le ragioni sono le seguenti: nelle mie performance, oltre alla camminata, ho utilizzato degli “oggetti – feticcio” per sottolineare alcuni temi ricorrenti; ad esempio, la valigia è stata impiegata per raccontare lo spostamento e l’abitare, in quanto simbolicamente contiene quel pezzo di casa che ci portiamo dietro e reinsediamo in un ambiente nuovo. Nel caso della rete, grazie a un confronto con i curatori, ho riflettuto sullo spazio come contenitore di “reti sociali”, ovvero il contesto in cui ognuno di noi vive e, a volte, subisce. Lo spazio che ci contiene (una casa, un quartiere, una città) può prendersi cura di noi, ma spesso ci disorienta, rendendo difficile l’adattamento. Di conseguenza, si finisce per volerne uscire o, al contrario, si sopravvive adattandosi, cercando di rapportarsi a quel contenitore e, possibilmente, di modificarlo. Questa riflessione è nata dalla suggestione della raccolta delle olive, con le reti distese a terra, e dalla fatica del trasporto di quelle reti, pesanti e ingombranti. Camminare trasportando con fatica questa rete, in questo senso, diventa metafora del rapporto faticoso con lo spazio, un dialogo costante tra resistenza e adattamento.
Maurizio Coccia, riflettendo sulla tua pratica artistica, fa riferimento a “oggetti-feticcio” come la valigia e la macchina da scrivere. Come scegli gli oggetti da riqualificare concettualmente e come decidi l’ambiente in cui ri-contestualizzarli?
Ho introdotto la questione degli oggetti-feticcio nella risposta precedente, parlando della rete per la raccolta delle olive utilizzata durante la performance a Bevagna (PG). Nel caso della valigia, invece, ci sono due motivi: uno universale e l’altro personale e autobiografico.
Innanzitutto, la valigia è un simbolo molto efficace e immediato quando si parla di viaggio, di spostamento da una casa all’altra. Rappresenta anche l’abitare, essendo un contenitore di elementi che ci riconducono alla nostra quotidianità: vestiti, lenzuola, asciugamani, strumenti per l’igiene personale, ma anche quegli oggetti cari a cui difficilmente rinunciamo e che ci accompagnano nel nostro cammino.
In chiave autobiografica, la valigia è legata al mio trasferimento a L’Aquila per l’inizio del secondo e ultimo anno del biennio all’Accademia di Belle Arti. In quel periodo, dovevo prendere possesso di una stanza in un alloggio per studenti, ma ho rischiato di rimanere senza un tetto a causa di un grave disservizio da parte dell’ente regionale per il diritto allo studio. Il primo mese è stato molto stressante: oltre al ritardo della stanza assegnata pronta per l’uso, c’è stato anche un ritardo nell’erogazione della borsa di studio. È stato in quel periodo che ho riflettuto profondamente sul concetto di abitare, su cosa significhi veramente “casa”, e sulla fatica di vivere in un luogo pieno di imprevisti. La valigia, in particolare, è legata a un episodio in cui, in un momento di rabbia e disperazione, l’ho scaraventata a terra, rischiando di romperla. Tuttavia, ci è voluto molto tempo per trovare la modalità giusta per realizzare azioni performative con la valigia e alla fine, ho scelto di camminare portandomela dietro, trascinarla, abbracciarla, sedermici accanto, aprirla e tentare di entrarci, a volte spingerla. Anche gli spazi in cui opero non sono casuali: prediligo posti abbandonati e luoghi incompiuti, oppure spazi transitori, di passaggio. Questi spazi liminali, che attendono una loro identità e funzione (nel caso di quelli abbandonati o incompiuti), riflettono il tema della mia ricerca: la casa da abitare, intesa come identità e appartenenza. Una ricerca che è sempre sofferta, faticosa. Interagire con la valigia è un’esperienza dolorosa, perché mi chiedo: quanto dura questa ricerca della casa? Quanto dura l’attesa che uno spazio abbandonato possa emergere con una sua identità e funzione?
Nel caso della macchina da scrivere, cercherò di essere breve, magari approfondendo meglio l’argomento nella parte podcast. A differenza della valigia, che implica la ricerca di uno spazio da abitare metaforicamente, la macchina da scrivere è stata utilizzata per raccontare la perdita e lo sradicamento. Questo è avvenuto attraverso un video di un’azione performativa in cui percorro uno spazio pubblico portando tra le braccia una macchina da scrivere Olivetti Studio 44, accompagnata da fogli battuti a macchina con una serie di frasi ripetute in maniera ossessiva. Queste frasi, che declamo in un audio registrato e montato fuori sincrono durante il montaggio del video, sono: “Ho perso la mia valigia”, “Sto cercando la mia valigia”, “Sto cercando di scrivere qualcosa per ritrovare la mia valigia”. Il ritmo delle frasi segue quello frenetico e a volte scoordinato dei tasti della macchina da scrivere. L’ispirazione per questa azione deriva da una suggestione tratta dal film Shining di Stanley Kubrick, in particolare dalla scena in cui Jack utilizza la macchina da scrivere, con la frase ripetuta “Il mattino all’ora in bocca” (nell’adattamento italiano del film). Attraverso questa performance, metto in atto una disperata e ossessiva ricerca della valigia, utilizzando la macchina da scrivere come un possibile mezzo per ritrovarla. Metaforicamente, l’ossessione delle frasi ripetute fino alla follia riflette l’idea di perdere la propria casa e identità, ritrovandosi “fuori luogo”, spaesati e confusi in uno spazio privo di punti di riferimento. La macchina da scrivere, in questo contesto, diventa un tentativo disperato di trovare quel punto di riferimento, rappresentato simbolicamente dalla valigia perduta. Questo tema trae spunto anche da un episodio autobiografico: quando atterrai all’aeroporto di Cagliari proveniente da Roma-Fiumicino, la mia valigia più grande non era stata imbarcata in stiva. Fortunatamente, riuscirono a recuperarla due giorni dopo.
In che modo il dialogo evocativo di “Waiting face a washing machine”, ambientato nell’intimità di una lavanderia, si combina con l’esperienza di attesa e trasformazione di “Waiting at the gate” per esplorare le sfumature dell’identità e dell’appartenenza nella società contemporanea?

Entrambi questi lavori pongono il tema dell’attesa e del trovare il proprio abitare ed entrambi prendono spunto da due soglie che sono luoghi di attesa in tutte le sue caratteristiche, in Waiting Face a Washing Machine il luogo d’attesa è lavanderia e l’attesa è quella dei panni puliti e asciutti, in Waiting at the Gate è l’attesa che precede la partenza in aereo al gate dopo i controlli dei bagagli ed entrambe queste suggestioni, sempre partendo dall’autobiografia, mi permettono di raccontare l’attesa che ci vuole per ottenere il proprio spazio da abitare, la fatica nel collocarci nel proprio contesto, lo spaesamento nel trovarsi senza certezze perché magari si è senza un appoggio e garanzie, metaforicamente l’attesa dei panni puliti è l’attesa di risposte concrete al bisogno di avere una casa e un letto, necessità indiscutibile, e nella performance fatta alla lavanderia LAVAPIU a Teramo sempre in un evento curato da Maurizio Coccia,
ho utilizzato come partitura proprio la mia corrispondenza email tra me e l’ente del diritto allo studio abruzzese dove chiedevo risposte sia su quando la casa dello studente sarebbe stata pronta per essere abitata, sia per l’erogazione della borsa di studio che non arrivava, e questa corrispondenza la declamo proprio davanti all’asciugatrice in funzione, cercavo di creare un dialogo con quel macchinario che faceva il suo ciclo di asciugatura, non ricevendo altro che totale indifferenza e assenza di risposte, forse quei panni non verranno mai restituiti asciutti oppure si, ma i tempi di attesa sono lunghi, ecco anche in quel lavoro uso un oggetto – feticcio che è proprio l’asciugatrice trasformandola in un interlocutore passivo che non ascolta chi chiede e pretende risposte non ricevendole.
L’attesa nel secondo lavoro è un po’ differente, li invece di aspettare agisco, mi metto in cammino, vado alla ricerca di quello spazio, interagisco con esso, cerco un dialogo e soprattutto, mi porto dietro la valigia per posizionarla nello spazio che andrei ad abitare, se nel primo è l’attesa di risposte, nel secondo l’attesa si trasforma nel cammino per trovare la propria identità e appartenenza in un contesto dove sembra quasi che più si uniforma lo spazio abitato, più si toglie il modo in cui lo spazio è stato designato dal suo abitante, facendolo diventare un numero da collocare, un essere lobotomizzato che non ha un’identità e che non gli è concessa di costruire la sua identità nello spazio abitato.
Quali sono le tue principali fonti di ispirazione al di fuori del campo artistico? Ci sono libri, film o altri artisti che hanno avuto un impatto significativo sul tuo lavoro
Ce ne sono molti di artisti e autori che fanno parte della mia pratica artistica, guardo molto il cinema ad esempio, un po’ i classici e un po’ i contemporanei, adoro il cinema di Ari Aster, una novità quando ha girato Hereditary e Midsommar riscrivendo e riportando l’horror ad un linguaggio autoriale, non solo di jump scare e mostri ma solo ponendo allo spettatore ad affrontare delle vere e proprie paure, quelle delle incomprensioni, dell’impossibilità di comunicare, essere rifiuto e disgusto agli occhi degli altri, l’horror in Ari Aster e mettere a nudo delle verità profonde e oscure che non siamo in grado di affrontare oppure non vogliamo affrontare. Il secondo lungometraggio mi ha parecchio influenzato poi nel mio lavoro artistico, questa, diciamo, ossessione di cercare una casa o una città che si prenda cura di me, la città la vedo come una persona, un genitore, o un amic3 che ti sta dietro, ti coccola, ti aiuta, invece non sempre è così e le cose sono due, ci si perde l’orientamento ma si va incontro ad un esito poco piacevole, oppure ci vuole spirito di adattamento e reagire a questo rapporto complesso con il conteso, la casa, la città;
Dani, la protagonista di Midsommar secondo me ancora non è riuscita a ritrovarsi e si è persa; sempre rimanendo sul tema vorrei citare The Truman Show di Peter Weir, non dimentico la frase finale di Truman “caso mai non vi rivedessi, buon pomeriggio, buona sera e buona notte” come quel tentativo di reagire e cambiare, non vivere più in un mondo bellissimo ma finto ed esplorare finalmente quel mondo, che si potrebbe essere terribile oppure bellissimo, ma almeno è reale, sincero, onesto, ed imprevedibile, magari come la casa che cerco, sempre rimanendo sui film potrei dirti Lost in Translation (2003) di Sofia Coppola, che affronta il tema dell’estraniamento e del sentirsi inadeguati quando ci si sposta in un paese che non si conosce, a partire dalla lingua, inadeguati e perduti ma, ad un certo punto succedere poi di ritrovarsi, come succede ai protagonisti. Insomma concluderei con Christopher Nolan, uno degli autori importanti nel cinema nell’età contemporanea, ma non per questo un grande autore, diviso tra quello che vuole accontentare chiunque e quello riconducibile ad uno stile e temi precisi, come il tempo o una narrazione non lineare e complessa, l’umanità e la sopravvivenza e gli scrupoli morali di ogni protagonista.
Del suo cinema sono rimasto influenzato da Following, l’opera prima di Nolan, The Prestige, Interstellar e Dunkirk, questi ultimi due forse hanno avuto un impatto significativo nel mio lavoro, ed infine il cinema di Hayao Miyazaki, in particolare Principessa Mononoke (1997), qua si torna alla casa e all’appartenenza e alla lotta di sopravvivenza, la possibilità che un’azione umana può influire drasticamente sul contesto, può distruggerlo, in Conan il ragazzo del futuro, serie animata del 1978, il mondo come lo conosciamo noi è quasi distrutto, ma alla fine, c’è sempre una possibilità di ricominciare da capo e costruire la propria città e la propria casa, forse bisognerebbe faticare molto per poterla trovare, non è forse così per Truman, Cooper, Dani, Conan e Lana, oppure per Ashitaka e San?
Ovviamente, tra gli artisti visivi che hanno avuto un impatto significativo sul mio lavoro ci sono Hamish Fulton, Ana Mendieta, Bas Jan Ader, Francesca Woodman e Sophie Calle. Se volessimo trovare degli elementi in comune, emergerebbe il rapporto tra il corpo dell’artista e lo spazio, inteso come mezzo per ritrovare se stessi. Questi cinque artisti utilizzano il proprio corpo per relazionarsi allo spazio, modificarlo, manipolarlo o diventare un tutt’uno con esso. Il connubio tra arte e vita raggiunge, nei loro lavori, livelli impressionanti. Le camminate di Hamish Fulton, ad esempio, pongono una riflessione sull’essere in sintonia con la natura, da percorrere senza manipolarla. Fulton si concentra sull’esperienza diretta, che non può essere mostrata se non attraverso suggestioni, come immagini fotografiche o testi scritti.
Ana Mendieta, invece, essendo stata sradicata dalla sua terra d’origine, Cuba, fonda il suo lavoro sulla ricerca di un senso di appartenenza. A differenza di Fulton, Mendieta manipola lo spazio con il suo corpo, ancorandosi il più possibile al terreno. Le sue Siluetas non sono altro che l’impronta del suo corpo sulla terra, una rappresentazione della casa perduta, di quel luogo che le è stato strappato.
Bas Jan Ader, con le sue cadute, il suo pianto e, infine, l’atto impossibile (purtroppo concluso in tragedia) di attraversare l’Oceano Atlantico in barca a vela nel 1975, esprime forse un forte senso di inadeguatezza, perdita di orientamento e ricerca di qualcosa di tangibile nello spazio che ci circonda. Questa ricerca è qualcosa che ritrovo anche nel mio lavoro e nella mia tesi, dove indago la fine di un percorso e l’inizio di un altro. Lo stesso tema emerge nell’opera fotografica di
Francesca Woodman, in cui il suo corpo è costantemente in relazione con lo spazio, specialmente quello intimo e domestico, spesso abbandonato. Woodman diventa parte integrante di questi ambienti, perché l’ambiente stesso è il risultato del connubio tra spazio architettonico e chi lo abita. Senza questa interazione, lo spazio diventa sterile, vuoto, privo della memoria di chi lo ha occupato. Un esempio emblematico è Les Dormeurs (1979) di Sophie Calle, un’opera fotografica in cui l’artista ha invitato quarantacinque persone a condividere otto ore di sonno nel suo letto, nel suo appartamento, per otto giorni. Tra i quarantacinque invitati, solo ventinove hanno accettato, condividendo così lo spazio privato dell’artista, che, ogni giorno fotografava. Questo lavoro esplora temi come l’abitare, il rapporto con lo spazio, la condivisione collettiva, l’interazione con l’altro e la memoria che rimane impressa in quel luogo. La memoria dello spazio, in questo caso, è arricchita dalle presenze di chi lo ha abitato, sia l’artista che le persone invitate.
Chi è Davide Mariani?

Davide Mariani, nato a Cagliari (IT) il 3/10/1998. Nel 2022 si diploma in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Sassari. Attualmente vive a L’Aquila, frequentando il biennio specialistico Arti Visive all’Accademia di Belle Arti.
Operatore culturale presso l’Associazione SUONA di Serrenti. Il suo lavoro si avvale di molteplici approcci, tra cui il disegno, fotografia, installazione, video e la performance per indagare i concetti sulla perdita e lo sradicamento, l’abitare e il rapporto con lo spazio e sul camminare come pratica estetica. Ha partecipato a varie residenze d’artista tra cui il Contemporary Festival di Arte e Avanguardia VIII Edizione, ideata da Roberto Follesa e curata da Maurizio Coccia presso lo spazio pubblico di Donori (Cagliari – IT) nel 2023, Trameuropee, interscambio tra Italia e Macedonia del Nord a cura dell’associazione Ottovolante Sulcis col patrocinio di MAECI (IT – MK) a Skopje in Macedonia del Nord nel 2022 e due Summer School presso il Museolaboratorio Ex Manifattura Tabacchi a Città Sant’Angelo (Pescara – IT): Memoria e Progetto (2023) e Come un’interpretazione (2024) curate da Maurizio Coccia e Enzo De Leonibus, ha partecipato alla performance collettiva Collezione Impermanente di Lucia Bricco e Myriam Laplante in collaborazione con Elena Bellantoni e David Zerbib in occasione della quarta edizione del festival Performative04 presso il Maxxi L’Aquila (2024).




