LA SEDIA COME IDENTITÀ: Giovanni Trimani e il progetto “Assedia” di Benedetta Contu
La mostra di Giovanni Trimani, in corso fino al 4 giugno 2026 presso la sede romana di CBA Studio Legale e Tributario e curata da Velia Littera, rappresenta la più ampia sintesi del progetto Assedia, sviluppato dall’artista a partire dal 2016.

Il titolo del progetto nasce da un’osservazione spontanea della curatrice Francesca Bogliolo, che si dichiarò “assediata” dalle opere nello studio dell’artista. Da questa intuizione prende forma un gioco linguistico tra “assedio” e “sedia”, elemento cardine dell’intera ricerca. L’origine concettuale del progetto risale a una poesia scritta da Trimani nel 2016: Ci sei ancora, che si apre con versi emblematici:
C’è una sedia,
c’è una stanza,
le stanze sono luoghi chiusi,
sono attese circondate,
sono urla che premono per essere libere.
In questi versi emergono già i nuclei simbolici destinati a strutturare l’intero lavoro: la sedia come presenza silenziosa, la stanza come spazio interiore, l’attesa come condizione esistenziale.

Nel corso della serie, la sedia viene progressivamente scomposta e rielaborata nelle sue molteplici possibilità formali. In alcune opere resta riconoscibile mentre in altre perde la propria anatomia, si deforma, si frammenta o assume configurazioni sospese, quasi fluttuanti nello spazio della rappresentazione.
In numerosi lavori, inoltre, la sedia diventa contenitore di spazi interiori: al suo interno compaiono stanze, finestre, ambienti domestici. Si tratta di metafore dei luoghi invisibili custoditi da ciascun individuo. Pensieri, ricordi ed emozioni trovano così forma simbolica in un oggetto quotidiano.
Accanto alla dimensione intima, la sedia assume anche una valenza esistenziale e politica. Diventa metafora della posizione che ogni individuo occupa nel mondo: il posto che scegliamo o che ci viene assegnato, il ruolo che decidiamo di assumere, la visibilità o l’invisibilità che accettiamo. In questo senso, l’allestimento della mostra acquista un valore particolarmente significativo. Una delle stanze principali è dominata da un lungo tavolo che si impone come potente immagine simbolica: ogni sedia disposta attorno ad esso diventa possibilità, scelta, ruolo. Sedersi significa esporsi, prendere posizione, definire la propria presenza all’interno di una relazione.
Un episodio emblematico di questa dinamica, come racconta l’artista, è il cosiddetto Sofagate: durante un incontro diplomatico, alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen non venne riservata una sedia, contrariamente a quanto accadde per il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e per il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. Un gesto apparentemente minimo, ma capace di rendere visibili relazioni di potere e dinamiche di riconoscimento.
La centralità simbolica della sedia emerge con maggiore evidenza se si considera la sua storia nella cultura occidentale. Nell’antica Grecia, le sedute con schienale erano riservate alle figure di autorità, mentre la popolazione comune utilizzava panche o sgabelli. Anche nel Medioevo la sedia restava un privilegio: nelle grandi sale dominavano sedute collettive, mentre una singola sedia era destinata al padrone di casa. Solo tra XVII e XIX secolo, con l’evoluzione degli spazi domestici e della produzione industriale, la sedia personale diventa un oggetto diffuso.

Il processo creativo di Trimani si muove tra progettazione e intuizione. Non sempre realizza studi preparatori diretti: talvolta realizza schizzi dettagliati che vengono rielaborati mentalmente durante l’esecuzione. La tecnica è interamente manuale e si sviluppa attraverso una stratificazione di sei o sette passaggi, prevalentemente in acrilico su tela o su legno.
Accanto alla pittura, un ruolo significativo è svolto dalla scultura, in particolare dal lavoro con il ferro. Fin da bambino ha avuto fabbri in casa e ha così sviluppato una naturale familiarità con la saldatura, imparando a unire elementi metallici per creare nuove forme. Questa competenza, inizialmente applicata a contesti tecnici, si trasforma progressivamente in linguaggio artistico. Non a caso, uno dei riconoscimenti più significativi che ricorda sorridendo proviene da un saldatore: «le tue opere non le capisco, ma le saldature sono fatte bene».

Un passaggio rilevante nello sviluppo del progetto si verifica nel 2017 con l’introduzione della figura del Chairman. Si tratta della sagoma di un amico dell’artista, scelta per evitare una rappresentazione autoreferenziale. Il termine Chairman introduce un’ ambiguità semantica: da un lato indica il presidente, dall’altro suggerisce l’idea di un “uomo-sedia”. Nelle opere il Chairman interagisce con la sedia in molteplici modalità: la cavalca, la attraversa, vi si inserisce. Paradossalmente, quasi mai vi si siede davvero. Ciò che interessa all’artista non è la posizione raggiunta, ma il momento in cui si intravede la possibilità di diventare qualcuno o qualcosa.
La mostra prende nome proprio da questo personaggio dalla posizione sbarazzina e si intreccia con altre serie come Nowhere Me / Now Here Me, costruita su un gioco linguistico tra assenza e presenza: “io da nessuna parte” e “io qui e ora”. Due condizioni opposte che, in realtà, riflettono la stessa domanda identitaria.
L’intera esposizione si configura come un sistema aperto, in cui ogni opera dialoga con le altre. Infatti, il lavoro di Trimani si sviluppa come un processo continuo, in cui anche un gesto minimo come un appunto scritto durante un momento quotidiano può diventare il punto di partenza di una ricerca estesa nel tempo.
Come suggerisce l’artista stesso, la sedia è in fondo un oggetto “egoista”: è una sola e appartiene a qualcuno. Rappresenta il posto che scegliamo o che ci viene assegnato. Ed è proprio nella tensione tra queste possibilità: sedersi, restare in piedi, prendere posizione o rimanere ai margini, che si definisce una parte essenziale della nostra identità.
- Benedetta Contu





