Allan Boccatonda sviluppa una ricerca pittorica centrata su forme organiche e strutture in trasformazione. Il suo lavoro si muove attorno a processi di crescita, stratificazione e equilibrio instabile, in un continuo dialogo tra gesto, controllo e accidentalità.
La mostra Solve et Coagula raccoglie opere in cui la pittura è intesa come processo aperto, più vicino a una logica evolutiva che a una costruzione intenzionale.

La forma non viene costruita.
Si genera.
In Solve et Coagula, la nuova mostra in apertura alla galleria Duçicontemporanea, Allan Boccatonda lavora sul confine tra caso e controllo, tra immersione ed emersione. Le immagini crescono come organismi vivi, seguendo processi lenti di stratificazione e trasformazione.
📍 Dal 14 febbraio al 7 marzo
🎉 Vernissage 14 febbraio, ore 17.30
🎟 Ingresso libero


D. Nei tuoi lavori parli spesso di forme organiche. Cosa intendi quando usi questa definizione?
R. Per me le forme organiche sono strutture vive, coerenti, che sembrano in espansione. Non mi interessa imitare la natura, ma avvicinarmi ai suoi processi: crescita lenta, accumulo, stratificazione. Le forme non sono soggetti isolati, ma parti di un organismo, qualcosa che sembra autocostituirsi.
D. Quanto conta l’idea iniziale nel tuo processo di lavoro?
R. L’idea iniziale è molto vaga. Di solito parto da una struttura essenziale, un’ossatura. Non è un progetto preciso, è più una direzione. Poi l’immagine viene attraversata da gesti rapidi, impronte, interventi immediati. È una fase breve, istintiva.
D. Che ruolo ha il caso in questa prima fase?
R. Il caso è un innesco, non un fine. Serve a mettere in moto il processo. Da lì l’immagine può svilupparsi oppure no. Non tutto è recuperabile. A un certo punto si capisce se il dipinto ha imboccato una direzione vitale o se si è irrigidito.
D. Come riconosci quando un lavoro non funziona più?
R. Quando l’immagine diventa artificiosa. Succede quando c’è una discrepanza evidente tra quello che nasce in modo non completamente intenzionale e l’intervento razionale successivo. Se l’intervento appare forzato e si percepisce la fatica del fare, allora l’equilibrio è compromesso.
D. Dopo la fase iniziale cosa accade?
R. Subentra un secondo momento, più lento e riflessivo. È fatto di velature, rifiniture, lavoro sull’atmosfera complessiva. È un tempo graduale, quasi geologico. Ma non deve sovrastare la prima fase. Il gesto iniziale non va cancellato.
D. Le tue immagini sembrano collocarsi spesso su un confine. È una scelta consapevole?
R. È una condizione che emerge. Le forme non sono mai completamente definite e stanno spesso al limite della figuratività. C’è un equilibrio precario tra figura e sfondo, tra immersione ed emersione. Questo equilibrio instabile è una condizione generativa, mantiene aperta la lettura.
D. Come descriveresti il rapporto tra figura e sfondo nei tuoi lavori?
R. È un rapporto osmotico. Non c’è separazione netta. C’è scambio, contaminazione, continuità. Figura e sfondo si includono a vicenda, non entrano in conflitto.

D. Possiamo dire che la tua pittura resta sempre legata alla figurazione, e che si interessa del suono?
R. Non mi interessa un’astrazione totale. Anche quando l’immagine è instabile, resta un rapporto con volume, ombreggiatura, descrizione. In questo senso sento una vicinanza con il linguaggio musicale: astratto, ma strutturato. C’è improvvisazione, ma anche composizione.
D. In che modo questo dialogo con la musica entra nel tuo lavoro?
R. Nei titoli, ma soprattutto nell’idea di struttura. Come nella musica, ci sono movimenti distinti che convivono. La pittura diventa uno spazio interpretabile, non chiuso, dove la forma resta sempre, in qualche modo, vivente.




