Il percorso dell’anima, nel mito, nella fiaba, a ritroso fino ai riti iniziatici primitivi, ha spesso come passaggio necessario il bosco. Qui l’anima esce fuori dal Sé, si aliena per diventare (o incontrare) qualcosa di più vicino alla natura, una bestia selvatica. Simbolo di questo rito di passaggio è molto spesso il lupo.

Il lupo dà forma ad una perdita identitaria, una crisi esistenziale, una transizione dall’ingenuità alla consapevolezza, una ricerca di senso. Il momento in cui esce allo scoperto è il crepuscolo, fragile momento di passaggio tra luce e buio, il lykophos greco, la “luce (phos) del lupo (lyko)”, il preludio delle tenebre che avvolgono la coscienza. Selvaggio, sordo alle leggi dell’uomo, il lupo è temuto sia da solo che in gruppo. Vorace e sensibile alle vibrazioni dell’ambiente, rimane schivo, proteggendo con forza la propria autonomia e il proprio branco, come feroce espressione dell’impenetrabilità della natura. Misterioso, è stato trasfigurato nei racconti, nel mito e nella lirica come -ingiusta- allegoria delle qualità umane più negative: cupidigia, opportunismo, cattiveria, prevaricazione. La lupa della Commedia è emaciata ed affamata, l’avarizia agli occhi di Dante. Il lupo di Perrault, in alcune letture psicoanalitiche, è metafora di un violentatore; il filo che lega il lupo alla voracità sessuale si dipana nelle culture precedenti alla Roma antica, dove le sacerdotesse della Dea Lupa, la Madre Natura che nutriva uomini e animali, si chiamavano Lupe e praticavano riti propiziatori per la fertilità. Giovanni Verga, nella sua novella La Lupa, descrive una donna dai capelli corvini e selvaggi – il manto lupino – che vive un erotismo emancipato più vicino alle leggi di natura che a quelle umane.
Il lupo non è del tutto solitario come vuole il luogo comune: lo è da adulto quando caccia, o quando lascia il branco per formarne uno proprio. È diventato l’archetipo principale dello stato di natura per molti immaginari letterari, una scelta di pensiero alternativa alle convenzioni sociali, in continuo contrasto con l’anelito alla bellezza, all’arte e a tutto ciò che è più “umano” che ferale, come Il lupo della steppa. Inquieto e imborghesito, Harry Haller non sa se seguire la propria indole solitaria e disincantata o se cedere a ciò che ci si aspetterebbe da un uomo colto, posato e rispettabile come lui, integrarsi in una società civile arida, ipocrita e banale. Ricerca la conciliazione degli opposti, un equilibrio, non una scelta esclusiva: è pur sempre un uomo, che «percorre un ponte stretto tra Natura e Spirito».

Come animale totemico di streghe e sciamani, il lupo è una guida per riscoprire gli istinti ancestrali e incanalare i propri desideri in esperienze di riscoperta e sublimazione nell’arte, come suggerisce il saggio Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estès. Per l’autrice, il lupo è antitetico più con la donna che con l’uomo: volgendo lo sguardo al passato, il controllo sociale concretizzato nella negazione del lavoro e dei diritti, oltre che un certo stile di vita molto sedentario e domestico, hanno contenuto per secoli la libertà fisica, espressiva e caratteriale della donna. Al punto che scegliere di vivere fuori dai limiti e dagli schemi, dare sfogo ai sentimenti, alla rabbia, alla frustrazione, o anche solo mostrare un’indole indipendente, da lupa, era inaccettabile, e spesso l’esito infelice era appunto una “chiusura”, una prigionia fisica e mentale, nei conventi, negli ospedali, in casa, sotto l’autorità maschile.
Poiché esiste anche una sua controparte più rassicurante e addomesticata, il cane, il lupo fa da specchio di tutto ciò che non appartiene alle ipocrisie e ai compromessi, simbolo di ciò che appunto non si fa contenere: può affezionarsi, può abitare un ambiente domestico, ma le radici dal bosco non si strappano, nasce libero e muore libero. Nostalgia di qualcosa di molto primitivo e intimo, se il serpente è l’animale guida della conoscenza intima e viscerale, il lupo è l’espressione dell’abbandono selvaggio, un animale totem che traccia il sentiero per l’humus più fertile e allineato ai propri istinti e bisogni ancestrali, in armonia con gli elementi naturali.
Ma il lupo vive anche in mezzo agli umani. È il solitario, l’umbratile, l’estraneo alla politica ma di fatto il rivoluzionario, chi ha il coraggio di seguire il proprio sentire, romantico, come un certo viandante sul mare di nebbia. A volte è temibile, quando la natura prende il completo sopravvento sullo spirito, diventando licantropo. È il lupo, la bestia, che protetto dalla Luna Piena esce allo scoperto e prevarica il Sé umano, etimologicamente – lyko sopra antropo – e fisicamente. Animus passionale maschile, l’Eros di Apuleio, quando non accoglie più la sua forma umana è l’epilogo, non sempre lieto, di una forte solitudine selvatica. Ma, in alcune storie, l’energia quieta dell’amore umano lo riconcilia con la sua parte perduta, l’Anima femminile, Psyke. Un’unione che abbraccia l’opposto dentro di sé e nell’altro da sé (La Bella e la Bestia).
Fiorella Cogliandro





