Schivo, silenzioso ed ombroso, non addomesticabile. Sul serpente si è costruito l’archetipo dell’ambiguità, di qualcosa che si muove sul confine tra il sopra e il sotto, che ha una lingua biforcuta, un dubbio tra bene e male. Ofidico è lo sguardo indecifrabile, dall’ etimo greco di serpente.

La sua tana è sottoterra, il sangue è freddo, la pelle secca. Come la parte più atavica dell’uomo, è legato all’organicità, alle viscere, la forma stessa di un serpente raccolto ricorda l’intestino. Quando compare in sogno, il suo messaggio è spesso legato a una trasformazione radicale del Sé. È anche metafora di una profonda forza intima che si manifesta sublimata nella creatività, a volte nella sessualità. La Kundalini, energia spirituale immanente in tutte le persone, è un serpente che dorme attorcigliato alla base dell’osso sacro che quando si risveglia risale piano fino alla sommità della testa, elevando la consapevolezza, il sentire profondo e la conoscenza, una disposizione d’animo che accoglie senza giudizio il Sé e l’Altro.
La Kundalini ha un movimento ascendente che porta alla conoscenza vera, ma il serpente parte dal basso, vive nel buio interiore: si possono scoprire informazioni scomode, ricordi sepolti perché spiacevoli, le brutture del mondo, la crudeltà intrinseca delle cose. Il processo iniziale della conoscenza alchemica, l’Opera al Nero, comincia dal sotterraneo, da ciò che non si vede ma inconsciamente si sente e proprio per questo è più difficile da sradicare. Il primordiale, l’emotivo, l’istintuale. La chioma di Medusa era fatta di sottili serpenti neri: i capelli si accostano al selvatico, alla pelliccia degli animali, alla forza ferina e agli istinti liberi; o anche ad un pensiero intrusivo, contorto come un serpentello, angosciante, che bisogna mutilare quando stringe troppo. Lo sguardo di Medusa uccide, come gli occhi del Basilisco. Un po’ si muore quando si scende nell’abisso interiore e si guarda il mostro, non si è più quelli di prima.
Invece l’Uroboro, il serpente che si morde la coda, è la possibilità di un’armonia eterna tra aspetti oscuri e selvatici con gli opposti più rassicuranti: la razionalità, la luce, l’anima – qualità più “umane”, anche se l’anima, come suggerisce l’etimo stessa, è propria sia degli uomini che degli anima-li: nelle tombe minoiche e micenee l’anima dei defunti era raffigurata in un serpente, nell’antichità greco romana l’associazione era fortemente sostenuta nei testi di Ovidio, Plinio il Vecchio, Eliano: « La colonna vertebrale di un uomo, quand’egli muore, tramutasi in serpente, principio vitale » -. L’Uroboro è l’unione dei contrari che danzano insieme in un ciclo vitale che si rinnova nell’eterno divenire, in cui la creatura trae nutrimento dalla propria energia vitale.

La traiettoria della spirale, in cui spesso viene rappresentato il serpente, simboleggia un ciclo potenzialmente infinito, che quindi non è solo verticale. L’energia non si crea né si distrugge. Si cambia pelle e si rinasce in nuova forma: la consapevolezza sancisce un nuovo ciclo vitale, in cui ciò che è stato si collega con ciò che è, in cui la creatura esiste perché si nutre di se stessa, del suo passato, per trarre forza nel futuro: ciò che è sotto, la materia, l’organicità, abbraccia ciò che è sopra: l’anima, i sentimenti.
Fiorella Cogliandro




