Invece l’Uroboro, il serpente che si morde la coda, è la possibilità di un’armonia eterna tra aspetti oscuri e selvatici con gli opposti più rassicuranti: la razionalità, la luce, l’anima – qualità più “umane”, anche se l’anima, come suggerisce l’etimo stessa, è propria sia degli uomini che degli anima-li: nelle tombe minoiche e micenee l’anima dei defunti  era raffigurata in un serpente, nell’antichità greco romana l’associazione era fortemente sostenuta nei testi di Ovidio, Plinio il Vecchio, Eliano: « La colonna vertebrale di un uomo, quand’egli muore, tramutasi in serpente, principio vitale » -. L’Uroboro è l’unione dei contrari che danzano insieme in un ciclo vitale che si rinnova nell’eterno divenire, in cui la creatura trae nutrimento dalla propria energia vitale.