Con i se e con i ma… nasce da questa zona di confine: il punto in cui due artisti si sono  riconosciuti nell’altro, non nell’altro da sé, ma nell’altra da loro — la nonna. Un rapporto intimo,  parallelo, fondativo, che ha dato origine a un processo artistico lungo e stratificato: il calco del  volto delle due nonne, applicato ai propri corpi, indossato non come maschera di occultamento  ma come atto di appartenenza. Diventare l’altra per essere più pienamente se stessi. 

Articolate negli ambienti di Studio con finestra un corpo di opere poliedriche e transmediali si  raccolgono in un racconto intimo ed eterogeneo: a quattordici fotografie analogiche di medio  formato (120mm), si affiancano opere pittoriche acquaforte, video, installazioni sonore e olfattive,  sculture e assemblaggi di objets trouvés che gli artisti hanno conservato e nella loro quotidianità.  Materiali e linguaggi diversi che convergono su un’unica domanda, lasciata volutamente senza  risposta. 

chimica, residuo di una luce che ha davvero toccato il soggetto. Non rappresentazione, ma  impronta. 

Al centro del progetto vive una tensione che non si risolve: quella tra chi è ancora qui e chi non lo  è più — o non nello stesso modo di prima. Anna, nonna di Venturi, sarà presente durante la  mostra in una pratica performativa silenziosa: cucire, con la stessa costanza e lo stesso ritmo di  sempre. Ida abita il progetto in modo diverso — nella traccia, nel calco, nel gesto che qualcuno  ha imparato a fare come lei lo faceva. Due forme di presenza che non si oppongono ma si  cercano, come cercano risposta tutte le assenze che non hanno avuto il tempo di diventare  congedo. 

La mostra non chiede allo spettatore di osservare da una distanza di sicurezza. Chiede qualcosa  di più esposto: di tornare. Di tornare a una voce specifica, a una frase sentita mille volte in cucina  o sul balcone, a un detto che sembrava banale e che invece è rimasto. Gianna T e Ricardo  Aleodor Venturi invitano chi attraversa le sette sale a fermarsi e ad annotare — su carta, nella  propria lingua, nel proprio dialetto — una frase che ricordano essere appartenuta alla propria  nonna. Frasi che non stanno in nessun archivio ufficiale, che non sono mai state tradotte, che  esistono soltanto nella memoria di chi le ha ascoltate abbastanza a lungo da assorbirle. 

Quello che si raccoglie, così, non è solo documentazione sentimentale. È la prova che la  trasmissione orale e corporea — quella di cui parla Connerton, quella che Schneider chiama il  repertorio contrapposto all’archivio — non è mai davvero interrotta. Vive, frammentata e plurale,  nei corpi e nelle voci di chi è ancora qui.