In questa uscita di Selvatici, Fiorella illustra lo Scorpione con l’illustrazione “Promenade à deux”
Ci sono testimonianze che raccontano un passato primitivo. Dei fossili viventi, custoditi da un guscio nero, silenziosi, piccoli ma resistenti e a volte pericolosi. Lo scorpione è stato uno dei primi animali ad abitare la terraferma, milioni di anni fa, ed è giunto quasi immutato nella sua struttura biologica, seppur i primi esemplari fossero di dimensioni notevoli ed abitassero solo in acqua, simili ad un ibrido tra aracnidi e crostacei.
La sua peculiarità principale è la coda affilata che stilla veleno, grazie a cui uccide le prede e si protegge dalle aggressioni di altri animali.
Questa caratteristica tanto temuta ha dato vita, fin dalle prime civiltà, a molte creature di fantasia degli immaginari mitologici, spesso il frutto di ciò che veniva esperito nella realtà e poi elaborato in chiave soprannaturale e divina: come i bassorilievi con gli uomini scorpione dell’Epopea di Gilgamesh, alati e armati di arco e frecce a sorvegliare le porte del Monte Mashu. Creature altissime e mostruose, che incutevano terrore ma non erano intrinsecamente crudeli, bensì guardiani del passaggio tra il mondo terreno e l’aldilà. Un ruolo simbolico che lo scorpione conserva in altre tradizioni successive.

La maggior parte degli scorpioni con un veleno mortale per l’uomo popola i deserti, e tra le primissime civiltà orientali, come gli antichi Egizi, il timore di essere punti accidentalmente era molto forte. Anche oggi lo scorpione, nonostante molte specie siano innocue per gli uomini, è tra gli animali più temuti. La parola stessa scorpione ha suono aspro, quasi cacofonico; evoca qualcosa di pericoloso fin dalla sua ipotesi etimologica, la radice greca skarp- e l’araba ʿaqrab, che provengono dai verbi ferire e tagliare.
Eppure, la paura e l’odio restringono lo sguardo, finchè non si soccombe proprio davanti a ciò che si teme di più. Nella ricerca di senso e significato alla vita e alla morte, i sacerdoti egizi non gettarono lo scorpione tra i mostri, ma lo accolsero tra gli Dei: Selket Hetyt, Colei che stringe la gola, che toglie il respiro, a volte tradotto anche come Colei che libera la gola.
Con un nome che ricordava gli effetti del veleno di questo animale, la paralisi, questa divinità guaritrice proteggeva dalle punture di insetto e vegliava sul sarcofago di Tutankhamon assieme a Neith, Nefti e Iside; di quest’ultima venne scritto il mito dei sette scorpioni inciso sulla Stele di Metternich.
In molte rappresentazioni Selket porta sul capo uno scorpione disarmato, più morbido nelle forme, senza pungiglione. Ciò che in natura era un pericolo, nell’equilibrio cosmico egiziano assumeva un suo posto nell’ordine delle cose, proprio come il serpente, il gatto, lo sciacallo.
Al confine tra magia, esoterismo e medicina naturale, nel linguaggio alchemico lo scorpione ha una potenza trasmutatoria. Assieme alla salamandra è simbolo dell’elisir, congiunto alla pietra filosofale.
Un animale al confine tra freddo (il gelo e il sudore freddo percepito dopo la puntura) e caldo (il veleno che produce infiammazione e febbre) e parte attiva nel compimento della Grande Opera: nelle specie più scure il guscio richiama il nero della Morte alchemica (Nigredo), ma è soggetto alla muta, simbolo della Trasmutazione e della Putrefazione (il Male che marcisce), e l’elisir è contenuto nel veleno, che porta a conclusione l’Opera e purifica la materia.
Nelle tradizioni successive, lo scorpione cambiò il suo significato simbolico, soprattutto in quella cristiana, in cui divenne espressione del peccato e dell’empietà che inganna i sensi quando si mimetizza tra gli uomini. «Quale Padre, se il figlio gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione?» (Luca 11,11-12) : nei territori della Palestina una specie di scorpione dal guscio dorato, per mimetizzarsi dai predatori, si arricciava su se stesso, ricordando la forma di un sassolino levigato simile ad un uovo, un falso simbolo di fertilità che celava il Male intrinseco.
Un Male che nelle lunghe riflessioni esistenziali dell’Idiota di Dostoevskij assomiglia ad uno scorpione o ad una creatura ibrida mostruosa, che agita i sogni del giovane Ippolit e incarna le sue angosce nichiliste. Un’aracnide dall’aspetto spaventoso, una creatura contro cui lotta «… la Bellezza che salverà il mondo» secondo il principe Myškin.
La bellezza e lo scorpione, o la bellezza nello scorpione. Nell’immaginario occidentale che attribuisce qualità umane agli animali, se il serpente rappresenta la seduzione calcolata, lo scorpione, da un’osservazione biologica priva di umanizzazione, è invece prudenza e forza autoconservativa.
È un animale schivo, che attacca solo per cacciare e per proteggersi, che vive di strategia difensiva e solo raramente aggressiva. La sua tana è al buio, in buche sotterranee da cui esce solo al crepuscolo per cercare cibo e riprodursi. Il suo guscio esteriore lo protegge non solo dai predatori, ma anche dalla disidratazione e dalle temperature elevatissime dei climi desertici. Sotto la luce ultravioletta, questa cuticola brilla di una luce azzurro-verde ed è talmente resistente che fossili di esemplari primitivi possiedono ancora dopo milioni di anni la stessa bioluminescenza a cui non si è riuscito a dare una spiegazione evolutiva.
Gli scorpioni sono quasi ciechi: non si orientano attraverso la vista, ma sono in grado di percepire gli spostamenti d’aria e le vibrazioni più flebili attraverso minuscole setole sparse sul loro corpo. Il rituale di accoppiamento è un lungo pas de deux dove maschio e femmina alternano lotta e riposo, pungendosi a vicenda, a volte restando immobili per ore stringendosi le chele, come se anche il corteggiamento usasse il linguaggio della prudenza più che del desiderio.
Le madri scorpione danno alla luce moltissimi piccoli, che fino alla muta sono completamente indifesi: per settimane, il dorso della madre diventa il loro unico rifugio, una corazza vivente prima ancora che imparino a sviluppare la propria. Vengono trasportati tutti sulla schiena e accuditi fino al raggiungimento della maturità, quando i corpicini molli si rivestono del guscio duro dopo la muta definitiva. La corazza in cui sono contenuti gli scorpioni è talmente spessa che nemmeno il pungiglione dei loro simili può penetrarvi, se non si insinua nelle uniche parti deboli. Quando lo scorpione viene rovesciato all’ingiù durante la lotta, con il ventre esposto, è come il guerriero che mostra il fianco: il momento di più alta vulnerabilità, il punto in cui la puntura dell’avversario è fatale.
Già gli alchimisti medievali, intrecciando medicina e alchimia, avevano intuito nello scorpione la perfetta congiunzione circolare tra vita e morte.
Per i paracelsiani «il suo veleno uccide i vivi e fa vivere i morti»: il doppio significato del pharmakon, insieme cura e veleno.
Le sue tossine sono oggi oggetto di studio per farmaci analgesici e alleati nell’osservazione delle cellule tumorali. Perché anche ciò che appare oscuro custodisce una possibilità di trasformazione e luce. Il veleno, la corazza, la stretta delle chele non sono soltanto strumenti di morte, ma anche il linguaggio della sopravvivenza di un animale piccolo e vulnerabile ai predatori più grandi.
Proprio la creatura che più si teme dimostra quanto fragile possa essere ciò che sembra pericoloso. Non un presagio di morte, ma di sopravvivenza custodita attraverso milioni di anni di evoluzione, in cui si è mosso silenzioso e prudente, restringendo le sue dimensioni e percependo il mondo prima di poterlo distinguere con lo sguardo: la prova che ciò che accade non si comprende soltanto con gli occhi, ma con le vibrazioni invisibili che lasciano tracce dentro di sé.




