
“Eadem Mutata Resurgo” è una rubrica di poesia di Tommaso Cimino.
Un piccolo prologo
Cosa vorrà mai dire, nel tempo di oggi in cui le poesie hanno le forme più varie, i versi seguono spesso liberamente il corso dei pensieri in lunghezze imprevedibili e si rompono andando a capo senza avere molte volte un ritmo loro riconoscibile, “poesia a spirale”?
Nel 2019, nei mesi dell’estate in cui rivedevo una mia raccolta (allora ed ancora oggi inedita: si intitola Diario di quaresima) di poesie tutte di 15 versi, endecasillabi, sciolti (dunque non rimati secondo schemi fissi) e ordinati variamente in strofe, un’espressione mi ronzava in testa col suo potere evocativo di un saggio anni Settanta – Lo struggimento della forma. Nulla di particolare; ma le mie poesie spesso nascono per concrezione da un’espressione (una “metafora ossessiva”, per dirla con Charles Mauron, padre della psicocritica letteraria, disciplina oggi forse dimenticata del tutto come il suo autore) che fa come il granellino di sabbia per la perla: le mie sono un po’ tutte scaramazze, bitorzolute e barocche come perle, ma va bene ugualmente.
Ragionando sui versi, sul comporre, sul ritmo e la struttura di una poesia, mi sono presto arreso a un caldo che obnubilava e suggeriva astrattezze – cosa mai buona, in poesia. Eppure un ritmo si era insinuato e richiamava a sé, più delle parole, l’alternanza di esse nella lunghezza dei versi.
11 sillabe, 7 sillabe: sono grosso modo la norma dei versi italiani più frequentati fin dalle origini medievali della nostra letteratura; “endecasillabi”, “settenari”, con i termini tecnici.
Ora: io mi arrovellavo sulle forme chiuse (ai sonetti ho dedicato la maggior parte dell’attenzione, e vi ho scritto un libro che è uscito nel 2026 per mettere alla prova le mie possibilità con questa struttura; ho praticato i madrigali, le strofe saffiche…) e quell’alternanza di 11 e 7 sillabe, per chi ha ancora un po’ di memoria della scuola, ha solo un nome – canzone. La forma più nobile, di certo la più ardua anche rispetto a quelle meccanicamente più complicate (la sestina su tutte), la struttura più difficile: insomma, un’arrampicata dell’ottavo grado per chi scrive, anche abitualmente, poesie.
Ho deciso che non avrei provato a comporre nella maniera tradizionale.
Alternando endecasillabi e settenari avrei cercato di creare un avvitamento, una treccia, una spirale lungo il testo, seguendo le dita della mano, dunque con una struttura di questo tipo (segmento le “dita” per maggior chiarezza): 11-7; 11-11-7; 11-11-11-7; 11-11-11-11-7; 11-11-11-11-11-7; 11-11.
A dirlo in maniera più compatta, indicando con E gli endecasillabi e con S i settenari, la struttura a spirale è E-S, 2E-S, 3E-S, 4E-S, 5E-S, 2E. Le trecce e le spirali e il fenomeno dell’entanglement, per il mio amore verso la matematica e le scienze, mi sono sempre piaciute; la spirale logaritmica in particolare, che resta sempre identica a sé dopo tutte le trasformazioni che possono esserle applicate.
22 versi: dunque una poesia certo non brevissima ma di ampiezza comunque contenuta, e che aveva il pregio (ai miei occhi) di avere questa struttura semplice e via via sempre più ampia e una coda per segnare la fine come un vero stacco con i due endecasillabi – quanto sia importante avere una coda in una poesia non sarà mai detto abbastanza, specie per quelli come me che provano a scrivere avendo in mente la ricerca della verità, dunque facendo filosofia in versi e non poesia eminentemente lirica (ma questo è un altro discorso che potrebbe essere approfondito in un diverso momento).
Ho iniziato perciò in quel momento nel 2019 a esplorare la forma, a vederne perciò lo struggimento; poi il richiamo imperioso del sonetto mi ha fatto concentrare tutte le energie, fino all’anno scorso 2025, quando mi sono dedicato alla revisione finale del mio libro di cui prima dicevo, interamente dedicato ai sonetti.
Oggi, alternando altre scritture più libere da un lato ed altre forme chiuse e brevi dall’altro (anzitutto il madrigale) sto scrivendo nuovamente nella forma di poesia a spirale.
Questi 12 componimenti (che vedranno in futuro la luce in forma più ampia rispetto alla breve selezione che qui presento) pongono problemi e soluzioni stilistiche su cui ragionare, sulla base della struttura iniziale chiusa.
L’equilibrio dei versi, tronchi o ipermetri, ad esempio, è più volte mostrato.
La scansione ed il raggruppamento in strofe, anche non coincidenti con le “dita” strutturali, sono in alcuni casi ordinati e separati, altre volte invece restano compatti; e qui infatti si dovrebbe affrontare la questione stilistica delle “spire”, che non sono semplici “strofe” rispetto alla struttura, rispetto al contenuto e rispetto alla sintassi del discorso linguistico prima e poetico poi.
La natura dei versi “spezzati” su due o più righe (principalmente, è chiaro, gli endecasillabi per evidenti ragioni di lunghezza, ma non esclusivamente essi) è stata altrettanto necessaria per la coerenza dello stile, e però pone ovviamente delle questioni interessanti.
La presenza o meno di un titolo, integrato col testo in quanto verso settenario; e la questione correlata riguardo la gestione delle “voci” interne al testo, l’allineamento tipografico di esse, il rapporto con gli incisi e le parentesi mi hanno incuriosito molto, e potrebbero generare delle discussioni quindi.
Una questione grandissima, infine, e che qui è posta in maniera operativa e ancor più problematica in un componimento, sull’uso espressivo della punteggiatura, in particolare delle virgole, mi ha posto un ragionamento sulla “musicalità implicita” del testo, anche senza affrontare il problema di una sua resa nell’oralità e perciò nella recitazione/interpretazione attoriale.
Lascio ai lettori il piacere (lo spero) della lettura e quello anche più grande del confronto, se vorranno.
Questa selezione ha già un suo carattere di compiutezza, per i rimandi interni fra i testi e la circolarità (meglio: la “spiralità”) dei motivi fra di loro, proprio perché la forma di un testo, che parte dal livello fonetico e lessicale e poi si sviluppa nel discorso e all’interno di un componimento, va necessariamente oltre verso l’orizzonte di quel testo più grande che è un’opera di poesia (o una carriera di opere o un sistema ancora più ampio e includente).
Anche queste sarebbero grandi questioni da affrontare: chissà se mai avverrà.
Chi è Tommaso Cimino?
Sono nato nel 1979, lavoro come insegnante di Lettere in un Tecnico Economico. Mi occupo di filosofia, scrivo, curo eventi culturali, dirigo una collana di saggistica. Ho pubblicato articoli di filosofia e critica letteraria e d’arte, alcuni libri di poesia e filosofia
