NOTTURNI di Marco Celentani a cura di Giulia Pontoriero | EtimoloWALK
NOTTURNI
MARCO CELENTANI
A cura di Giulia Pontoriero
Con il sostegno della Fondazione Filiberto e Bianca Menna e
dell’Associazione FigurAzioni
Inaugurazione: Venerdì 6 novembre 2026, ore 18:30
6 novembre – 21 novembre 2026
Associazione Culturale Lavatoio Contumaciale, Piazza Perin del Vaga 4, Roma

C’è uno spazio di sospensione in cui il suono smette di appartenere alla vibrazione dell’aria e la materia pittorica rinuncia alla certezza della forma. È quella soglia in penombra dove la visione non chiede di essere decifrata, ma attraversata.
Nel seminterrato delle storiche case popolari di T. Bruner e Mario De Renzi in piazza Perin del Vaga 4, dove nel 1974 Tomaso Binga (nome d’arte di Bianca Pucciarelli in Menna) e Filiberto Menna diedero vita al Lavatoio Contumaciale come rifugio di ricerca radicale e luogo d’incontro svincolato dalle logiche di mercato, prende forma NOTTURNI, mostra personale di Marco Celentani curata da Giulia Pontoriero. Realizzato con il supporto della Fondazione Filiberto e Bianca Menna e dell’Associazione Culturale FigurAzioni, il progetto espositivo offre allo spettatore una visione intima che intende la pittura come autentico “oggetto del pensiero”.
Ospitare Notturni negli spazi del Lavatoio Contumaciale significa innestare un dialogo profondo tra l’intima alchimia del gesto e un luogo storicamente vocato alla bonifica e alla risignificazione. Il Lavatoio – nato originariamente intorno al 1926 come presidio contumaciale per la disinfezione – si è trasformato da cinquant’anni in uno dei centri d’avanguardia e sperimentazione interdisciplinare più vibranti della capitale. Un luogo dove la memoria corporea, la poesia visiva e il rigore teorico si fondono, offrendo lo scenario elettivo per accogliere una pittura che è, a sua volta, rito, purificazione e passaggio.
Le sette opere in mostra, articolate in formati differenti, rifiutano la leziosità e il decoro superficiale per addentrarsi nella natura alchemica del pigmento. Attraverso disegni, colature e stratificazioni imperfette, Celentani sollecita la retina dell’osservatore, costringendola a un costante e misurato lavoro di calibrazione tra luce e oscurità, forma e dissolvenza.

Il percorso espositivo proposto dalla curatrice Giulia Pontoriero non intende offrire un’illustrazione a tema, bensì tracciare una vera e propria mappatura fenomenologica dell’atto del vedere. Il visitatore è invitato a compiere un viaggio concettuale guidato unicamente dai tratti, dalle colate e dai segni che stratificano la superficie della tela. L’immagine si discioglie, liquefacendo i propri margini in una gestualità che asseconda l’energia come flusso naturale, sottratto a qualsiasi arbitrarietà formale.
Il titolo e la genesi teorica della mostra attingono all’universo dei Notturni di Fryderyk Chopin. Svincolati dall’idea di mero componimento elegiaco o contemplazione idilliaca della notte, i Notturni chopiniani rappresentano una rivoluzione strutturale: nati dall’improvvisazione al buio, essi instaurano una tessitura in cui il registro melodico (il bel canto ornamentale) e l’impalcatura armonica sottostante si compenetrano fino ad annullare i propri confini.
Chopin non descrive la notte; ne incarna lo stato di coscienza, trasformando il tempo musicale in uno spazio fluido e cromatico. Analogamente, Marco Celentani prende le mosse da questa genesi per trasporla sul piano pittorico. Tra campiture scure e improvvisi affioramenti di luce, tra la comparsa accennata di figure flautiste (Verso il principio, il flautista) e campiture dove il pigmento cola rendendo palpabile la tensione interna del lino, l’artista sonda cosa accade allo sguardo quando cala la penombra.

In Notturni, la pittura diventa un dispositivo per interrogare la fenomenologia della percezione: un luogo di tensione dove l’immagine non è mai data una volta per tutte, ma si autogenera nell’incontro tra chi osserva e l’opera. Ciò che emerge non è l’oggettività della forma, ma il confine labile tra il chiaramente visibile e ciò che resta inespresso, interiore e astratto.
Come scrive la curatrice Giulia Pontoriero nel testo critico a corredo della mostra:
«Notturni si colloca esattamente in questo solco: non si offre come semplice e gradevole suggestione atmosferica o nostalgica elegia, bensì come una rigorosa indagine sulla natura dello spazio, del tempo e della percezione sottratta al clamore assordante del visibile. La notte, qui, cessa di essere mero dato naturale per farsi categoria politica ed esistentiale, territorio in cui l’opera si spoglia di ogni retorica ridondante per riconquistare una radicale nudità strutturale.»
Nell’architettura avvolgente del Lavatoio Contumaciale, la mostra invita il pubblico ad “ascoltare con gli occhi”. Segni che si assottigliano, bagliori rossi che si accendono nel buio e figure che affiorano a fatica per poi riassorbirsi nella materia pittorica compongono un percorso in cui ogni quadro non descrive un movimento, ma lo compie.
La mostra sarà visitabile fino al 21 Novembre su appuntamento.
6 novembre – 21 novembre 2026
Opening: Venerdì 6 novembre 2026, ore 18:30
Visitabile tramite prenotazione a questo link
Anatomia di uno spiraglio di luce
di Giulia Pontoriero
Tracciare le coordinate di una ricerca artistica contemporanea significa innanzitutto interrogarne il terreno d’origine e l’attitudine d’ingaggio. La scelta condivisa insieme a Marco Celentani, di voler utilizzare come luogo espositivo Lavatoio Contumaciale, fondato da Tomaso Binga (Bianca Pucciarelli Menna) e Filiberto Menna nel ’74 e progettato storicamente da Costantino Dardi, non è stato un semplice dettaglio né tanto meno un mero gesto di intromissione, quanto il desiderio di offrire allo spettatore una visione condivisa che possa essere coerente con il sentimento e gli ideali di questo storico luogo. Il Lavatoio è stato fra gli anni 70 e 80 uno spazio creato da artisti e intellettuali per artisti e comunità, che ha custodito le condizioni perché la ricerca accadesse, accogliendo ciò che il mercato escludeva, dalla pratica performativa di Binga (Parole da conservare, parole da distrugge, 1974) e alla poesia, fino alla videotape di Ettore Consolazione, InterVento sulla montagna (1982). Una gradinata a semicerchio, un palcoscenico, una sala piccola che stringe chi la abita in un’intimità inevitabile. La ricerca e la sperimentazione artistica non consiste semplicemente nella scelta di un medium alternativo, quanto nella restituzione di una percezione o di una visione differente rispetto a quello che è la tendenza contemporanea e attuale e per un pittore risiede nel stimolare fino ai punti più estremi la percezione visiva attraverso il disegno e il tratto.
Nel 1872 il pittore James Abbott McNeill Whistler scrive al suo mecenate, Frederick Leyland, di non poterlo ringraziare abbastanza per una parola: Nocturne. Il titolo veniva da Chopin, che Leyland amava, e con esso la pittura chiedeva alla musica il permesso di smettere di rappresentare. Whistler rifiutava l’idea che l’arte potesse sentirsi condizionata da narrazioni morali e didascaliche e considerava la pittura come mezzo e strumento di ricerca puramente estetica di armonia tra forme, colore e segno, ispirandosi proprio alla musica chiamando le sue opere “sinfonie”, “armonie” e proprio “notturni”.
Prima di essere una pagina, però, il notturno di Chopin è un gesto. Per Celentani la notte nella sua ricerca pittorica non è tanto oggetto tematico di ispirazione e rappresentazione, quanto piuttosto elemento contemplativo verso l’origine delle cose e la loro natura ontologica. È uno sguardo all’indietro rivolto verso la ricerca archetipa e autopoeietica della vita, dove il suo manto scuro e ignoto si rapporta al suo opposto: la nascita e la gestazione. Ciononostante, è difficile, se non riduttivo, trovare una definizione migliore di ciò che accade nella pittura di Marco Celentani, dove il segno è gesto e il colore ha natura alchemica. Il nostro occhio è predisposto biologicamente ad avere una visione di insieme puramente di gradienti e la pittura di Marco ci costringe ad aprire e socchiudere gli occhi in modo costante per poterli percepire. La relazione all’alchimia non è legata puramente ad una semplice visione spirituale o filosofica seppur facendone parte e di ispirazione, ma proprio nella modalità della sua pratica pittorica. Se osserviamo le sue opere più da vicino, in alcuni punti, il tratto di Celentani può apparire grezzo e sregolato, polveroso e disomogeneo, nascondendo, di contro, dietro alle sue molteplici stratificazioni, continui gradienti sfumati e spiragli luminosi. L’artista non si cura di quel senso di levigatezza e decoro estetico che l’opera può portarsi dietro, quanto piuttosto della continua alterazione visiva di cui l’osservatore è invaso dopo aver visto uno spiraglio di luce. Il suo immaginario è contrastato e coabitato dalla continua dicotomia degli opposti. La retina dei nostri occhi è portata seguire direzioni e percorsi non unici, dalla prima visione flebile di una forma regolare, alla liquefazione dei suoi contorni, dalla sfumatura policroma alla colatura verticale monocroma posti in terzi (Alla cascata, 2025).
C’è, in questa pittura, una componente quasi cupa e malinconica che la musica di Chopin conosce bene. Sul manoscritto del terzo notturno dell’op. 15 il compositore annotò «dopo una rappresentazione di Amleto»: Casella ritiene che non rimandi a una scena precisa, ma alla contemplazione del musicista di fronte alla tragedia. È la stessa forza spirituale che l’arte consegna a Celentani, e che nelle sue tele non diventa racconto: resta una presenza, una figura piccola davanti a una vastità scura, un fiato di musicista che attraversa il nero (Music Boy, 2022). Si pensi anche al secondo notturno dell’op. 37, concepito verosimilmente a Maiorca: Casella richiama il diario di George Sand, con la traversata notturna sul mare fosforescente e il canto di un marinaio. È nelle opere di Celentani che la luce che nasce dentro l’oscurità diventa canto che attraversa la notte: nessuno dei due è un soggetto, entrambi sono una condizione (La grande notte, 2024). Come nei notturni, dove un pezzo in maggiore può chiudersi di colpo in minore (accade nel primo dei due dell’op. 32), tutto qui poggia sulla presenza simultanea di opposti: chiaro e scuro, figurativo e astratto, la plasticità del pigmento e la sua dissolvenza (La freccia, 2022, Orizzonte notte, 2026). Nell’op. 48 n. 2 Chopin chiedeva, secondo l’allievo Gutmann, che i primi due accordi suonassero «come la volontà di un tiranno» e il breve disegno successivo «dolce e supplichevole»: due voci nello stesso respiro. Celentani, nelle sue opere, non scioglie questa tensione e non la spiega; la lascia convivere nel medesimo campo.
Il notturno, d’altra parte, è nato in un’altra stanza. Chopin scriveva per i salotti parigini, un pubblico d’élite in cui sedevano Liszt, Delacroix, Balzac, Heine, George Sand. Il Lavatoio è l’opposto per origine e per classe: un seminterrato in un complesso di case popolari, dove il Centro nacque dalle serate in casa Menna chiamate «la cena dei residui», in cui ciascuno portava un po’ di cibo e si discuteva tra amici. Eppure l’intimità è la stessa, e la stessa è la sua funzione: una stanza dove il suono, o l’immagine, si ascolta da vicino, in un ambiente curvo e avvolgente che racchiude come un grembo materno la visione flebile di un archetipo originario e primordiale come lo schiudersi di una nuova vita (il Nome,2026). Segno, colore e suono compaiono insieme fin dalla prima sera.
Il percorso immaginato per la mostra chiede a chi entra ciò che Chopin chiedeva ai suoi allievi: ascoltare con gli occhi. Le sette opere presenti nei suoi formati diversificati, vanno
seguite come tracce: un segno che si assottiglia, una colatura che scende, un lampo rosso che si accende e si spegne in un fondo quasi nero. Come in un notturno, la melodia si stacca dall’accompagnamento, la figura emerge a fatica dal buio e al buio ritorna, in quella che Casella, a proposito dell’op. 55 n. 1, chiama una «dissolvenza» sonora. Lo sguardo è invitato a pedinarla, tratto dopo tratto, fino a intuire che il dipinto non rappresenta un movimento: lo compie.
Notturni si colloca esattamente in questo solco: non si offre come semplice e gradevole suggestione atmosferica o nostalgica elegia, bensì come una rigorosa indagine sulla natura dello spazio, del tempo e della percezione sottratta al clamore assordante del visibile. La notte, qui, cessa di essere mero dato naturale per farsi categoria politica ed esistenziale, territorio in cui l’opera si spoglia di ogni retorica ridondante per riconquistare una radicale nudità strutturale.
Marco Celentani (Roma, 1997) vive e lavora a Roma. La sua pratica artistica ha origine da un’indagine intima sul rapporto tra materia e coscienza, sostenuta da un percorso di meditazione e studio delle tradizioni spirituali. È co-fondatore di Studio Orma, collettivo artistico e curatoriale con sede a Monte Verde. Le sue mostre personali e installazioni site-specific includono In questo mondo visibile (Mausoleo di San Lorenzo, Roma, 2023), Il Volto che avevamo (Alisma, Fara Gera d’Adda, 2023) e i progetti interdisciplinari Rachele e Peri Physeos realizzati in collaborazione con il musicista Lorenzo Minozzi presso Cosmo e Tever Art Gallery (Roma, 2024).





