Sicilia

Valentina Giua

Il femminile sacro in Antonia Pozzi

Il femminile sacro, insito nell’essere umano, sa sprigionare un’energia meravigliosa, tattile e febbrile. Può accostare immagini, suoni e parole fino a farne un tutt’uno nel meraviglioso mondo creativo della mente. Capita così che, a distanza di oltre un secolo, ci si trovi a leggere poesie antiche, nate e respirate in un’aria rarefatta, su vette solitarie come quelle di Pasturo; poesie che, quasi per gioco, hanno deciso di farsi trovare, ascoltare e cullare.

Vi è quel potere in alcune poesie, così magnetico, da far scaturire la visualizzazione mnemonica di altri campi artistici.  Leggendole, si forma un fotogramma atavico capace di trasportarci agli anni del primo Novecento. 

Ci si lascia così accarezzare dalle tinte vive e quasi innaturali, dalla forma e dall’immediatezza dei dipinti di Paul Gauguin, mentre si leggono le poesie di Antonia Pozzi.

È proprio nel Giardino innevato — olio su tela del 1879, conservato al Museum of Fine Arts di Budapest — che l’immaginazione si fa strada insieme alla lettura del Tempo di Antonia, datato 28 maggio 1935:

Mentre tu dormi

le stagioni passano

sulla montagna.

La neve in alto

struggendosi dà vita

al vento:

dietro la casa il prato parla,

la luce

beve orme di pioggia sui sentieri.

Mentre tu dormi

anni di sole passano

fra le cime dei làrici

e le nubi.

Il femminile sacro in Antonia Pozzi

A questo punto verrebbe da chiedersi quale componimento sonoro possa allietare quello spirito primordiale che ci governa, quando l’attenzione è stata catturata dal dipinto di Gauguin e dai versi di Antonia.

Sarà sufficiente ascoltare la compositrice Rachel Portman, con la colonna sonora da lei realizzata per il film “Grey Gardens” del 1975, e improvvisamente si avrà la reale percezione che il tempo e lo spazio non contino davvero, ma che siano condizioni forse mistiche e inspiegabili che si prendono gioco di noi da sempre.

Perché la curiosità ci spinge a volgere lo sguardo al passato, a sfogliare versi scritti negli anni Venti e Trenta del Novecento? Perché l’attenzione e l’attrazione verso Antonia Pozzi? I motivi di questo «sentire» così stretto sono molteplici.

A lungo il femminile sacro — inteso come archetipo della Dea, attraverso l’arte e l’immaginario — è stato messo a tacere dal contesto sociale di ogni epoca. Eppure, con forza, grazia e dolcezza, oggi come ieri, esplode come un dipinto, come una musica: prende forma, colore, tono. Antonia Pozzi rappresenta quel tipo di donna intraprendente, «selvaggia», «felina», che avrebbe voluto irrompere oltre i diktat del proprio tempo.

Il contesto sociale, però, era rigido e non le permise di esplodere come il giallo sfrontato delle tele di Van Gogh. 

La sua vita fu spesso travagliata, in netta contrapposizione emotiva con l’agiatezza e il conforto di una famiglia alto-borghese. 

Il padre, Roberto, era un avvocato di fama, gradito al regime; la madre, Carolina, detta Lina, Cavagna Sangiuliani di Gualdana, apparteneva a un’antica famiglia aristocratica; la nonna materna, Maria Gramignola, era nipote di Tommaso Grossi, scrittore e poeta amico di Carlo Porta e di Alessandro Manzoni.

I privilegi di cui Antonia poté godere — i viaggi in Europa, il teatro, la pratica di alcuni sport, l’amore smisurato per la montagna e per la fotografia — le offrirono un respiro libero e un porto sicuro per i suoi sentimenti. Eppure si trovò a lottare contro condizioni di obbedienza e di delusione, soprattutto davanti a un amore che non poté mai essere pienamente vissuto: quello, provato negli anni del liceo, per il suo professore di latino e greco, Antonio Maria Cervi. Fu forse proprio quell’amore la scossa maieutica che la avvicinò alla poesia. O forse fu la poesia a trovare fertile approdo nel grembo di una giovane donna fuori dagli schemi del suo tempo.

Sembra doveroso citare, seppur brevemente, una grandiosa Grazia Deledda, che fece del proprio femminile sacro, del proprio «sentire», la chiave della sua realtà. Non si fermò alla natura selvaggia e insieme delicata, comune anche alla Pozzi: seppe determinarsi come donna anticonformista, coraggiosa e forte, a dispetto di una realtà per lei ancora più avversa e dolorosa.

Anche Emily Dickinson visse la solitudine e la natura in modo simile ad Antonia e, come lei, non conobbe in vita un vero riconoscimento poetico. Alcune sue opere furono pubblicate, ma con modifiche imposte dagli editori. Solo dopo la sua morte la sorella scoprì nella sua camera centinaia di poesie, scritte su foglietti ripiegati e cuciti con ago e filo, raccolti in un fascicolo: solo allora videro la luce e poterono viaggiare nel tempo fino a noi.

Il padre di Antonia, dopo la morte della figlia, recuperò i suoi quaderni e ne trasse una selezione di poesie, da lui però profondamente revisionata prima della pubblicazione in un’edizione privata nel 1939. In quel gesto, il testo originario fu in parte snaturato. Grandi donne accomunate dal fuoco sacro che le guidava nel loro modo più intimo e solitario di scrivere, circondate dagli elementi naturali del creato.

Canto selvaggio

Ho gridato di gioia, nel tramonto.

Cercavo i ciclamini fra i rovai:

ero salita ai piedi di una roccia

gonfia e rugosa, rotta di cespugli.

Sul prato crivellato di macigni,

sul capo biondo delle margherite,

sui miei capelli, sul mio collo nudo,

dal cielo alto si sfaldava il vento.

Ho gridato di gioia, nel discendere.

Ho adorato la forza irta e selvaggia

che fa le mie ginocchia avide al balzo;

la forza ignota e vergine, che tende

me come un arco nella corsa certa.

Tutta la via sapeva di ciclami;

i prati illanguidivano nell’ombra,

frementi ancora di carezze d’oro.

Lontano, in un triangolo di verde,

il sole s’attardava. Avrei voluto

scattare, in uno slancio, a quella luce;

e sdraiarmi nel sole, e denudarmi,

perché il morente dio s’abbeverasse

del mio sangue. Poi restare, a notte,

stesa nel prato, con le vene vuote:

le stelle – a lapidare imbestialite

la mia carne disseccata, morta.

(Pasturo, 17 Luglio 1929)

I versi del Canto selvaggio offrono una potenza vibrante, alimentata da un vento primigenio e viscerale. È possibile respirare l’aria fresca del tramonto e provare quell’adrenalina mistica, sensuale e impavida che Antonia descrive, senza lasciarsi intimorire nemmeno dalle vene ormai vuote.

Quei versi continuano a scorrere come fotogrammi cesellati nella mente. Il dipinto Gli amanti di Marc Chagall offre a loro volta un corredo di visioni mistiche e delicatamente pungenti, capace di accogliere ciò che Antonia racconta e trasferisce come frecce nel tempo — o forse fuori dal tempo.

Questa volta le note che accompagneranno questo breve viaggio tra le parole di Antonia, saranno quelle di uno dei capolavori dell’impressionismo musicale: “Prélude à l’après-midi d’un faune” (Preludio al pomeriggio di un fauno), poema sinfonico di Claude Debussy scritto fra il 1891 e il 1894, ispirato al poema di Stéphane Mallarmé “Il pomeriggio di un fauno” del 1876.

L’opera intitolata Les amoureux au Cap-Ferrat (Gli amanti a Cap-Ferrat) realizzata dal celebre pittore Marc Chagall nel 1949, è il richiamo visivo perfetto al Preludio.

È meraviglioso poter viaggiare così nel tempo delle parole, dei colori e delle note: rende vive e reali le emozioni, ogni volta che nell’anima si accende quel richiamo urgente.

Durante i soggiorni in Germania, Antonia maturò una consapevolezza più ampia della realtà che la circondava. Non esisteva soltanto il suo «male» interiore, ma anche il male esteriore, quello che riguardava l’umanità in un periodo storico segnato dalle tensioni politiche e dalle persecuzioni del regime nazista. Questo sentire amaro e stringente non tardò a farsi sentire anche nel suo gesto finale.

Morì giovanissima, a soli ventisei anni: il 2 dicembre 1938 giunse in bicicletta all’Abbazia di Chiaravalle, nel Parco Agricolo Sud Milano, dove assunse i barbiturici; morì il giorno successivo, il 3 dicembre. L’Abbazia, luogo che amava e che frequentava anche in compagnia di Dino Formaggio — amico, e forse amore non corrisposto che la gettò in un angosciante rifiuto — divenne così il luogo in cui decise di fermare il proprio tempo terreno.

I suoi amori, le sue amiche, i luoghi da lei prediletti continuarono tuttavia a esistere in uno spazio-tempo indefinito, perché presenti nelle sue lettere, nelle sue poesie, nei suoi versi e negli appunti di una vita intensa, meravigliosa e sofferta.

Lampi

Stanotte un sussultante cielo

malato di nuvole nere

acuisce a sprazzi vividi

il mio desiderio insonne

e lo fa duro e lucente

come una lama d’acciaio.

(23 giugno 1929)

Sulle verdi pendici della Grigna Settentrionale, Antonia sentiva di essere viva e grata di quei momenti solo suoi. Poteva contemplare la natura circostante e inebriarsene, in un vivere semplice ma insieme passionale e intenso. Lampi, nella sua brevità, offre un ampio spazio interpretativo: racconta emozioni in cui le parole suggellano lampi eternamente infiniti. Il desiderio insonne si tiene stretto a sé ogni volta che si accende quel fuoco, quel femminile sacro forte e impellente, che vuole evadere e raccontarsi con la parola, con l’immagine, con la musica.

Valentina Giua 

Riferimenti bibliografici

  • Francesco Erbani, Antonia Pozzi. Un suicidio annunciato, «La Repubblica», 12 giugno 1999.
  • Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani, voce «Pozzi, Antonia», vol. 85, 2016.
  • Harvard Review, Rare Stems: Poems by Antonia Pozzi, 2021.
  • Centro Internazionale Insubrico, Università degli Studi dell’Insubria, materiali e archivio dedicati ad Antonia Pozzi.
  • Sito ufficiale dell’Archivio Antonia Pozzi: www.antoniapozzi.it
  • Il Grinzone, Le Poesie Pasturesi di Antonia Pozzi e la famiglia Ferrario; I funerali di Antonia Pozzi a Pasturo.
  • Paul Gauguin, Giardino innevato (Garden under Snow), 1879, Museum of Fine Arts, Budapest.
  • Claude Debussy, Prélude à l’après-midi d’un faune, 1892–1894.
  • Rachel Portman, Grey Gardens (Music from the HBO Film), 2009.

Piccolo omaggio ad Antonia Pozzi, poesie ispirate e dedicate, tratte da Vestire polvere di sogni, Edizioni Akkuaria, 2024, Valentina Giua 

Agharta

Muta donna scalza e nuda

il cuore è un muscolo

e l’Anima eterna.

Così chiudeva la mia donna in gabbia,

mentre custodiva battiti tra le mani

e sognava

con ali sorrette da petali di loto

quell’azzurro cielo

che tanto amava.

Inghiottiva un nero velo,

con il cuore che pulsava

alla vista delle tele di Chagall,

e tra quelle mura

rompeva il silenzio

con una matita e un foglio bianco:

tracciava un sentiero

fino ad Agharta e

lì viaggiava.

Sonetto n. 1

Color seppia dal paralume acceso,

tengo stretta una tazza di vaniglia

mentre chiudo queste sottili ciglia, e

la neve celebra l’amore arreso.

Volo ut sis, liquido cuore indifeso

Leggo, poi origlio il suono che bisbiglia

dentro la bianca carta di bottiglia

fra labbra tumide d’alare, illeso.

Restiamo a fissare ore quella luce

di stelle sí corrusche e ammalianti

sotto lenzuola di nuvole e baci.

Sinestesia dei sensi puri e audaci,

le mani serrate alle tue anelanti,

la notte inabissa molle e seduce.

Malinconia

Questa è una di quelle notti

che si fa mattino

e non ti accorgi neppure.

Tra libri, colori e note

cerchi quella sigaretta

che teneva stretta Dio

nella sua mano destra.

Nuvole e luna

scala di grigi

nel cielo,

dove sono le stelle ?

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