Puglia

Eleonora Tricarico

GIURO SOLENNEMENTE DI NON DIRE PIÙ BUONANOTTE

A chiudere gli occhi son bravi tutti, a concedersi il sonno solo chi non ha fantasmi da allontanare.

É da poco trascorsa la mezzanotte in questa casa coloniale che accoglie, chissà da quanto tempo, un imponente letto di legno intarsiato. Scuro come la notte che mi sta soffocando, pesante come la consapevolezza di non aver fatto qualcosa. Lo spiraglio della luce del lampione fa capolinea nella stanza, quasi a volermi ricordare che il buio non avrà la meglio in questa notte fangosa. Sabbie mobili, le lenzuola sono sabbie mobili che mi ingoiano in questo tormento infinito. Non si può dare un nome a qualcosa che non esiste. Non si può perdere qualcosa che non ci appartiene.

Sardegna, provincia, nel centro inesatto dell’isola. É notte qui a Mogoro e oltre a quello spiraglio di luce debole che ingigantisce anche le falene più arroganti, non si vede e non si sente nulla. In una smania adolescenziale che insegue il tuo pensiero, mi chiedo cosa sarebbe potuto accadere se fossimo rimasti insieme ancora un po’, un’ora fa.

Mai è stata così sfacciata la buonanotte in quel Bar Sport al centro di questo insieme che chiamano paese, mai avrei dovuto pronunciare quelle parole della promessa del sonno. Ho fatto di un arrivederci una tempesta, ho fatto di una notte stellata, una insonne.

È stato, probabilmente, uno scontro personale con una grammatica emotiva, il mio solito lessico sbagliato delle cose. Mi chiedo perché io non ne abbia messi due, di punti, a quella conversazione in quel bar bistrattato che poteva portarci altrove, in questo paese senza tempo, dove gli altri sono stati soprammobili attenti in un salotto e noi danzatori di un valzer intimo legati da un filo invisibile, anche ai nostri occhi. Un punto, sarebbe bastata una virgola, ma io ho scavato un punto.

Niente di meno, ripenso al signore viziato dall’ennesimo Cynar che ci ha tenuto a fare della scenografia un cabaret, puntando sul nostro passatempo serale. Come in una amichevole di ping pong, abbiamo sferrato i nostri colpi per fare colpo, sorridendoci, ammiccando di nascosto ai poster di un giovane Baggio dirimpetto e sbiadito dagli anni.

Com’è stato bello agganciare il mio pensiero al tuo, trattenere per qualche secondo in più lo sguardo sulla tua bocca dopo una battuta che, a voler bene all’onestà, non ho neppure ascoltato.

Vorrei spiegare a queste falene che questa notte qualcosa è accaduto e io non riesco a toccare con mano la prova tangibile del nostro pensiero.

Il nostro arrivo non è stato casuale, la coda di un impegno diseducato dal lavoro. Con noi una manciata di colleghi, iperbole di una rete più maestosa. Un alloggio, un weekend, un progetto da portare a termine.

Squilla il telefono.

Sei tu.

1 Il messaggio appare come una conferma benedetta, la prova di un pensiero che prende forma allontanando ogni sconveniente romanticheria.

“Tutto bene?” Nel centro sbagliato del mio universo, in un insieme dove le maggiori minacce sono le falene, fuori, non può che andare tutto bene. Dentro un vortice che non mi appartiene ma che permette di aggrapparmi ai margini.

É il mio, il nostro momento. La congiuntura che ci rivede correre in deshabillé e ritrovarci, lì, dinanzi all’uscio dei quel bar, con la serranda a metà tra coppe di tornei cittadini e foto con uomini dai baffi folti o beceri calendari fermi sul mese più rotondo. Bastano poche parole per far di lena mia respiro tuo. Ma non è il tempo del coraggio, neanche dell’attesa, ma epoca per fare delle palpebre un malinconico sipario.

Una semplice affermazione, secca, sterile, diretta fa di me principessa nel suo regno, un affare da ignorare. A una sillaba non può giungere replica, quando diviene cerniera per castrare un divenire. Separo in questo ingiusto modo il mio pensiero da te, una personale accensione della luce, solo per mettere a fuoco. Il resto rimane buio, in questa casa coloniale, in questa stanza il cui vuoto è un coacervo di possibili atti d’unione.

A chiudere gli occhi son bravi tutti, a concedersi il sonno solo chi non ha conti in sospeso con la notte.

DIDASCALIA

Una buonanotte detta nel momento sbagliato. Un bar di paese, una conversazione lasciata a metà, un messaggio arrivato troppo tardi per cambiare le cose. Questo racconto parla di tutte quelle volte in cui si torna a casa con la sensazione di aver lasciato qualcosa in sospeso. E di come, certe notti, sia molto più facile restare svegli che smettere di pensare.

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