Lombardia
Davies Zambotti
Per un’ipotesi di paesaggio
Un paesaggio sembra offrirsi allo sguardo come una realtà compatta, già data. Eppure basta fermarsi a osservare perché quella certezza cominci a incrinarsi: ciò che vediamo è sempre attraversato da ricordi, attese, immagini e desideri. Il paesaggio non è soltanto un luogo; è anche il modo in cui lo percepiamo e lo trasformiamo.
Da questa instabilità nasce Per un’ipotesi di paesaggio, un progetto che interroga la fotografia e la sua pretesa di restituire il reale. Fotografare non significa registrare ciò che si ha davanti, ma scegliere, escludere, interrompere. Ogni scatto delimita una porzione di mondo e, nello stesso gesto, lascia fuori tutto ciò che non può contenere. La fotografia diventa così una forma di attraversamento: non una prova, ma una presa di posizione; non una veduta definitiva, ma un tentativo.
Le immagini non cercano di descrivere luoghi in modo riconoscibile. Si muovono piuttosto in una zona di passaggio, tra ciò che appare e ciò che resta nascosto, tra esperienza e immaginazione. Il paesaggio esterno — geografico, naturale o urbano — si intreccia con quello interiore, composto da tracce, emozioni e memorie. I confini tra i due si fanno incerti: un elemento familiare può diventare estraneo, una forma può evocare un luogo senza coincidere con esso.
In questo processo la fotografia si allontana dall’idea di immagine trasparente. La sua superficie si fa densa, attraversata da stratificazioni, cancellature e sovrapposizioni. Decostruire l’immagine significa rendere visibili le condizioni che la formano: il gesto, il tempo, la memoria, l’errore. La fotografia non si limita più a mostrare; mette in discussione il modo in cui guardiamo.
Il mirino, tradizionalmente strumento per delimitare e mettere a fuoco, si trasforma in un varco. Non stabilisce una separazione netta tra chi guarda e ciò che è guardato, tra interno ed esterno, visibile e invisibile. Lascia emergere un territorio possibile, in cui la materia dell’immagine e l’immaginazione di chi osserva partecipano alla stessa costruzione.
Quale verità può custodire una fotografia? Forse non una certezza, ma una vibrazione: il momento in cui avvertiamo lo scarto tra ciò che vediamo e ciò che sentiamo. Anche i nostri riferimenti più stabili — montagne, fiumi, alberi, città — mutano con il tempo e con lo sguardo che li ricorda.
Per un’ipotesi di paesaggio non offre una definizione conclusiva. Apre uno spazio di ascolto e di dubbio, invitando a guardare oltre il luogo rappresentato: verso il paesaggio, mutevole e personale, che ciascuno porta con sé.









Davies Zambotti è regista e fotografa. Ha lavorato in molti set cinematografici, tra cui “I Galantuomini” di Edoardo Winspeare, “The International” di Tom Tykwer. e vinto una Masterclas con Marco Bellocchio, partecipando alla realizzazione della pellicola “Sorelle Mai”. Dopo il Liceo Artistico ha studiato Pittura presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, Regia e Produzione Audio/Video allo I.E.D. di Milano e partecipato a Corsi sul Teatro Contemporaneo.
Dal 2014 al 2019 ha codiretto la galleria di arte contemporanea “Fusion Art Gallery” di Torino.
Espone in mostre collettive e personali dal 2013 in gallerie italiane e internazionali tra cui: Sacca Gallery (Modica), A Pick Gallery (Torino), Paludetto Arte Contemporanea (Torino), QUARTAIR Contemporary Art (L’Aia, Paesi Bassi), Artinformal Gallery Makat (Manila, Filippine).


