Carmen Colabella

Uccelli di città


Chiuse la casella delle mail e spinse il computer nello zaino insieme a tutto il resto. Infilò il braccio in una manica, poi l’altra e spostò i capelli, rimasti impigliati nel cappuccio. Una collega le passò di fianco per andare verso il bagno; poi si fermò e, con una mano poggiata sulla stoffa scivolosa e scura del suo giubbotto, le parlò sottovoce per alcuni minuti. Si sentiva soffocare. Annuì e si limitò ad aggiungere che se ne sarebbe occupata lei stessa l’indomani. Faceva davvero troppo caldo in quell’ufficio. «Senti, ti lascio andare. Piani per stasera?» «Niente di speciale.» Uscì. Fuori l’aria era fresca. Iniziò a camminare verso casa di Teo. Sfilò il telefono dalla tasca dei jeans, lo sbloccò e rimase immobile a riflettere sul messaggio da inviare. Era il terzo giorno di fila che mangiava pasta al pesto. Questa volta si era a malapena colorata di verde. «Ci pensi tu alla cena?», disse tenendo fermo il dito sull’icona verde del microfono. Rimise il telefono in tasca. Continuò a camminare nella speranza di sentire svanire la sensazione di quel tocco sul braccio, il ricordo olografico di labbra che continuavano a pronunciare parole che lei non aveva la forza di ascoltare. A volte sembrava che il mondo si impegnasse per ricordarle sempre tutte le cose che dovesse ancora fare e solo per pura gentilezza le concedesse di rimandarlo a domani; poi, con un sorriso compassionevole, la lasciava andare, sicuro che, come una gallina nel cortile, sarebbe tornata al suo pollaio. Sotto casa di Teo la rattristò aver pensato a se stessa come una gallina.

Suonò il campanello, salì le scale e si infilò nel portone, lasciato socchiuso. Lui la accolse con un «Come è andata a lavoro?», al quale seguì «Tu invece, la giornata?». L’acqua nella pentola cominciò a bollire. «Niente di speciale.» Teo era concentrato a tagliare una carota, in piedi, con il piede destro poggiato sul polpaccio sinistro. Mentre preparava il minestrone, sembrava meditasse. A lei in quel momento parve come un airone, alto e snello, elegante nei movimenti; c’era una serenità nel suo stazionare in un luogo, anche se quello assomigliava a una palude. Non riusciva a immaginarselo diciassettenne, campione della sua squadra di calcio, abbronzato, con l’orecchino brillantinato e i polmoni pieni d’aria prima di ogni tuffo. «Se tutto va bene, questa settimana firmo il contratto.» Lei gli sorrise dal divano. L’aveva conosciuto che leggeva codici su uno schermo enorme. A volte, quando si affannava a scrivere i suoi racconti, si fermava a immaginare su quali delle due scritture sarebbe loro sopravvissuta. Lo guardava premere tasti con decisione, costruendo con le dita mondi così diversi dai suoi. «Sei contento?», gli chiese. «Un sacco. Questo è l’importante.» Nel suo profondo, sognava che le sue frasi avrebbero girato il mondo, che sarebbero precipitate sul fondo della borsa di qualcuno e sui sedili delle metro o che sarebbero arse sotto il sole durante i pomeriggi d’estate. Le parole di Teo invece, come un torrente malato, confluivano in pozzanghere nere, gigantesche dighe di informazioni che non muovevano i cuori di nessuno. «Tu sei contenta?» «Ovvio.» «Non sembri così felice.» Con il coltello a mezz’aria, la fissò per qualche secondo. Lei tenne lo sguardo basso. Giocherellò un po’ con

l’accendino sul bracciolo. «Sono felicissima, ma voglio che tu sappia che ti avrei amato anche se non avessi trovato un lavoro.» «Non è per il tuo amore che lo faccio. Ho solo bisogno di soldi.» Lei annuì. Teo buttò le carote nel pentolone. Le patate galleggiavano in superficie come anatre grasse in un laghetto. Lei avrebbe voluto dirgli che non era vero che non le importasse dei soldi, ma aveva solo paura che avrebbe dovuto iniziare a farlo. Le sarebbe piaciuto rimanere per sempre appoggiata alla staccionata e guardare da lontano il suo amore, un maestoso uccello sedentario buttare il becco nell’acqua e pescare quel che riesce. Sapeva che, presto o tardi, l’orizzonte l’avrebbe inghiottito; eppure se ne stava ferma nella speranza che anche tutto il resto si sarebbe rassegnato all’immobilità insieme ai capelli e i timori di lei.

Mangiarono il minestrone in silenzio. Lui le versò l’acqua e lei lo accarezzò sulle spalle prima di alzarsi a prendere un pacco di sigarette nello zaino. Il giorno dopo Teo si offrì di accompagnarla a lavoro, ma lei rispose che non ce n’era bisogno. Si diedero un bacio senza decidere quando si sarebbero rivisti. Scese le scale di fretta e attraversò la piazza. Le strade erano deserte. Decise comunque di aspettare diligentemente che scattasse il verde. Alzò lo sguardo verso la cima dell’edificio di fronte. Tre corvi volavano sopra in cerchio. Li ascoltò gracchiare e li osservò mutare il loro percorso, deformando l’orbita che li teneva uniti. Si chiese quante persone stessero dormendo sotto quel tetto e il pensiero le diede la nausea. Quando da adolescente le capitava di tornare molto tardi, passeggiando per le strade del suo piccolo paesino, lo stesso pensiero la rassicurava. Immaginava ogni persona poggiata sul proprio cuscino, nuclei ordinati in abitazioni della misura giusta e dall’aspetto accogliente. Mentre ora i corpi strabordavano dalle finestre, rigettati dalle case in cui vivevano. I corvi le parvero solo confermare questa terribile sensazione, di essere solo carne da macello stipata in modo da occupare il minor spazio possibile. Cosa stessero aspettando tutti, stretti, gli uni sopra gli altri, non le era molto chiaro. Quello che era innegabile è che era diventata una di loro. Sentì stringersi un nodo in gola. Poi il semaforo si colorò di verde.

«Usciamo a festeggiare ho appena firmato.» Il messaggio non aveva virgole e lei lo lesse tutto d’un fiato. «Certo.» Posò il telefono e poi gli occhi sul computer finché non furono le cinque, spense il computer e mise tutte le sue cose nello zaino. Salutò sorridendo le sue colleghe e si dileguò oltre la porta sperando di scomporsi e ricomporsi nel passaggio, accedendo a un’altra dimensione.

Lo chiamò ma lui non rispose. Borbottando iniziò a camminare verso il solito bar in centro dove di solito si davano appuntamento. Lo trovò al bancone, intento a scherzare con Giacomo. Teo aveva lasciato crescere un po’ la barba. Gli diede un bacio e si complimentò con lui per il lavoro. «Stai proprio bene così», aggiunse mentre poggiava la giacca sullo schienale dello sgabello vuoto accanto a lui. Ordinò una birra scura e una porzione di patatine dolci fritte. Attese con Teo e Giacomo il risultato dell’ultima partita di calcio di quella sera per poi guardarli lamentarsi della schedina persa e promettersi vicendevolmente che non ne avrebbero mai più giocata un’altra. Giacomo raccontò di quando aveva conosciuto Nino Frassica, poi Teo polemizzò sul fatto che al nord non ti portino le patatine con le birre e l’acqua con il caffè e tutti insieme discussero su cosa voglia dire crescere in provincia. Procedettero a protestare l’assenza nei loro paesi di campetti che non si allagassero dopo il primo temporale e di ragazze con cui scopare. Teo, incoraggiato dall’alcol, si dichiarò un’occasione persa per il calcio italiano. Lei rimase per lo più in silenzio, ridendo di tanto in tanto, mentre ripassava con amarezza l’andatura goffa con la quale aveva attraversato una

biblioteca per la prima volta a vent’anni. Poi salutarono Giacomo e tornarono a casa, passeggiando mano nella mano. Sotto la luce balbuziente di un negozio di scarpe lui le promise che, qualunque cosa fosse successa, lei avrebbe potuto contare su di lui. Le sembrò un presagio di qualcosa di brutto e poi, anche se non ebbe il coraggio di dirglielo, si arrabbiò con lui come ci si arrabbia con chi, durante una festa al parco, indica una nuvola e dice che probabilmente pioverà. Tornarono a casa, lasciandosi alle spalle l’odore di sigarette di una serata come tante.

I giorni successivi si raggomitolarono su se stessi, senza troppe cose da dire. Una sera lei e Teo fecero sesso. Sei ore dopo camminava di nuovo verso lavoro. Rallentò per fumare una sigaretta. L’odore dei cassonetti la investì di colpo. Ispezionò i marciapiedi mezzi vuoti. Sentì delle voci provenire oltre un muretto, sul lato destro della strada. Con gli occhi ancora strizzati dal sonno, le sembrò che si sovrapponesse a quello all’ammasso di pietra nell’orto del nonno, dal quale era precipitata rompendosi un braccio, e quella colata di cemento sulla quale si era seduta sul bordo di un altro a bere la sua prima birra. Oltre quei muri incompleti si estendevano, altrettanto abbozzati, gli anni migliori della sua vita, come campi appena seminati, come ne aveva visti tanti. La città invece ricresceva senza prestarle particolare attenzione, un organismo il cui sviluppo non dipendeva in alcuna misura da lei né dalla cura di nessun altro e per questo ritroso, quasi crudele. Poi sentì suonare delle campane. Notò per la prima volta prima il campanile e poi la chiesa. Passava da lì quasi ogni giorno e aveva ignorato entrambi. Se solo avesse avuto la prontezza di lasciarsi distrarre, avrebbe visto la molteplicità del mondo spalancarsi davanti a lei e avrebbe trovato conforto nel fatto che, tra tutte le forme che avrebbe potuto assumere, aveva scelto quella delle campane che, dondolando a lutto o a festa, annunciano in ogni caso un futuro diverso. Lei però era troppo impegnata a buttare fumo dalla bocca e continuare a camminare.

Teo stava seduto davanti al pc quando rientrò quella sera. Andò in cucina, versò un po’ d’acqua nel pentolino e preparò una tisana allo zenzero. Quando lui le chiese che cosa volesse per cena, lei disse che non aveva fame. Si trascinò in camera, ma lui non la seguì. Si chiese se gli aironi, al pari dei cani, fiutassero la paura nelle ossa delle persone che gli stavano davanti. Poi si corresse: gli uccelli non hanno il naso, ma solo un becco; non suppongono, ma attingono da quel che c’è. Si addormentò piangendo piano, mentre il suono del televisore attraversava con scarsa convinzione la parete. Alle tre lui tornò in camera. Attraverso gli occhi socchiusi, lo guardò infilarsi una maglietta a maniche corte. Spense la luce, raggiunse silenzioso il suo lato del letto e si mise sotto le coperte. Lo sentì emettere un verso strozzato nel tentativo di afferrare il filo del caricabatterie caduto a terra. «Ehi.» «Ehi, pensavo stessi dormendo. Vuoi che abbassi la luminosità del telefono?» «No, tranquillo.» «Non riesci a dormire?» «Non molto.» Lui scivolò sotto le coperte e la abbracciò. «Sei stanco?» «Poco.» «Possiamo parlare?» «Certo.» Lei si girò verso di lui e poggiò la testa sulla sua spalla. «Mi amerai lo stesso anche se sarò più povera di te?» «Certo», disse ridendo. Lei osservava il suo petto scendere e alzarsi. «Il futuro fa paura a tutti», aggiunse. «Lo so. Non voglio diventare una di quelle coppie che stanno bene, ma poi si separano perché sono in momenti diversi della vita. È vero che ognuno vive le cose a modo suo, ma quando stai con qualcuno, alla fine quei momenti non diventano uno solo?» «Credo di sì.» «Ma perché dovrebbe capitare proprio a noi?» Lei provò a sintetizzare tutte le sue riflessioni sulle galline e sugli aironi, sulle direzioni che prendono gli svincoli della città e su come nessuno sembri in grado di portarla a casa, su come i suoi racconti li avvicinassero sempre di più e sul suo lavoro le cui logiche non ammettono l’inutilità di una relazione, il tempo perso

a consolare, il potenziale sprecato in giornate di ferie trascorse a litigare e in vite intere dedicate alla cura di qualcun altro, il fallimento. Lui continuò ad abbracciarla in silenzio. Stretti nel letto, quasi non sentiva più freddo. Sperò di crescere in quel calore come creature nelle pance del giorno successivo. Ricordava i primi anni di università, quando alla sera si infilava nel letto e immaginava di essere a pochi passi dal cinema dove il padre la portava da piccola: in quei momenti riusciva quasi a distinguere la pizzeria all’angolo o la T luminosa del tabacchino di fronte. I palazzoni della città si piegavano su se stessi, come fiori stanchi. Dalla strada tutti avrebbero potuto seguire il chiarore che conduceva verso la sua stanza. Sospesa in quel sogno, la grandezza del mondo sembrava quasi digeribile. Ora, accartocciati nel loro amore di provincia, chiedevano solo clemenza e qualora il mondo non la avesse loro concessa, si sarebbero dati pace a vicenda. «Qualunque cosa accada, io ci sono per te», aggiunse Teo dopo un po’. Un calore al petto. Il conforto. Il suono delle campane.

Carmen Colabella, laureata in Arti Visive all’Università di Bologna, ora lavora nel sociale. Scrive di provincia, relazioni e classe.