Spirito, prima di essere idea,
è respiro.
Nel nome della Madre,
della Figlia
e della Santa Ruah,
Come Sophia rideva
sull’orlo del nulla,
come Miriam batteva il tamburo
tra le onde spezzate,
così soffia, Spirito selvaggio,
dentro questo mondo svuotato,
finché il dolore si sbricioli
in luce del mattino.
Invoco il perdono
sfrontato e tenero
di una terra stanca,
che ha seppellito il tuo Nome
sotto il cemento e le guerre.
E se le preghiere
sono spine, sì—
ma anche grida,
e danze,
e mani che sanguinano e creano,
fa’ che questo pianto
diventi mare,
che inondi i templi vuoti
e sciolga le bende della schiavitù.
Perché Tu sei la Ruah
che divide le acque,
sei il grido di Debora
tra le foglie di Rama,
sei il fuoco che le donne custodiscono
nelle cucine e negli altari,
e non consuma,
ma partorisce.
A noi, figlie del pianto,
madri della rabbia,
insegna a camminare
sulle acque della disobbedienza sacra.
Come Ester ruppe il silenzio
a costo della testa,
come Anna pregava
con il ventre e le ciglia,
e come Maddalena
riconobbe il Dio vivo
nel giardiniere del mattino,
donaci il coraggio
di essere voce che scomoda,
grembo che protegge,
vento che spacca i vetri dell’apatia.
Fa’ che le nostre mani
sappiano benedire e ribaltare,
come Rut,
che scelse il campo e la fedeltà.
Che i nostri occhi vedano,
senza paura,
e che i nostri piedi scalzi
camminino liberi
verso la giustizia viva.
Noi ti invochiamo,
Ruah delle disobbedienti,
Spirito dei fianchi larghi,
Sorgente che canta nei pozzi,
Voce che non tace,
Luce che non brucia
ma spalanca.
Amen del sangue,
Amen del latte,
Amen della voce.
Nel nome della Madre,
della Figlia
e della Santa Ruah.
Ho scelto di aprire La parola che resiste con questa poesia perché nasce da una frattura nel linguaggio.
Mi sono accorta che parole come “Spirito” o “preghiera” mi rimbalzavano addosso, vuote, finché un giorno, camminando, ho sentito il vento – ruah – e ho capito che non si trattava di un concetto, ma di un soffio che mi spingeva. Molte parole che dovrebbero custodire senso, soprattutto quelle legate al sacro, vengono ripetute senza corpo, come se non dovessero più toccare nessuno. Questa poesia è nata da lì: dal bisogno di restituire alla parola una radice viva.
La Ruah, termine ebraico che indica il soffio, il vento, il respiro, non è qui un concetto astratto, ma una forza in atto. Qualcosa che attraversa, divide, mette in movimento. Scriverla al femminile non è una scelta ornamentale: è un gesto linguistico e politico insieme, un modo per riportare al centro voci e corpi che la storia ha spesso tenuto ai margini.
Le figure evocate nel testo non sono icone, ma tracce. Nomi che hanno abitato il confine tra obbedienza e disobbedienza, tra silenzio imposto e parola necessaria. Nominarle è un gesto di restituzione, non di devozione.
La parola che resiste nasce esattamente qui: nel punto in cui il linguaggio smette di essere formula e torna a essere esperienza. Dove la parola non serve a spiegare il mondo, ma a starci dentro con responsabilità.
Scrivere, per me, è questo: ascoltare ciò che chiede di essere detto, prima ancora di decidere come dirlo.
– Valentina Giua




