Ho scelto di aprire La parola che resiste con questa poesia perché nasce da una frattura nel linguaggio.
Mi sono accorta che parole come “Spirito” o “preghiera” mi rimbalzavano addosso, vuote, finché un giorno, camminando, ho sentito il vento – ruah – e ho capito che non si trattava di un concetto, ma di un soffio che mi spingeva. Molte parole che dovrebbero custodire senso, soprattutto quelle legate al sacro, vengono ripetute senza corpo, come se non dovessero più toccare nessuno. Questa poesia è nata da lì: dal bisogno di restituire alla parola una radice viva.
La Ruah, termine ebraico che indica il soffio, il vento, il respiro, non è qui un concetto astratto, ma una forza in atto. Qualcosa che attraversa, divide, mette in movimento. Scriverla al femminile non è una scelta ornamentale: è un gesto linguistico e politico insieme, un modo per riportare al centro voci e corpi che la storia ha spesso tenuto ai margini.
Le figure evocate nel testo non sono icone, ma tracce. Nomi che hanno abitato il confine tra obbedienza e disobbedienza, tra silenzio imposto e parola necessaria. Nominarle è un gesto di restituzione, non di devozione.
La parola che resiste nasce esattamente qui: nel punto in cui il linguaggio smette di essere formula e torna a essere esperienza. Dove la parola non serve a spiegare il mondo, ma a starci dentro con responsabilità.
Scrivere, per me, è questo: ascoltare ciò che chiede di essere detto, prima ancora di decidere come dirlo.


Valentina Giua