Mantica
Le mie mani vaticinano
prima delle tue sillabe.
Le mie labbra percorrono
la tua pelle, come s’interroga
un oracolo: lente,
con tutta la bocca.
Dall’amigdala non entra il dio,
ma dal polso,
dal cavo del ginocchio,
tra le giunture delle nocche,
lì il sangue ferve nel segreto.
Sono spasmo e profezia.
Porto la tua rotta
nelle mie mani
senza dirti niente.
(Valentina Giua, inedito giugno 2026)
Mantica / La parola che resiste Perché dentro questa parola avverto qualcosa di magnetico e misterioso; in effetti, la parola mantica (dal greco μαντική, l’arte divinatoria) porta in sé un’ambiguità precisa: la mantica antica non era un sapere discorsivo, ma un mostrare attraverso segni: le viscere, il volo degli uccelli, il respiro della Pizia.
Legata al μάντις, colui che pratica l’arte della divinazione, la mantica legge nel presente i segni di ciò che ancora non è accaduto. Non è solo una curiosità di ricerca, in quanto nella sua compattezza sonora, sento la resistenza di una tecnica, di un mestiere simbolico. La mantica non è un lampo improvviso, è un esercizio: presuppone una volontà divinatoria, una disciplina nel guardare e nel lasciarsi attraversare dai segni.
Dunque l’indovino accoglie l’idea che il futuro sia una trama di indizi, di pieghe, di anticipi. La mantica nasce da qui: dalla decisione di non accontentarsi dell’opacità del tempo, ma di interrogarla.
A nutrire il terreno da cui è nata la poesia è stato soprattutto il pensiero di Gurdjieff, filtrato dalla scrittura di Ouspensky nei “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”, dove torna a parlarmi con attualità. In quel libro si parla di centri — intellettuale, emotivo, motorio, istintivo e sessuale — e si dice che l’uomo comune non ha un io unitario, ma una serie di “io” frammentari.
Gurdjieff insisteva sulla necessità di ricordarsi di sé, di osservare le proprie sensazioni fisiche come vie d’accesso a stati di coscienza più alti. Mi colpì soprattutto questo: l’idea di una conoscenza, di un sapere, che non passa attraverso il cervello, ma attraverso il corpo. Da lì a immaginare che quei punti fossero le giunture, i polsi, i luoghi dove il corpo si flette e si apre, il passo è stato breve — fu un passo mio, non suo. Ma è un passo che la poesia ha fatto.
Per me scrivere è un modo di ricordarsi di sé nel senso di Gurdjieff, un lavoro sul corpo e sul linguaggio insieme, del resto anche nella meticolosa tenuta dei diari della “me” adolescente, nella totale oscurità della conoscenza, scrivevo per il timore di dimenticare me stessa. Gurdjieff, non appena lo conobbi tramite i libri che narrano del suo pensiero, confermò ciò che a livello intuitivo e inconscio sapevo già, una pratica abituale e consapevole per ricordarmi di me.
Mantica dunque potrebbe essere il tentativo di far coincidere la mano che scrive con la mano che profetizza, senza la mediazione delle sillabe. Un tentativo imperfetto, come tutti i frammenti.
Tornando per un momento ai versi, ero attratta dall’idea che il corpo dell’amato potesse diventare quel tipo di segno: una superficie da interrogare come un oracolo, con lentezza, con tutta la bocca. Mi interessava soprattutto il tatto, perché è il senso che meno mente. La pelle conserva una memoria antica, precedente al linguaggio; riconosce prima di comprendere. Nel contatto accade qualcosa di simile alla mantica: non si interpreta, ma arriva una semplice intuizione che precede il linguaggio. Le mani leggono rilievi invisibili, temperature, esitazioni, piccoli tremori che diventano un alfabeto silenzioso. Il tatto è il senso della reciprocità: mentre tocca, è toccato. Forse ogni carezza è un esercizio divinatorio, un tentativo di conoscere l’altro attraverso ciò che ancora non sa dire di sé, e nello stesso tempo di riconoscere parti dimenticate di noi stessi.
Mi sono chiesta ad esempio dove si nasconda, nelle nostre vite saturate di dati, quella capacità antica di stare davanti al mistero senza volerlo consumare subito. La mantica, come parola che resiste, mi ricorda che esiste un modo di conoscere che non è solo calcolo: è disponibilità a lasciarsi toccare dai segni, a leggerli anche quando passano attraverso il corpo dell’altro, anche quando la loro lingua è fatta di silenzi, tremori, vicinanze.
C’è anche un disegno, che mi ha parlato di tutto ciò e dal quale ho tratto ispirazione. Una mano aperta con segni astrologici sulle falangi, linee chiromantiche che non segnano confini ma messaggi — i pianeti scritti sul palmo come un alfabeto che conosciamo dai libri ma non sappiamo leggere. L’avambraccio diventa tronco, le vene diventano venature del legno. Al colletto del tronco il colore sfuma in ombra liquida, e su quell’ombra restano in piedi due sagome femminili — al posto dei volti, quei funghi sembrano custodire l’immagine di una conoscenza primitiva e sotterranea.
Il fungo vive di una rete invisibile, il micelio, che attraversa il terreno e mette in relazione organismi lontani. Mi piace pensare che anche il tatto funzioni così: una rete nascosta che connette corpi, memorie e intuizioni prima che diventino parole. Le figure perdono il volto ma acquistano una radice comune, come se l’identità si spostasse dalla superficie alla profondità.
Il disegno e Ouspensky convergono nello stesso punto. Entrambi parlano di una lettura viscerale e accurata, del palmo, del corpo, di sé, come unica via verso qualcosa che i libri nominano ma non trasmettono. Il “ricordo di sé” di cui parla Gurdjieff attraverso Ouspensky non è un’operazione intellettuale: è primitivo e verticale insieme, un’ascensione che diventa improvvisamente accessibile.
L’epidermide, il tatto, diventano elementi di scoperta del sé e dell’altro, come un atto di cura che è insieme rituale e carnale.
Per questo quando dico “mantica” penso a una pratica del presente: alla possibilità di leggere ciò che arde nel segreto, senza pretendere di possederlo. Le mani vaticinano, ma non dichiarano; portano una rotta, e scelgono di non dirla. In questo gesto di trattenere la parola, di restare nel margine fra sapere e tacere, riconosco la forma più autentica di questa antica arte: una divinazione che non serve a dominare il tempo, ma a restare fedeli alla sua oscurità.
Valentina Giua per Etimologia Magazine
© Copyright 2026 Valentina Giua. Tutti i diritti riservati.
(Disegno realizzato dall’artista e biologo Fabio Privitera @fabio_dba)
Note bibliografiche e sitografiche
P.D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Astrolabio-Ubaldini, Roma, 1976.
Walter Burkert, I Greci, Jaca Book, Milano, 2003 (cap. 8, Estasi e mantica, p. 162).
Enciclopedia Treccani, voce Mantica www.treccani.it/enciclopedia/mantica
– Valentina Giua





