C’è una parola che in Sicilia si pronuncia sottovoce. Non per paura, ma per rispetto — come si fa con le cose che hanno peso vero. Quella parola è magarìa.

La sua radice è nella famiglia latina di mago, che risale al greco mágos e prima ancora al persiano antico magush — il sacerdote zoroastriano, custode del fuoco sacro. Alcuni dizionari dialettali locali la avvicinano anche al greco megairein — invidiare, la stessa radice di megera — ma questa seconda filiera non è confermata dalle fonti lessicografiche accademiche principali. La verità etimologica è incerta, e questa incertezza le appartiene: una parola che nasce nell’ombra non ha bisogno di una sola origine.[1]

Nella tradizione popolare siciliana, la majara era una figura femminile con i tratti insieme della strega e della guaritrice. Non ricorreva per scelta a forze demoniache — i suoi poteri derivavano dalla conoscenza della natura, dalla familiarità con esseri invisibili, e da una straordinaria capacità di leggere le persone. Era una psicologa prima che esistesse la psicologia. A lei si rivolgevano i più fragili, i dimenticati, quelli che la medicina ufficiale non sapeva nominare.

La sua investitura avveniva sulle confluenze di tre strade — il punto in cui il mondo visibile e quello invisibile si toccano. Non un tempio, non un altare. Un incrocio. La magarìa non è solo la donna che la compie. È l’atto stesso — il gesto che trasforma la realtà, la sospensione del quotidiano in un frammento di tempo che non appartiene né al prima né al dopo.

Andrea Camilleri ha sentito la forza di questa parola al punto da intitolarle un’intera opera — una fiaba, Magarìa, scritta nel suo italiano intriso di siciliano, dove la magia irrompe nel quotidiano con la naturalezza di qualcosa che era già lì, nascosta sotto la superficie del reale. Non come eccezione. Come sostrato.[2]

Perché questa parola resiste? Perché nomina qualcosa che la modernità ha frantumato in mille categorie separate senza riuscire a contenere. Il malocchio è l’invidia ossessiva. La fattura è la manipolazione emotiva. La guarigione magica è il placebo sapientemente somministrato da chi sa leggere il corpo altrui meglio di un referto. La majara teneva tutto questo unito in un unico gesto. Noi abbiamo specialisti per ogni frammento.

Valentina Giua