L’arte della sottrazione
Due parole che abitano il territorio di ciò che non si spiega ma si sente
Vedi?
La luce inganna i sensi, le pupille.
Fisso colori fulgidi e ipnotici,
una tavolozza di viola e blu.
Scelgo il viola, me ne vesto intera,
ne resto ammaliata, avvinta, stregata.
Ipnotico — ricuce dentro l’oblio
tutto il colore che non sapevo mio.
Torno alle tele, imbevo i loro umori
e divento io stessa un pigmento,
uno di quelli che allo sguardo sfugge
finché tu stessa diventi filamento,
ruscello, scarabocchio, nervatura,
farfalla, sirena, acqua, spettro…
Tante cose non vedi.
Mi specchio, ancora e ancora
ma scelgo di non indagare
sull’eloquenza del minuscolo.
Valentina Giua

Magarìa
C’è una parola che in Sicilia si pronuncia sottovoce. Non per paura, ma per rispetto — come si fa con le cose che hanno peso vero. Quella parola è magarìa.
La sua radice è nella famiglia latina di mago, che risale al greco mágos e prima ancora al persiano antico magush — il sacerdote zoroastriano, custode del fuoco sacro. Alcuni dizionari dialettali locali la avvicinano anche al greco megairein — invidiare, la stessa radice di megera — ma questa seconda filiera non è confermata dalle fonti lessicografiche accademiche principali. La verità etimologica è incerta, e questa incertezza le appartiene: una parola che nasce nell’ombra non ha bisogno di una sola origine.[1]
Nella tradizione popolare siciliana, la majara era una figura femminile con i tratti insieme della strega e della guaritrice. Non ricorreva per scelta a forze demoniache — i suoi poteri derivavano dalla conoscenza della natura, dalla familiarità con esseri invisibili, e da una straordinaria capacità di leggere le persone. Era una psicologa prima che esistesse la psicologia. A lei si rivolgevano i più fragili, i dimenticati, quelli che la medicina ufficiale non sapeva nominare.
La sua investitura avveniva sulle confluenze di tre strade — il punto in cui il mondo visibile e quello invisibile si toccano. Non un tempio, non un altare. Un incrocio. La magarìa non è solo la donna che la compie. È l’atto stesso — il gesto che trasforma la realtà, la sospensione del quotidiano in un frammento di tempo che non appartiene né al prima né al dopo.
Andrea Camilleri ha sentito la forza di questa parola al punto da intitolarle un’intera opera — una fiaba, Magarìa, scritta nel suo italiano intriso di siciliano, dove la magia irrompe nel quotidiano con la naturalezza di qualcosa che era già lì, nascosta sotto la superficie del reale. Non come eccezione. Come sostrato.[2]
Perché questa parola resiste? Perché nomina qualcosa che la modernità ha frantumato in mille categorie separate senza riuscire a contenere. Il malocchio è l’invidia ossessiva. La fattura è la manipolazione emotiva. La guarigione magica è il placebo sapientemente somministrato da chi sa leggere il corpo altrui meglio di un referto. La majara teneva tutto questo unito in un unico gesto. Noi abbiamo specialisti per ogni frammento.
Iki 粋
Dall’altra parte del mondo — geograficamente, culturalmente, linguisticamente — esiste una parola che opera in modo sorprendentemente affine. In giapponese si scrive 粋, si pronuncia iki, e non si traduce. Non perché sia ermetica, ma perché indica qualcosa che le lingue occidentali non hanno mai avuto bisogno di nominare separatamente.
Il filosofo Kuki Shūzō, nel suo trattato Iki no kōzō del 1930, scompose l’iki in una triade precisa: bitai — seduttività, civetteria trattenuta; ikiji — orgoglio spirituale, compostezza; akirame — distacco, rassegnazione all’impermanenza. Ma il punto più affascinante è la natura del bitai: non è sensualità esplicita. È seduzione trattenuta. Un gesto iki non dice: “guardami”. Dice: “potresti guardarmi, ma forse non mi vedrai mai del tutto”.[3]
L’iki nacque come ideale estetico dei chōnin — i ricchi mercanti e artigiani urbani del Giappone Edo — cui le leggi suntuarie proibivano di ostentare il proprio potere economico. Non potevano mostrare. Allora impararono a suggerire. L’iki divenne il loro capitale invisibile, una silenziosa ribellione basata sul gusto. Chi non può parlare, allude. Chi non può ostentare, incanta.[4]
L’iki nacque precisamente nel mondo delle geisha e dei quartieri di piacere dell’Edo — Yoshiwara, Fukagawa, Tatsumi — dove la seduzione non era mai diretta ma sempre allusiva. Il portamento composto, la sottile asimmetria nell’abbigliamento, il gesto appena accennato: tutto evocava senza mai mostrare. Era una tensione incompiuta, e nell’incompiutezza stava tutta la sua potenza.[7]
Nel 1954, il germanista giapponese Tezuka Tomio incontrò Heidegger a Friburgo. Da quel colloquio — poi rielaborato da Heidegger nel saggio Da un colloquio nell’ascolto del linguaggio — emerge una definizione folgorante. È Tezuka a pronunciarla: l’iki è “il soffio della quiete che luminosamente rapisce”. Soffio della quiete — quasi una traduzione dell’iki in ruah, il soffio dello spirito di cui parlavo nel primo articolo di questa rubrica. Le parole che resistono si riconoscono tra loro.[5]
Heidegger stesso confessò di aver potuto solo “presagirlo da lontano” ciò che l’iki significa. E Kuki concluse che questa parola è intraducibile — troppo radicalmente giapponese per passare in una lingua occidentale.[6] Io non sono del tutto d’accordo. Penso che non si traduca con le parole, ma si traduca con le immagini. Con la poesia.[8]
Il territorio che condividono
Quando ho scritto questa poesia non stavo pensando all’iki. Stavo guardando dei pigmenti viola. Stavo lasciando che la luce mi ingannasse, che i colori mi ipnotizzassero. Stavo — senza saperlo — compiendo una magarìa su me stessa.
Solo dopo ho capito che magarìa e iki si toccano in un punto preciso: entrambe operano per sottrazione. La magarìa non spiega l’incantesimo — lo compie. L’iki non descrive la bellezza — la suggerisce. Entrambe abitano il territorio di quello che non si dice ma si sente. Magarìa agisce sul corpo. Iki agisce sulla percezione. Nella poesia si incontrano nel viola — il colore che da sempre vive al confine tra il caldo del rosso e il freddo del blu, tra il visibile e ciò che si intuisce appena oltre.
Quando scrivo “Ipnotico — ricuce dentro l’oblio / tutto il colore che non sapevo mio” non sto parlando di un colore che guarisce una ferita fisica. Sto dicendo che il viola restituisce qualcosa che apparteneva già a me senza che lo sapessi. L’oblio non è assenza: è una crepa. Il colore la ricuce — e insieme rivela. È la struttura esatta della magarìa: non aggiunge, rivela.
E quando scrivo “ma scelgo di non indagare / sull’eloquenza del minuscolo” — lì c’è tutto l’iki. Non è rinuncia: è decisione. La scelta consapevole di lasciare che la cosa resti nella sua zona misteriosa, non completamente visibile, non completamente afferrabile. L’iki è questo: la perfezione di ciò che non si completa.
In un’epoca di overexposure totale — dove tutto si mostra, si spiega, si misura, si ottimizza — queste due parole resistono come fanno le cose vere: restando fedeli a ciò che non può essere detto fino in fondo.
Queste le ragioni di una scelta fatta tanto tempo fa, quando scrissi questi versi. Le ho volute vicine. Oggi le nomino — e provo a restituire loro vita.
Magarìa: l’incanto che sfiora il quotidiano senza chiedere permesso.
Iki: l’eleganza di chi sa che il non detto pesa più di mille parole.
– Valentina Giua
Note
1. Voce “magare” in: Vocabolario Treccani online, www.treccani.it. L’etimologia accertata rimanda al lat. tardo magus, gr. mágos, dal pers. antico magush, sacerdote zoroastriano. L’associazione con il gr. megairein (invidiare) circola in alcuni dizionari dialettali locali ma non è confermata dalle fonti lessicografiche accademiche principali: Devoto-Oli, Cortelazzo-Zolli (DELI), Zingarelli.
2. A. Camilleri, Magarìa, Sellerio, Palermo, 2005.
3. K. Shūzō, Iki no kōzō (La struttura dell’iki), 1930; trad. it. La struttura dell’iki, Adelphi, Milano, 1992. I tre elementi fondamentali dell’iki sono: bitai (civetteria/seduttività), ikiji (orgoglio/compostezza), akirame (distacco/rassegnazione all’impermanenza).
4. Cfr. K. Shūzō, op. cit. I chōnin erano mercanti e artigiani urbani del periodo Edo, cui le leggi suntuarie proibivano l’ostentazione della ricchezza. L’iki nacque come forma di distinzione culturale alternativa all’ostentazione materiale.
5. M. Heidegger, Da un colloquio nell’ascolto del linguaggio, in Id., In cammino verso il linguaggio (Unterwegs zur Sprache, 1959), trad. it. di A. Caracciolo e M. Caracciolo Perotti, Mursia, Milano, 2015², p. 83 ss. L’interlocutore è il germanista giapponese Tezuka Tomio (1903-1986), che incontrò Heidegger a Friburgo nel marzo 1954. La frase sul “soffio della quiete” è pronunciata da Tezuka, non da Heidegger. Cfr. anche T. Tezuka, Un’ora con Heidegger, trad. it. a cura di L.V. Arena, Mimesis, Milano, 2013.
6. Heidegger scrisse di Kuki Shūzō: “Tutto il suo pensare era rivolto a ciò che i giapponesi chiamano iki. Ciò che questa parola dice ho potuto solo presagirlo da lontano nelle mie conversazioni con lui.” Cit. in A. Giacomelli, La struttura dell’iki e l’ascolto dell’essere, in Scenari. Rivista semestrale di filosofia contemporanea, Mimesis.
7. Cfr. K. Shūzō, op. cit. Le figure emblematiche dell’iki nell’Edo erano le geisha dei quartieri di piacere come Yoshiwara e Fukagawa. Il bitai si manifesta come attrazione erotica trattenuta, civetteria raffinata nel gesto e nell’abbigliamento, che evoca sensualità senza mai mostrarla apertamente.
8. K. Shūzō, op. cit. Kuki conclude che l’iki è “qualcosa di troppo radicalmente giapponese” per essere reso in lingue occidentali.





