

Qual è il significato profondo del nome Nova Media, di cosa vi occupate nello specifico e quale progetto ha segnato l’inizio concreto del vostro percorso insieme?
Per noi, Nova rappresenta il punto di origine: ci piace associarlo all’immagine di un’esplosione luminosa, da cui si generano nuove entità. L’inizio di un percorso comune, di una ricerca sui linguaggi audiovisivi, sull’interazione tra spazio, suono e immagine.
Siamo uno studio di progettazione e produzione audiovisiva specializzato nella creazione di esperienze immersive che traggono forza dall’ambiente circostante. Attraverso tecniche come il video mapping esploriamo il legame con la fisicità dei luoghi. La nostra sfida creativa risiede proprio nella natura site-specific delle opere: il lavoro trova la sua forma finale e completa solo nel momento dell’installazione, dialogando in modo esclusivo con il sito prescelto. Ulteriormente, quando possibile lavoriamo con la performance in tempo reale, che allo stesso modo ci offre la possibilità di agire-reagire allo spazio circostante, portando dunque all’interno di una struttura pre-stabilita l’azione dello spazio stesso.
Il progetto che ha segnato la nascita di Nova Media si è svolto nella Galleria Grande della Reggia di Venaria (Torino), patrimonio UNESCO. In questa occasione abbiamo avuto modo di unire le nostre discipline — l’audio e il video — accompagnando un quartetto d’archi con una partitura visiva dinamica e inframezzi audio-video eseguiti in tempo reale.

Cosa significa essere un duo multidisciplinare? Come si fondono le vostre competenze all’interno del vostro processo creativo?
Per noi essere un duo multidisciplinare significa trovare un’influenza costante nell’altro. Arrivare da due background formativi e da due esperienze sul campo differenti, ci aiuta ad avere una visione complementare sulla metodologia di lavoro, in termini di tecnica e creatività. Eduard ha una formazione in ambito musicale, dalla classica all’elettronica, che gli permette di navigare nella parte di produzione audio ma in una maniera più ampia lo lega all’ambito più tecnico di creazione di set-up complessi, correlati anche alla programmazione video. Mentre Federica, arrivando da un background come graphic designer, si dedica di più alla parte visiva ed estetica. In genere, dal punto di vista creativo come si diceva c’è un’influenza costante tra le due parti, non risulta mai un processo compartimentato dal punto di vista creativo in cui ognuno ha il suo ruolo. Spesso, infatti, ci capita di collaborare a progetti solo attraverso il medium grafico, ed in questi casi ci dedichiamo entrambi alla progettazione e produzione visiva.

Perché per voi è essenziale che l’opera interagisca con lo spazio fisico reale anziché limitarsi a un supporto digitale? C’è un’installazione che considerate oggi il vostro lavoro manifesto?
Il video mapping ci dà possibilità di esplorare forme narrative non convenzionali, proponendo il contenuto digitale in una maniera diversa, principalmente più immersiva per la fruizione e con un impatto visivo decisamente notevole. Non si tratta ovviamente di una questione di mera grandezza del supporto, quanto più di un uso attivo dello spazio circostante, come cornice per la narrazione: la superficie diventa parte dell’opera, come se quest’ultimo fosse “cucito” apposta per quel supporto. Questo ci stimola notevolmente dal punto di vista creativo. Ci mette in gioco costantemente nel trovare una linea narrativa che integri in un qualche modo le geometrie e le sensazioni che un sito ci suscita. Ci dà la possibilità di imparare costantemente nuovi modi di approcciare la parte più tecnica e della creazione digitale. Risulta estremamente emozionante quando il lavoro si trasla non solo ad una rappresentazione dello stesso in scala più grande, su di un led-wall o una proiezione piana, ma essa prende la sua forma definitiva in quell’istante in cui le pareti vengono aumentate dall’opera e lo spazio stesso diventa l’opera. Ovviamente l’aspetto tecnico è molto critico: questo tipo di progetti sono realizzabili e ottengono la loro massima resa, solo se si dispone delle attrezzature adeguate a livello di proiezione, il che lo rende una ulteriore sfida.
Una delle opere che descrive al meglio quello che facciamo e quello di cui stiamo parlando è “Tempo Organico”, un’installazione audio-video di 20 min. Essa è stata realizzata nell’agosto 2025, quando siamo stati coinvolti nella partecipazione di Seminaria Sogninterra, una Biennale di Arte Ambientale, a Maranola, un piccolo borgo in provincia di Formia. Qui abbiamo avuto modo di creare un racconto di quelle che sono state le nostre sensazioni nel borgo. L’opera risulta come un dialogo tra interno ed esterno, tra protezione e desiderio di (ri)connessione. Si offre come specchio di una memoria collettiva, fatta di echi lontani e sospesi. Suoni e proiezioni raccontano la necessità di un tempo lento, capace di riallacciare legami con persone, luoghi e tradizioni che la tecno utopia contemporanea tende a dissolvere.

Abbiamo avuto modo di proiettare su una delle torri di Maranola, facendola diventare strumento centrale nel nostro racconto: non uno schermo artificiale, ma pietra arcaica su cui si fonda il borgo, esplorando visivamente e sonoramente un ampio spettro di materiali. Oltre all’aspetto performativo, questo evento ci ha aperto le porte a un’audience diversa rispetto a quello degli eventi clubbing a cui eravamo abituati, portandoci quindi ad affacciarci a una dimensione meno commerciale e più autobiografica.
Come gestite il dialogo tra dimensione sonora e visiva? Esiste una gerarchia progettuale o nascono da un processo simultaneo? Come influisce questo equilibrio sulla costruzione del racconto?
Questo dipende dall’output finale, in generale i due processi avvengono in modo parallelo e si influenzano a vicenda. Spesso il lavoro avviene attraverso una raccolta di materiali in comune: spunti, idee e materiali dello spazio servono come strumento di partenza per la creazione. La produzione di un’installazione come nel caso di “Tempo Organico” avviene spesso in parallelo, un cui l’audio e il video trovano la loro identità attraverso la fase di produzione, suggerendosi a vicenda come svilupparsi.
Diverso invece se si tratta di una performance live audio-reattiva. Non è una regola ma capita spesso che un medium sia complementare all’altro nella narrazione, mantenendo la correlazione tra i diversi elementi. Capita che il materiale sonoro sia stato pensato e realizzato prima della parte visiva, ma che quest’ultima vada a completare un potenziale narrativo ed estetico.
In genere il processo è molto spontaneo, guidato spesso da processi di sperimentazione e da fasi di re-iterazione, da cui nascono elementi che vengono studiati e portati ad una forma più concreta dipendendo dalla situazione.
Quali sono le tue principali fonti di ispirazione al di fuori del campo artistico? Ci sono libri, film o musicisti che hanno avuto un impatto significativo nella strutturazione del vostro immaginario?
Indubbiamente lo studio del sito stesso e degli spazi circostanti ha forte impatto dal punto di vista dell’ispirazione. Camminare nei luoghi circostanti e sedersi ad ascoltare l’ambiente offrono spunti e forte ispirazione generale. Poi, ci sono ovviamente immaginari e ambientazioni che da sempre ci affascinano, in particolare l’immaginario fanta scientifico, che in qualche modo finiscono per andare ad abitare nella nostra creatività. La serie tv Dark (di Baran bo Odar e Jantje Friese) e Donnie Darko (di Richard Kelly), per la loro ambientazione cupa e riflessiva, e questo senso di immateriale, di fluidità e di ambiguità del tempo. Influenti sono anche gli immaginari e le sensazioni di film come Interstellar (di Christopher Nolan), Arrival e Dune (di Denis Villeneuve). Dal punto di vista musicale di estrema influenza sono artisti come Nils Frahm, Colin Stetson, Bendik Giske e Caterina Barbieri per le loro sonorità e capacità performative, Steve Reich, Luigi Nono e Pauline Oliveros per il loro pensiero compositivo, capacità timbrica e totale immersione. Artisti come Ryoji Ikeda e Alva Noto dal punto di vista elettronico invece, rappresentano un costante punto di riferimento.
Chi è Nova Media Studio?

Nova Media Studio è un duo multidisciplinare fondato nel 2024 dalla collaborazione tra Eduard Tampu e Federica Sorba. Combinando audio e video, il loro obiettivo è creare esperienze immersive in diversi contesti, che spaziano dalla performance dal vivo alle installazioni audiovisive. Nato da un’esplorazione della dimensione sonora attraverso quella visiva, il loro approccio va ben oltre la semplice fusione di questi due media, indagando invece l’uso dello spazio come elemento cardine nella narrazione non lineare che definisce il loro lavoro.
Attraverso la sperimentazione con il projection mapping, hanno cercato di mediare il contenuto visivo attraverso lo spazio architettonico, proponendo una narrazione che si allontana dall’alienazione dello schermo. Così facendo, valorizzano la natura intrinseca dello spazio stesso, amplificandone il senso di quiete e identità.
Nova Media ha collaborato con diversi artisti e istituzioni culturali, tra cui: Iosonouncane, Daniela Pes, Gio Evan, Fabrique Milano, Club2Club Torino, GAM Torino, Club Silencio, Recontemporary, Reggia di Venaria, OGR, Seminaria Sogninterra e Castello di Barolo.





