CHIARA CAPOBIANCO | ARCHITETTURA DI UNA METAMORFOSI
Mostra a cura di Chiara Capobianco (Capo.bianco) con Michele Citro.
Mostra promossa da Assessorato alla Cultura di Roma Capitale, Azienda Speciale Palaexpo e Fondazione Mattatoio di Roma – Città delle Arti.
Il tema centrale è la trasformazione intesa non come rinascita, ma come stato di tensione e fragilità. Perché ha sentito l’urgenza di esplorare queste tematiche di cambiamento?
La trasformazione per me non è mai stata una rinascita romantica, ma uno stato di tensione continua. È quel momento sospeso in cui non sei più ciò che eri, ma non sei ancora ciò che diventerai. È fragile, instabile, a volte scomodo.

Ho sentito l’urgenza di esplorare questa dimensione perché avevo bisogno di fermarmi. Dal 2023 ho iniziato a lavorare davvero come artista a tempo pieno e da lì il lavoro è esploso in direzioni che non avrei mai potuto immaginare. Io e il mio compagno Lorenzo Torda abbiamo fatto sacrifici enormi, lavorando senza sosta per tre anni, dedicando completamente le nostre energie alle commissioni che arrivavano.
Erano progetti importanti, spesso legati a istituzioni e a luoghi con una forte identità, e il mio compito era raccontare qualcosa per loro, entrare in dialogo con un contesto preciso. È stato un percorso fondamentale, mi ha fatto crescere molto, ma a un certo punto ho sentito la necessità di fermarmi e guardare indietro, come per riallinearmi.
Avevo bisogno di raccontarmi. Di raccontare me stessa come donna e come artista. Di mettere a fuoco il viaggio che una bambina compie per diventare donna, attraversando il mondo esterno, le aspettative, le paure, le contraddizioni. La trasformazione non è un punto di arrivo, è uno stato di tensione che ci accompagna continuamente. E sentivo che era il momento di abitarlo consapevolmente, invece di lasciarlo scorrere senza guardarlo.
Il titolo parla di “Architettura di una metamorfosi”. Perché è stato scelto il termine “architettura” per descrivere un processo come il cambiamento?
Ho scelto il termine “architettura” perché questa mostra è nata prima come spazio e solo dopo come insieme di opere. La prima cosa che ho guardato è stata l’architettura della Galleria delle Vasche, dentro la Pelanda e mi sono chiesta come trasformare quel corridoio lungo e lineare in un percorso fatto di stanze, come se chi entra attraversasse le stanze della mia vita.

Volevo che il pubblico non si trovasse semplicemente davanti a delle opere in un bell’ambiente, ma che abitasse la mostra. Per questo ho lavorato fin dall’inizio sulla curatela e sulla progettazione dello spazio come se fosse uno spazio domestico, emotivo, attraversabile. In qualche modo dovevo trasformare anche la Pelanda, non solo esporre al suo interno. È stato un pensiero molto istintivo ma allo stesso tempo estremamente progettuale. C’è poi un motivo più personale: ho una passione profonda per l’architettura e per il modo in cui struttura e materia costruiscono un’esperienza. Ho sviluppato l’esposizione come una crescita nell’uso dei materiali.
Le opere cambiano forma passando da una stanza all’altra, proprio come cambia il corpo e cambia la coscienza nel tempo. Ogni ambiente ha una sua materia dominante, una sua densità. Infine, la scelta del bianco e nero. Ho voluto togliere centralità al colore per dare importanza alla struttura. Volevo che emergesse l’ossatura del lavoro, la costruzione, la grammatica. Prima della pelle c’è lo scheletro, e questa mostra è lo scheletro della mia metamorfosi.
La curatela condivisa con Michele Citro, nel suo ruolo di curator ad affectum, quali nuove prospettive critiche ha aperto sul progetto?
Michele è stata la prima persona a cui ho pensato per questa curatela condivisa. Mi sento profondamente capita da lui e nutro una stima enorme nei suoi confronti. Quando sei un’artista che immagina mille cose contemporaneamente, è fondamentale avere accanto qualcuno capace di contenere quell’energia senza soffocarla.


Michele, nel suo ruolo di curator ad affectum, mi ha aiutata a concentrare le idee sulle opere più significative, guidandomi a esprimerle al meglio e a dosare le mie ambizioni. È stata sua l’idea di allungare i lucernai nella prima stanza, Materia Fragile, per richiamare le colonne, e di riproporre le colonne romane in Frammenti Portanti. Il lavoro non è stato diviso in modo rigido: io portavo intuizioni e materiali, lui restituiva ordine e parole. Mi ha insegnato a mettere struttura e prospettiva dove io vedevo solo immagini sovrapposte, aiutandomi a non esagerare e a trasformare la mia energia creativa in un racconto coerente. È stato uno scambio onesto e prezioso.
Come sono state scelte le tematiche dei sette capitoli della mostra e perché è stata preferita questa scansione narrativa rispetto a una suddivisione cronologica o tecnica?
La scelta dei sette capitoli della mostra nasce dall’incontro tra una logica tecnica e cronologica e la necessità di creare ambienti armoniosi e fruibili. Abbiamo seguito le guidovie perpendicolari alla navata, arrivando fino alla zona di passaggio più ampia per raccontare una transizione, e abbiamo ricreato una stanza finale che invita i visitatori a fermarsi e a guardare indietro. I sette spazi, numericamente significativi, hanno suggerito un percorso che richiama le fasi della vita: dall’infanzia, all’adolescenza, al periodo post-adolescenziale, fino al passaggio all’età adulta, alla nascita della donna, a quello che sono oggi un momento che include il live painting nell’arena centrale e infine al futuro, con la ricerca di andare oltre la terza dimensione. In questo modo, la scansione narrativa non è contrapposta a quella cronologica o tecnica, ma ne è una naturale evoluzione che permette ai visitatori di vivere la mostra come un racconto organico e immersivo.
Qual è stata la motivazione dietro la scelta di realizzare l’opera conclusiva in un live painting in situ sotto lo sguardo del pubblico?
La scelta di realizzare l’opera conclusiva come live painting in situ nasce innanzitutto dal desiderio di sottolineare la metamorfosi, il fatto che la mia trasformazione è continua e che ciò che sono oggi è un lavoro in divenire, non un traguardo definitivo. Ma c’è anche un’altra motivazione: il rapporto con il pubblico. Mercato Monti e la street art in generale mi hanno insegnato quanto sia prezioso questo contatto diretto, sia fra artista e fruitore, sia fra artista e artista.

Quando parlo di condivisione, intendo proprio questo incontro dal vivo, non un rapporto mediato dai social. Non ho mai condiviso l’idea, così diffusa in Italia, che l’artista debba mostrarsi misterioso o distaccato; spesso questa immagine è più uno stile convenzionale che una necessità reale, ma per me non ha senso. In città come Berlino o Londra esiste molta più confidenza in entrambe le relazioni, e io mi sono abituata a questo modo di lavorare. Spesso sento dire: “Mi piace la tua arte, ma non ci capisco niente”, e questa frase mi fa riflettere: perché dovrebbe servire una formazione specifica per entrare in contatto con un’opera? Se un’opera non trasmette nulla a un profano, rischia di diventare mero esercizio per addetti ai lavori. Infine, con il live painting volevo anche portare l’attenzione su una questione più ampia: a Roma mancano spazi accessibili per gli artisti, atelier che possano diventare luoghi sociali di scambio e crescita. Abbiamo accademie e scuole di altissimo livello, ma cosa lasciamo davvero ai giovani che vogliono fare di questo mestiere una vita?
Chi è Chiara Capobianco?

Chiara Capobianco, in arte Capo.Bianco, è una giovane graphic designer e artista multidisciplinare legata al mondo del design e della street art che ha speso tutta la sua gioventù alla ricerca e lo sviluppo della sua arte, attraverso un percorso accademico interamente basato sullo studio e sula ricerca di un vocbolario di immagini unico dallo stile inconfondibile con il quale sta ottenendo successi nazionali ed internazionali nel campo delle arti visive. Una volta diplomata presso l’Istituto Europeo di Design in Graphic design e Motion graphic nel 2015, si occupa di testate ed inserti su diverse riviste underground nel mondo della moda a Londra, assistendo il celebre fotografo Michel Haddi alla guida di magazines come L’Homme Vogue, Spashion Magazine, Only the Brave e Fuze. In parallelo Chiara sarà impegnata nella ideazione e realizzazione di Brand Identity per note aziende italiane come Savelli Arte e Tradizione.
Nel 2016 la designer sente l’esigenza di concentrarsi sull’illustrazione e la pittura, prendendo parte alla residenza d’ artista BAI (Berlin Art Institute) a Berlino. Questi sono gli anni della ricerca più profonda che daranno vita allo pesudonimo di capo.bianco, alla realizzazione di opere illustrativa con profonde radici architettoniche e dipinti di grandi dimensioni. Il suo lavoro si è presto evoluto in opere murarie in larga scala dopo essere stata scelta nel 2018 per il rifacimento del leggendario “Goa Club” di Roma, dove l’artista crea sculture, video proiezioni, grafiche e murales. ma soprattutto ne cura la direzione artistica riscuotendo grande ammirazione e successo da parte della critica tanto da ricevere un articolo di approfondimento sulla rivista “RollingStones” .
Negli anni successivi partecipa al celebre Festival SuperWall, una Biennale di Street art a Padova da dove in inizia a intraprendere un percorso di crescita Europea affermandosi sempre più nel panorama internazionale, vincendo numerosi concorsi (City Wall di Rovereto indetto dal MART).
Il 2023 è l’anno della consacrazione istituzionale. grazie alla commissione da parte di Banca d’Italia per la realizzazione di un murale mastodontico a Catania che rappresenterà la prima opera di street art a far parte dell’ archivio ufficiale della banca. L ’opera “Banco di vita”, che si estende su oltre 30 metri di altezza nel problematico quartiere di San Berillo, viene notata dal Palazzo del Quirinale che invita l’artista per celebrare la giornata del 8 Marzo dedicata alle donne nell’arte. Successivamente, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, conferisce all’artista il titolo di “Cavaliere della Repubblica Italiana” per meriti sociali il 9 Maggio 2024. Dopo questo riconoscimento, l’artista è impegnata in diversi progetti di carica istituzionale con una particolare attenzione all’arte pubblica. Da un anno è impegnata alla realizzazione di una istallazione monumentale a Bari per conto dell’ Agenzia del Demanio che andrà ad inaugurare Il Nuovo Parco della Giustizia: opera in copartecipazione con la cittadinanza di oltre 300 m. Contemporaneamente prende parte ad esposizioni e mostre in l’Italia (la più recente e tutt’ora visitabile è un’opera originale all’interno della mostra “Mudec Invasion” al MUDEC di Milano) e all’estero (World Art Dubai). L’artista ha di recente vinto una competizione per aggiudicarsi la commissione di una scultura imponente per EAV (Ente Autonomo Volturno) indirizzata all’interno di una nuova stazione Metropolitana di Napoli.




