Poiesis. Musubi.
La poesia non è poesia se non c’è poesia
Lenzuola latte
luce miele obliqua
tu, poesia
Valentina Giua (haiku inedito 2026)
C’è una parola greca che non ha trovato traduzione. Non perché nessuno ci abbia provato, ma perché ogni volta che ci si avvicina, scivola. Ποίησις, poiesis: la radice di poeta, di poesia. Eppure non significa scrivere versi. Significa fare. Portare all’esistenza qualcosa che prima non c’era.
Ci sono giorni in cui le cose non vanno come le avevamo immaginate. Eppure, a volte, è sufficiente vestirsi di un sorriso per rimettere il mondo in ordine.
Giovedì 23 aprile scorso sembrava uno di quei giorni perfetti, programmato nei minimi dettagli, ogni cosa al suo posto. Un evento importante mi attendeva. Eppure, un imprevisto ha messo in standby il tempo.
Alt.
Facciamo un brevissimo time-lapse di immagini con le parole, prima di entrare nel cuore della poiesis che desidero condividere.
Essere genitori, e dirlo con la cautela che merita, fa comprendere quanta dose d’amore sia necessaria per affrontare le sfide quotidiane. Resta permanente la sensazione di responsabilità in ogni stanza in cui si entra, in ogni decisione che si prende.
Ero al lavoro quel giorno e stavo facendo esattamente quello che avevo pianificato.
Poi il telefono ha squillato.
La mia piccola stava male.
Sono corsa da lei, fortunatamente nulla di preoccupante, ma il medico e le prime cure a lei dedicate, ci hanno portate dritte al focolare domestico.
La camera era silenziosa. Alle sei del pomeriggio la luce di fine aprile entrava obliqua dalle persiane, già piena e calda di una primavera appena iniziata.
Il piumone ocra dorata, le lenzuola color latte. Ho acceso l’abat-jour sul tavolino di vetro, una luce bassa, color miele.
L’ho fatta cambiare con qualcosa di comodo. Le ho misurato la febbre. Le guance erano rosse, gli occhi grandi e lucidi, e in quello sguardo piccolo era raccolta tutta la stanchezza della giornata.
Ho preparato una tisana. Chiodi di garofano, cannella, buccia di limone, un cucchiaino di miele. Il profumo si è diffuso lentamente per la stanza, si è posato sulle cose come qualcosa di morbido. Quando gliel’ho portata aveva già chiuso gli occhi. L’ho sollevata piano. Mi ha sorriso.
“Mamma, hai preparato la tisana.”
“Assaggia. Spero ti piaccia.”
Ha bevuto con calma. Ha lasciato che il calore e il profumo le attraversassero la gola in silenzio. Poi ha aperto gli occhi e mi ha guardato con quello sguardo magnetico che conosco bene.
“Mamma, è buonissima.”
Poi alle sette, qualcosa ha increspato la sua espressione. Lo sapeva. L’evento stava per iniziare, quello che aveva tanto atteso, quello in cui voleva esserci come solo lei sa esserci. Lei è la mia prima fan, e si sentiva in colpa, poiché eravamo bloccate a casa.
La guardo. Le sorrido mentre le accarezzo le guance calde e, per rincuorarla subito, le dico:
“La poesia non è poesia se non c’è poesia. E tu sei la mia poesia. Quindi restiamo nel lettone a coccolarci.”
È scoppiata in una risata dolcissima. Ha accolto le mie carezze e poi si è addormentata presto.
Non sempre siamo in grado di programmare ogni istante delle nostre giornate: un imprevisto può far nascere qualcosa di altrettanto memorabile. Un sorriso, una carezza, una poesia.
Heidegger recupera poiesis per dire questo: non la produzione, non la tecnica, ma il far emergere. Il momento in cui qualcosa attraversa la soglia dal non-essere all’essere. Un atto che trasforma chi lo compie tanto quanto chi lo riceve.
Questo è poiesis.
I giapponesi custodiscono un termine arcaico, quasi sacro: 産霊, musubi. Non è solo “unione”. È forza generativa: ciò che accade quando due elementi si incontrano e, invece di sommarsi, danno origine a qualcosa che prima non esisteva.
È poiesis, ma con le mani immerse nella vita.
È il filo invisibile tra madre e figlia.
Il cambio di rotta che non distrugge, ma trasforma.
Il gesto che cura e, nello stesso tempo, crea.
Non è romantico. È cosmico, ma al tempo stesso domestico, sa di casa.
Musubi è anche questo: accettare che non si controlla la forma finale, ma restare fedeli all’atto del generare.
Già Platone, nel Fedro (244a), intuiva che ogni atto di creazione è atto d’amore: il poeta non è ποιητής senza la mania erotica, senza quel delirio divino che Eros gli concede. Salvatore Lo Bue, nel saggio La Musa Drogata (FrancoAngeli, 1999), raccoglie questo filo e lo porta alle origini della poetica: la poesia è sempre amore rivelato, strumento di ri-velazione. Le opere dei poeti nascono nel mistero dell’amore e ne sono testimonianza.
Quella sera non ho scritto niente. Eppure.
Ho imparato che non posso pretendere il massimo da me stessa sempre. Ci sono priorità che non si scelgono con la testa ma si riconoscono di pancia, dal cuore.
La poiesis non si programma, irrompe. È così che prende la forma di una tisana, di una luce bassa color miele, di una frase che fa ridere una bambina con la febbre fino a quando non si è addormentata.
E quando rileggo quella frase — la poesia non è poesia se non c’è poesia, e tu sei la mia poesia — riconosco in lei l’atto stesso che mi ha cambiata.
Poiesis (Ποίησις), Musubi (産霊)
– Valentina Giua
Note
Platone, Fedro, 244a 8-9 — sul delirio poetico come dono divino di Eros, fonte citata da Salvatore Lo Bue in La Musa Drogata. Ed. it. di riferimento: Fedro, trad. G. Reale, Bompiani, Milano 2000. https://it.wikipedia.org/wiki/Fedro_(dialogo)
Martin Heidegger, La questione della tecnica (conferenza del 18 novembre 1953), in Saggi e discorsi, trad. G. Vattimo, Mursia, Milano 1976. https://www.meer.com/it/75443-m-heidegger-la-questione-della-tecnica
Salvatore Lo Bue, La Musa Drogata. Saggio sulle origini della poetica, FrancoAngeli, Milano 1999.
Musubi 産霊 — concetto arcaico della cosmogonia shintoista, presente nel Kojiki (古事記, 712 d.C.), prima cronaca della tradizione giapponese. https://it.m.wikipedia.org/wiki/Shintoismo — https://concuoreceleste.wordpress.com/il-musubi/





