In questa nuova intervista di #EtimoloPeople, siamo entrati nel mondo di Schiuma & Cecilia Minutillo.
Qual è la radice biografica o creativa da cui scaturisce Grido?
Ho scritto la prima metá del brano a partire da alcune riflessioni sul genere e su come questo influenzi il nostro modo di stare nel mondo, come possa in qualche modo predisporci ad un maggiore o minore benessere. Ero incazzata e credo (spero) si senta, ma il pezzo era solo una strofa. Andavo all’universitá e ho partecipato ad un convegno della mia relatrice, una delle menti che ho più apprezzato nella mia carriera universitaria, che ha parlato di trauma intergenerazionale femminile e della sua (mancata) elaborazione collettiva. Le ho subito mandato la canzone che avevo scritto e da quello scambio ho avuto il coraggio di scrivere il resto del pezzo e di immaginarne le parti corali.

In che modo la visione registica di Cecilia ha dato corpo alla tua urgenza creativa, trasformando la forza sonora del pezzo in un’esperienza visiva?
Cecilia, anche in questo caso, come per il video precedente di C’est la vie (Susanna), ha subito colto in profonditá il senso del pezzo e lo ha riletto in chiave personale. Ció che mi ha conquistato è stato il concetto di rituale collettivo, con cui ha riassunto ció che voleva rappresentare in video e che mi ha permesso di sentirmi compresa, di visualizzare ció che immaginava lei ed entrarci in connessione.
Quale necessità profonda vi ha spinto a eleggere una terrazza degli anni ’70 a teatro di un rito collettivo, dove il silenzio iniziale diventa il preludio a una catarsi insieme politica e identitaria?
Cecilia in chiamata mi ha fatto un discorso incredibile sulle terrazze come spazi liminali tra un dentro e un fuori, e a me é sembrato perfetto per rappresentare una rabbia intergenerazionale che parla di identità singole e vissuti personalissimi, ma allo stesso modo anche di sistemi, società e vissuti condivisi.

In che modo l’ingresso di nuovi protagonisti nell’inquadratura trasforma lo spazio scenico in un territorio di confine, dove l’incontro tra l’opera e lo spettatore evolve da semplice visione a un’azione sociale collettiva?
Per me il punto non é che entrino nuovi protagonisti, ma CHI entra e che cosa fa nella scena. Entrano persone socializzate come donne, ognuna con una o più particolaritá che la rende unica e, per questo, universalizzabile. Durante il video svolgono delle piccole azioni di intimitá, di contatto, azioni “normali”, ma che diventano intense nel contesto del video. Mi piace pensare che solo alcune persone durante la visione possano davvero entrare nella scena e prendere parte al rito, non perché debba essere escludente o esclusivo, ma perché per poterlo fare è necessario riconoscersi in un vissuto comune. Le persone che sono venute non sono attrici eppure hanno nello sguardo qualcosa che appartiene a tutte noi, e peró non a tutti.
Quali sono le tue principali fonti di ispirazione? Ci sono libri, film o altri artisti che hanno avuto un impatto significativo nella strutturazione del vostro immaginario?
Rispetto al video lascio la parola a Cecilia, abbiamo parlato tanto di tantissime cose, ma non ci siamo date riferimenti specifici condivisi per la realizzazione. Mi sono affidata al suo gusto e alle sue fonti di ispirazione. Rispetto alla mia musica e al mio immaginario in generale credo che ci siano contaminazioni estremamente eterogenee, che vanno dalla delicatezza estetica di Aurora all’arroganza di Lola Young, dall’immaginario dell’Officina della Camomilla per i testi, ai suoi più rock dei Ministri o a quelli più alternative di Tame Impala. Comunque questi riferimenti sono stati centrali per la realizzazione del disco 💿💿💿

Nel ritorno alla circolarità dell’inquadratura, come hai lavorato sul linguaggio visivo affinché la solitudine finale di Susanna non appaia come un vuoto, ma come l’affermazione di una nuova forza interiore?
Per rappresentare una circolarità che rimandasse a concetti nuovi mi sono rifatta sopratutto all’idea di “rito collettivo”. Se, infatti, la sedia vuota che introduce e conclude il video può inizialmente rimandare ad un senso di solitudine e abbandono, successivamente, analizzando ciò che accade mentre la storia si sviluppa, si può comprendere che le “due sedie” hanno valori ben diversi. A renderli diversi è proprio questo concetto di collettività femminile che si estrinseca attraverso i gesti e i movimenti compiuti dal gruppo di donne che partecipano al progetto. Il linguaggio visivo che ho privilegiato è stato, in generale, quello del contatto. Mi sono concentrata molto sul tatto e sulla vista, attraverso gesti che rimandassero a valori come quello della solidarietà femminile, del sostegno, della comprensione, della condivisione collettiva del dolore e del trauma. Anche i bellissimi quadri che fanno da scenografia al video ( opera di Rossana Signorile) rievocano questo mondo concettuale. Ciò che ho voluto dire e rappresentare, quindi, è che è solo attraverso la propria (perché scelta) collettività che si riesce ad accogliere la forza trasformatrice del dolore. Le battaglie sono personali, ma gli strumenti per affrontarle sono collettivi. Ecco quindi che, sebbene Susanna resti sola gli ultimi secondi del video, la sua non è solitudine ma ritrovata forza.
Quale necessità profonda vi ha spinto a eleggere una terrazza degli anni ’70 a teatro di un rito collettivo, dove il silenzio iniziale diventa il preludio a una catarsi insieme politica e identitaria?
La scelta della terrazza è nata da uno scritto a cui sono molto legata di André Gide. L’autore, di cui sono grande fan, parla spesso della condizione umana. C’è un punto del suo romanzo più famoso, “L’immoralista”, in cui si concentra proprio sul concetto di terrazza definendola un luogo liminale: quando ci troviamo in luoghi simili, infatti, non siamo né fuori né dentro. É nella tensione di questi due concetti che ha luogo la vita degli esseri umani, costantemente spinti verso questi due estremi. Ricollegandomi a questo concetto, quindi, ho proposto la terrazza perché mi è sembrata l’ambientazione perfetta per un rito: essendo un non-luogo, non essendo identificabile nel tempo, ci ha permesso di concentrarci appieno sugli eventi della storia, ospitandoli nella sua sospensione spazio temporale.

In che modo l’ingresso di nuovi protagonisti nell’inquadratura trasforma lo spazio scenico in un territorio di confine, dove l’incontro tra l’opera e lo spettatore evolve da semplice visione a un’azione sociale collettiva?
L’ingresso di nuovi protagonisti nella scena è trasformativo perché, come detto, permette alla storia di evolversi passando da battaglia individuale a collettiva. La scelta di includere altre donne nel progetto è venuta quasi spontanea: “Grido” parla di “millenni di dolore ed anni di repressione” e, nel farlo, racconta le sofferenze di generazioni e generazioni. La domanda che mi sono posta è stata: come posso parlare di un dolore collettivo visivamente? Realizzando in quel preciso istante che avrei avuto bisogno di più volti, più corpi e più emozioni per rappresentare realmente la tematica affrontata dal brano di Susanna ed entrare nell’ambito di un’azione sociale collettiva.

Quali sono le tue principali fonti di ispirazione? Ci sono libri, film o altri artisti che hanno avuto un impatto significativo nella strutturazione del vostro immaginario?
Non so rispondere a questa domanda senza il timore di risultare leziosa. Ovviamente anche io, come molti creativi, ho punti di riferimento culturali ed artistici che influenzano il mio lavoro. Non so dire però a quale livello di consapevolezza questo accada: mi piace pensare che certe riflessioni mi vengano naturali dopo aver interiorizzato le loro visioni. Chi mi conosce sa che se non parlo di Kieslowski quando mi viene rivolta questa domanda qualcosa dentro di me si rompe, quindi non posso che menzionare la sua opera. Menziono anche la meravigliosa letteratura e l’arte che ho avuto il privilegio di studiare ed apprezzare durante il mio percorso accademico. Detto questo, in termini più pratici, ciò che realmente mi ispira e mi fa interrogare, ciò che mi emoziona e mi colpisce è il quotidiano nelle sue piccolezze, dall’ombra di un albero riflessa su un palazzo ad una busta di plastica che vola smossa dal vento ( anche questa è una citazione). Mi piace scoprire la poesia delle piccole cose ed ammirarne la potenza che troppo spesso sottovalutiamo.
Chi è Schiuma?

Nome d’arte di Susanna Trevisani, nasce nel 2000 a Vicenza. Si avvicina alla musica durante le scuole elementari, studiando la chitarra e poi iniziando a cantare. Nel 2013 inizia a scrivere i primi testi in inglese e nel 2016 inizia a cantare in una band con cui si esibisce nei primi live eseguendo cover.
Compone le prime canzoni complete in italiano nel 2018, quando impara a suonare l’ukulele, che usa per scrivere e per accompagnarsi. Nel 2021, dopo aver pubblicato il primo brano ufficiale, “Sentimi il polso”, seguito a breve da “Grazie prego ciao” e “Lean”, inizia a esibirsi dal vivo da solista. Soprattutto grazie a “Lean”, allarga il suo pubblico e si fa notare dagli addetti ai lavori, tanto da essere inclusa nelle playlist editoriali di Spotify “Fresh Finds Italia” e “Anima R&B”. Con “Piccoli problemi” aggiunge a queste “New Music Friday”, “Scuola Indie”, “Indie Triste” ed “Equal Italia”. Nei mesi seguenti pubblica prima “RIP” e poi “Amore e colla” iniziando ad attirare l’attenzione dei media. Successivamente realizza il brano “scusanonlofacciopiù” in collaborazione con nudda, con cui entra per la prima volta nella playlist “Novità pop”, e dopo pubblica “Canzone triste” e, il mese successivo, “Ossessionata”. Il primo brano pubblicato nel 2023 è “Più piccolo”, in collaborazione con gli Antartica, seguito da “Lalala”. A giugno 2023 pubblica il suo primo EP, “Armonia//silenzio” che la fa approdare in altre playlist editoriali come “sanguegiovane” e “Rock Italia”, e si arricchisce di altri singoli a fine estate. Con i successivi singoli e la collaborazione con Yosef, Blue Phelix, Andrea di Giovanni e i Queen of Saba in “Amami adesso” conferma la sua presenza nelle più importanti playlist editoriali tra cui GLOW internazionale. Dopo una serie di singoli tra 2024 e 2025, il 2026 si apre con ”C’est la vie (Susanna)” e ”Grido”, che anticipano il primo album dell’artista, ”Ossa”, in uscita il 24 aprile per Gold Leaves Academy.
Chi è Cecilia Minutillo?

Cecilia Minutillo Turtur (1994) è una fotografa e regista nata e cresciuta a Roma. Debutta nel campo della fotografia in giovane età, mentre studia discipline umanistiche presso l’Università “La Sapienza”. Dopo essersi laureata con il massimo dei voti, decide di intraprendere una carriera nell’industria cinematografica.





