In questa nuova intervista di #EtimoloPeople, siamo entrati nel mondo di Giuseppe Curcio.
La tua ricerca è focalizzata su spazi e fenomeni. In che modo riesci a conciliare il rigore quasi scientifico dell’analisi con la libertà espressiva della fotografia artistica?
La mia ricerca fotografica si concentra sull’osservazione di spazi e fenomeni, partendo sempre da una fase preliminare di studio. In questo primo momento mi avvicino al contesto in modo analitico, raccogliendo i dati necessari per comprendere a fondo la materia della mia indagine.
Questa tappa iniziale ha per me una dimensione quasi scientifica: è il fondamento su cui costruisco una solida base di conoscenza che mi permette di muovermi consapevolmente sul campo.
Successivamente, queste informazioni vengono rielaborate attraverso il linguaggio fotografico. È proprio in questo passaggio che il rigore dell’analisi si apre alla dimensione espressiva dell’immagine e la fotografia diventa lo strumento per tradurre l’osservazione in narrazione visiva.
Il mio metodo non è mai stabilito a priori, ma è un percorso iterativo che si plasma in relazione al soggetto osservato e alle esigenze della storia che affiora. Rigore e libertà non sono quindi elementi in opposizione, ma due dimensioni che dialogano costantemente.
Ciò si traduce, a volte, in un approccio sistematico e seriale, vicino a una logica di registrazione; altre volte, il lavoro lascia spazio all’interpretazione, generando immagini più aperte e stratificate. La sintesi tra queste due anime avviene nel farsi stesso dell’opera, dove analisi ed espressione danno forma al risultato finale.

Un tema ricorrente nel tuo lavoro è il dialogo tra naturale e artificiale. Qual è oggi il confine tra ciò che è “natura” e ciò che è “intervento umano” nel paesaggio contemporaneo?
Più che di un confine netto, oggi credo sia corretto parlare di una costante contaminazione tra naturale e artificiale. Nel paesaggio contemporaneo queste due dimensioni convivono e si sovrappongono, rendendo sempre più difficile tracciare una separazione chiara tra natura e intervento umano.
A mio avviso, possiamo ancora definire “naturale” ciò che, pur esposto all’azione dell’uomo, mantiene le proprie dinamiche essenziali senza subire alterazioni profonde. Il confine viene superato quando forziamo questi processi, chiedendo all’ambiente di sostenere condizioni o funzioni che ne eccedono le reali possibilità.
In questo senso, il limite è tracciato proprio dalle nostre azioni. Il paesaggio è un sistema che ci accoglie temporaneamente, dotato di equilibri e bisogni specifici: quando li ignoriamo per assecondare esclusivamente le nostre necessità, il “naturale” perde la sua identità originaria, trasformandosi in qualcosa di profondamente alterato.

Cosa significa Shamar e cosa ti ha spinto a trasformare un’inchiesta giudiziaria sugli sversamenti illeciti in una riflessione puramente concettuale sulla soglia e sul limite?
Shamar racchiude per me una pluralità di significati. A partire dalla sua radice etimologica, il termine rimanda all’idea di custodire, aver cura, proteggere. Questo nucleo semantico è diventato il punto di partenza del progetto, estendendosi alla relazione che instauriamo con il territorio: prendersi cura di ciò che abitiamo significa riconoscere che il paesaggio non è una risorsa da consumare, ma qualcosa che ci è temporaneamente affidato.
La ricerca nasce dallo studio di un’inchiesta giudiziaria legata agli sversamenti illeciti nel territorio del Vallo di Diano. Un’inchiesta, per sua natura, tende però a circoscrivere un evento entro un perimetro definito: un luogo preciso, una responsabilità individuabile, un fatto delimitato nello spazio e nel tempo.
Attraverso lo studio e il confronto con altri ricercatori e studiosi che lavorano sui temi della natura e della salvaguardia del territorio, ho iniziato a interrogarmi su quanto quel perimetro fosse in realtà solo apparente.
Nel sottosuolo, infatti, i confini che tracciamo in superficie — lotti agricoli, proprietà private, particelle catastali — perdono consistenza. I terreni comunicano tra loro attraverso le falde acquifere e i sistemi di drenaggio, e ciò che avviene in un punto può propagarsi ben oltre il luogo in cui ha avuto origine.
In questo senso, un singolo episodio di contaminazione non rimane confinato entro un limite amministrativo, ma diventa parte di un processo più ampio e difficilmente controllabile.
La ricerca fotografica si concentra proprio su questa tensione tra il visibile e l’invisibile. Il confine, la soglia, la proprietà sono segni leggibili nel paesaggio e appartengono a una geografia politica del territorio; ma sotto la superficie agiscono dinamiche naturali che ignorano queste divisioni. Nel sottosuolo il concetto stesso di limite si dissolve.
È in questo passaggio che l’inchiesta si trasforma in una riflessione concettuale. Shamar parte da un caso specifico, ma lo utilizza come dispositivo per interrogare l’apparenza dei confini e per riflettere su come i processi naturali mettano costantemente in relazione ciò che pensiamo separato.
Come suggerisce anche Tim Ingold, in Making, dovremmo pensare a noi stessi come esseri che condividono lo stesso spazio del mondo, partecipando ai suoi processi piuttosto che imponendo su di esso divisioni rigide.
Il progetto nasce quindi dall’esigenza di osservare il territorio non solo come spazio delimitato, ma come sistema di relazioni, dove il limite è spesso solo una costruzione visibile in superficie.

In questo progetto osservi canali di drenaggio, variazioni della terra e specie vegetali. Quali sono gli elementi visivi che, durante i tuoi sopralluoghi ad Atena Scalo, ti hanno fatto capire che il paesaggio stava comunicando una tensione profonda?
Il progetto osserva il paesaggio attraverso diverse metodologie: la misurazione delle distanze, l’analisi delle forme dei lotti e l’attenzione ai colori della terra e della vegetazione.
Durante i sopralluoghi ad Atena Scalo, tuttavia, l’elemento che più di altri mi ha restituito la sensazione di una tensione profonda è stato il vuoto. Dall’autostrada quei terreni appaiono come lunghe distese compatte di verde o di arancio, superfici continue che sembrano raccontare un paesaggio agricolo pienamente attivo.
Solo attraversandoli a piedi ho iniziato a percepire qualcosa di diverso: all’interno di queste strisce emergono infatti spazi inattesi, porzioni di terreno lasciate vuote, come se l’attività agricola si interrompesse improvvisamente.
Questi vuoti, disseminati lungo i lotti, sono diventati per me il segnale più evidente di una tensione silenziosa. Non sono semplicemente assenze, ma spazi che suggeriscono una relazione fragile tra territorio, economia agricola e memoria dei luoghi.


Quali sono le tue principali fonti di ispirazione? Ci sono libri, film o altri artisti che hanno avuto un impatto significativo nella strutturazione del tuo immaginario?
Diversi autori hanno influenzato profondamente il mio immaginario, a cominciare da Georges Perec e dal suo Specie di spazi. La sua riflessione sulla nostra presenza nei luoghi — siano essi urbani o naturali — ha guidato la mia indagine su come ogni spazio lasci in noi una precisa impronta concettuale.
Visitare un luogo non significa solo attraversarlo fisicamente, ma portarne con sé significati, tracce e reinterpretazioni, arricchendo il nostro bagaglio interiore.
Questa linea di pensiero mi ha condotto agli scritti di Tim Ingold, in particolare a Making, testo fondamentale per la mia struttura teorica. Ingold ci invita a sentirci parte di un mondo in continua mutazione, dove nulla rimane immobile. Anche l’opera architettonica più solida subisce l’azione delle intemperie: riconoscere questa impermanenza è essenziale per partecipare pienamente al processo naturale e creativo del reale.
Un’altra fonte cruciale è Italo Calvino, che nelle Lezioni americane anticipa la necessità di un’arte contemporanea fluida e multidisciplinare. La sintesi tra teoria, concetto e materia diventa per me il motore di un processo creativo inesauribile e in costante trasformazione.
Sul piano fotografico, guardo a chi indaga il territorio con uno sguardo autoriale e non puramente documentaristico. È una pratica che parte da una ricerca profonda — fatta di testi, interviste sul campo e osservazione diretta — per poi tradurre il dato empirico in immagine e concetto, costruendo una narrazione che nasce dall’esperienza e dalla relazione intima con il luogo.

Chi è Giuseppe Curcio?

Giuseppe Curcio (2001, Catanzaro) è un fotografo con base a Urbino (PU).
Dopo la laurea triennale in Fotografia e Video presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, è attualmente iscritto al corso specialistico di Fotografia presso l’Isia di Urbino. La sua ricerca si focalizza sulla documentazione di spazi e fenomeni, con un approccio analitico che esplora processi e dinamiche della realtà circostante. Le sue opere riflettono un’attenzione particolare alla molteplicità e all’apertura dell’opera stessa, combinando ricerca transdisciplinare e processo creativo. Attraverso la sua produzione artistica si concentra sull’ibridazione di fenomeni naturali e artificiali, creando un dialogo visivo e indagando come questi elementi interagiscono e coesistono.





