La pittura ha avuto un ruolo fondamentale nella tua ricerca fin dalla tua infanzia. In che modo la composizione e l’uso del colore tipici del linguaggio pittorico influenzano il tuo modo di costruire lo scatto?
La pittura è stata il mio primo linguaggio. Mia madre era una pittrice e ricordo che da piccola disegnavamo insieme: mi insegnava a osservare, a costruire bozzetti, a capire il colore. Credo che il mio trasporto per l’arte sia qualcosa di molto profondo, quasi genetico. Sono sempre stata affascinata non solo dall’estetica ma dal pensiero dietro l’opera. Mi ha sempre colpito la storia dell’artista, cosa ha deciso di raccontare, quali emozioni stava attraversando. Mi interessa la rappresentazione dell’essere umano più di qualsiasi altra cosa.

Il Rinascimento è un periodo che sento molto vicino per l’equilibrio, la centralità del corpo, la tensione tra luce e ombra. Un’opera che porto dentro è La Primavera di Sandro Botticelli: per la sinuosità delle figure, per l’armonia cromatica, per quella delicatezza sospesa. Mi affascina anche come alcuni autori contemporanei riprendano quella sensibilità, come Szilveszter Makó, che nelle sue immagini richiama una costruzione quasi pittorica e rinascimentale del corpo e della luce.
Nel mio lavoro cerco proprio questo: una composizione pensata, una costruzione dell’immagine che abbia una struttura quasi pittorica, ma che resti emotivamente viva.
Come si articola il tuo processo creativo? Quali sono le fasi che scandiscono la nascita di un editoriale e in che modo la tua metodologia dialoga con le visioni di stilisti e brand?
Il mio processo parte sempre da un’idea. A volte arriva all’improvviso, come un’intuizione; altre volte nasce da qualcosa che ho vissuto, da un ricordo, da un’emozione che sento il bisogno di trasformare in immagine.
L’ispirazione non arriva solo dai social come Instagram o Pinterest, ma anche da una suggestione artistica, da un libro, da un magazine, da una frase letta per caso o da un pensiero che continua a tornare. È un processo molto interiore prima ancora che visivo.

Quando l’idea prende forma inizio una ricerca più concreta: raccolgo riferimenti, costruisco un moodboard che non sia solo estetico ma narrativo, capace di raccontare già l’atmosfera e la tensione del progetto.
Nel dialogo con stilisti e brand cerco sempre un equilibrio tra la mia visione e la loro identità. Mi interessa che il lavoro finale non sia solo bello, ma coerente, con un’intenzione chiara e condivisa.
La fotografia contemporanea è spesso costruita da immagini veloci. In questo scenario, come riesci a preservare l’approccio concettuale e introspettivo che definisce la tua poetica?
Sento la necessità di distinguere tra la mia fotografia personale e la fotografia commerciale.
Quando lavoro su progetti miei ho bisogno di ascoltarmi profondamente. È uno spazio di autenticità in cui non posso permettermi di diventare la copia di una copia. Lì il tempo rallenta: l’idea deve sedimentare, diventare necessaria.
La fotografia commerciale, invece, è inevitabilmente più veloce e più legata al consumo immediato. E credo sia giusto accettarlo: ha un altro ritmo e un’altra funzione. La mia sfida è mantenere uno sguardo personale anche dentro quella velocità, ma senza confondere i due piani. La mia ricerca più intima ha bisogno di silenzio, profondità e verità.
Nel tuo lavoro parli di una “prospettiva unica sul mondo”. Qual è il filtro attraverso cui decidi che un’intuizione debba essere cristallizzata in fotografia?
Il mio filtro è emotivo ma anche profondamente legato alla psicologia. Mi interessa capire i meccanismi umani, le fragilità, le tensioni invisibili che attraversano le relazioni.
I miei lavori più intimi nascono spesso dal dolore, dai sentimenti complessi, da qualcosa che sento irrisolto o estremamente vero. Un’idea diventa fotografia quando mi attraversa davvero e sento l’urgenza di darle forma.
L’estetica è uno strumento, ma il centro è sempre l’essere umano. Se un’immagine è solo bella ma non porta con sé una tensione emotiva, per me resta incompleta.
Quali sono le tue principali fonti di ispirazione al di fuori della moda? Ci
sono libri, film o musicisti che hanno avuto un impatto significativo nella
strutturazione del vostro immaginario?
Il mio immaginario si è costruito soprattutto attraverso la pittura e l’arte.
Sono molto affascinata dall’arte concettuale, in particolare dal lavoro di Alberto Burri: la materia, la superficie, la ferita che diventa linguaggio. Probabilmente è anche per questo che sono così legata alle texture nei miei lavori, soprattutto nei fondali fotografici. Mi interessa che lo sfondo non sia mai neutro, ma che abbia una presenza fisica, quasi una pelle. In un editoriale ho persino costruito una texture in post produzione per ottenere quella sensazione materica che sentivo necessaria.
A livello fotografico sento una forte affinità con Elizaveta Porodina per la costruzione teatrale e onirica delle sue immagini. Amo magazine come PAP Magazine perché propongono qualcosa di fuori dall’ordinario, visionario, non convenzionale.
Anche Vivienne Westwood è una figura che ho sempre amato: la sua radicalità e la libertà con cui ha trasformato l’estetica in una dichiarazione.
Con il cinema mi sono avvicinata in modo più consapevole solo negli ultimi anni, frequentando luoghi come il Cinema Beltrade o seguendo creator come Matilde Santantonio che promuovono un cinema più ricercato.
Uno dei film che porto nel cuore è Il favoloso mondo di Amélie per i colori e l’immaginario poetico. Mi interessa molto anche la videoarte, come quella di Studio Azzurro, dove immagine, spazio ed emozione si fondono in modo immersivo.
Chi è Teresa Maria Zinnà ?
Il mio percorso è un percorso artistico a 360°. Da piccola già avevo un amore immenso per l’arte e quindi il mio percorso è stato da subito lineare. Dapprima con il liceo artistico dove mi sono diplomata in audiovisivo e multimediale, continuando poi con l’accademia delle belle arti di Roma dove mi sono laureata in foto e video. Li facevo una fotografia più concettuale, e ho capito che solo quello non completava la mia fotografia a 360°, sono sempre stata un’amante della moda e volevo unire le due cose quindi ho concluso il mio percorso in Cfp Bauer studiando fashion Photography and New Media. Qui ho conosciuto professionisti eccellenti: i miei prof. Tra questi Jonathan Santoro, che ha scattato per molto tempo per brand come The attico, e che è il co-founder di Diluvio Milano, uno studio fotografico situato in zona Navigli a Milano, e con la quale collaboro tutt’ora.

Poi sono entrata nel magico mondo dei magazine ed è lì che ho conosciuto Arianne e il suo mondo: Marlè. Un magazine speciale con cui collaboro. Ho avuto anche il piacere di essere pubblicata su vari magazine importanti, come Pap magazine.
Sono una fotografa freelance da un po’ di anni ma ho sempre amato il mondo degli editoriali, appassionata di narrazione visiva e sperimentazione creativa. Amo esplorare il confine tra realtà e immaginazione, catturando atmosfere, emozioni e dettagli. Il mio lavoro nasce dalla ricerca visiva e dall’ispirazione, con un’attenzione particolare al mood, alla luce e al potere evocativo delle immagini.





