Non sapevo da che parte iniziare.

Mi trovavo seduta, sabato mattina. Attorno a me: i tasti del pc, lo scrittoio di legno bianco, una tazza azzurra con del tè fumante, uno scorcio del giardino di casa, la pioggia di aprile, l’odore inconfondibile della terra appena bagnata. Mi sentii avvolta, abbracciata, compresa, non da qualcosa o qualcuno, bensì a livello sensoriale, nell’olfatto, da un ricordo antico.

È senz’altro comune restare inebriati da un sentore olfattivo preciso, da un viaggio, dall’odore di una città. In quel momento è come se il tempo, ad un tratto, si fermasse, come se le lancette non scorressero per davvero. Personalmente, ogni volta che mi soffermo su quell’inconfondibile profumo che si mescola alla terra bagnata, la mente e il corpo eseguono un balzo, un vero e proprio viaggio, non tra i ricordi, bensì tra le indelebili memorie di me bambina.Voglio scendere in profondità a questo suono, a queste lettere, e riprodurre vocalmente l’effetto che riescono a suscitare su di me.

pe-tri-có-re

La parola stessa ha qualcosa di minerale. Pe-tri-có-re: quattro sillabe, un movimento che scende e risale. La “p” iniziale chiude le labbra, trattiene, come fa la terra prima della pioggia. La “r” rotola, aspra, porosa. L’accento sulla “o” apre qualcosa, allarga. E alla fine, quella “e” sospesa, quasi un’espirazione.

Come se la parola stessa raccontasse già tutto, la pioggia, la chiusura, il profumo, l’apertura, fino ad arrivare alla primavera, alla resurrezione pasquale.

Il profumo della terra dopo la pioggia.

Valentina Giua