Alle narici
Frizzava alle narici la memoria,
illusoria, trascinava a sé
ataviche presenze.
La stanza appena schiusa
sull’aprile, sul velo umido,
sfumava tra le zagare,
tra le lenzuola del bucato,
tra i versi mai scritti
e i nomi nell’aria.
Pulsava nel languore
che premeva alle narici:
petricóre.
– Valentina Giua (inedito 2026)

Petricóre.
Non sapevo da che parte iniziare.
Mi trovavo seduta, sabato mattina. Attorno a me: i tasti del pc, lo scrittoio di legno bianco, una tazza azzurra con del tè fumante, uno scorcio del giardino di casa, la pioggia di aprile, l’odore inconfondibile della terra appena bagnata. Mi sentii avvolta, abbracciata, compresa, non da qualcosa o qualcuno, bensì a livello sensoriale, nell’olfatto, da un ricordo antico.
È senz’altro comune restare inebriati da un sentore olfattivo preciso, da un viaggio, dall’odore di una città. In quel momento è come se il tempo, ad un tratto, si fermasse, come se le lancette non scorressero per davvero. Personalmente, ogni volta che mi soffermo su quell’inconfondibile profumo che si mescola alla terra bagnata, la mente e il corpo eseguono un balzo, un vero e proprio viaggio, non tra i ricordi, bensì tra le indelebili memorie di me bambina.Voglio scendere in profondità a questo suono, a queste lettere, e riprodurre vocalmente l’effetto che riescono a suscitare su di me.
pe-tri-có-re
La parola stessa ha qualcosa di minerale. Pe-tri-có-re: quattro sillabe, un movimento che scende e risale. La “p” iniziale chiude le labbra, trattiene, come fa la terra prima della pioggia. La “r” rotola, aspra, porosa. L’accento sulla “o” apre qualcosa, allarga. E alla fine, quella “e” sospesa, quasi un’espirazione.
Come se la parola stessa raccontasse già tutto, la pioggia, la chiusura, il profumo, l’apertura, fino ad arrivare alla primavera, alla resurrezione pasquale.
Il profumo della terra dopo la pioggia.
Il nome ha una storia recente: 1964, due geochimici australiani, Isabel Bear e Roderick Thomas. Dal greco petra, pietra, e ichor, il fluido nelle vene degli dèi.
L’origine chimica è triplice: la geosmina, prodotta da batteri del suolo e rilasciata quando le gocce d’acqua colpiscono la terra; gli oli vegetali accumulati durante la siccità e assorbiti dalle rocce porose; e l’ozono, trascinato verso il basso dai fulmini prima che la pioggia arrivi.
Siamo straordinariamente sensibili alla geosmina poiché la soglia olfattiva umana è bassissima. Più di quanto accada con il vino o con un profumo. Probabilmente un’eredità evolutiva: i nostri antenati dipendevano dall’acqua, e imparare a fiutarla prima di vederla era pura sopravvivenza.
Forse è per questo che l’odore sprigionato dalla pioggia a contatto con la terra possiede qualcosa di antico, di sacro.
Come se la terra, per un attimo, smettesse di trattenere.
Come se qualcosa che era rimasto sotto, al buio, nel silenzio, decidesse di tornare.
Viene naturale pensare a Demetra, dea della terra e del raccolto, al suo dolore che attraversa le stagioni, e a Persefone che risale dagli inferi.
L’odore della prima pioggia, allora, non è soltanto un fenomeno atmosferico: è un ritorno. È il momento esatto in cui la terra restituisce ciò che sembrava perduto.
E noi, senza saperlo, riconosciamo quel gesto.
Aprile è questo punto preciso dell’anno: una soglia. Non più attesa, non ancora piena estate. Un tempo di passaggio in cui ciò che è rimasto nascosto trova una via per emergere.
Ma la terra che restituisce non è ancora la terra che fiorisce. C’è un istante preciso, tra il ritorno e la fioritura, in cui qualcosa cambia registro.
Forse è proprio quel movimento interno, frutto di osservazione, meditazione e silenzio. Ascoltiamo con i sensi, con il cuore, qualcosa di impercettibile. Raduniamo in noi le vibrazioni della pioggia, con il suo intenso profumo, che ci ricorda e al tempo stesso ci ancora al presente, nonostante la memoria antica. In quel momento, che può essere un’infinitesimale frazione di secondo, inconsapevolmente effettuiamo un passaggio invisibile.
Se Demetra è la terra che trattiene e poi restituisce, Afrodite è ciò che nasce nell’istante stesso in cui qualcosa affiora. È la fioritura immediata, la bellezza che non attende spiegazioni.
Il passaggio dall’una all’altra non è logico. È intuitivo.
L’intuizione è più veloce del pensiero, più rapida del tempo che crediamo di misurare, più sottile perfino della percezione. Accade in una frazione, in un punto esatto che non possiamo trattenere.
Il petricóre, allora, non è soltanto l’odore della terra dopo la pioggia.
È una soglia sensoriale.
Un varco.
Non solo ciò che risveglia, ma ciò che trasforma.
Come se, dentro quell’odore così familiare e antico, si custodisse ancora una possibilità di inizio.
– Valentina Giua
Note
Bear, I. J., & Thomas, R. G. (1964). Nature of argillaceous odour. Nature, 201(4923), 993–995.
https://doi.org/10.1038/201993a0
Articolo fondativo in cui viene coniato il termine “petrichor”.
Joung, Y. S., & Buie, C. R. (2015). Aerosol generation by raindrop impact on soil. Nature Communications, 6, 6083.
https://doi.org/10.1038/ncomms7083
Descrive il meccanismo fisico con cui la pioggia libera le particelle odorose dal suolo.
Polak, E. H., & Provasi, J. (1992). Odor sensitivity to geosmin enantiomers. Chemical Senses, 17(1), 23–26.
https://doi.org/10.1093/chemse/17.1.23
Spiega la straordinaria sensibilità olfattiva umana alla geosmina, rilevabile a concentrazioni di circa 9,5 parti per trilione.





