Perché proprio artisti del panorama jazz? Vi starete chiedendo… 

Poi, anche perché, a proposito di “ombre” negli stili di vita degli artisti del panorama musicale, non volevamo prendere il “solito” spunto dal mondo del rock (vedi artisti come Syd Barrett o Jim Morrison per esempio). Il rock, infatti, è il genere musicale che culturalmente è considerato come il più rappresentativo di una vita fatta di sregolatezze, disagi, subcultura o addirittura controcultura. In pochissime parole, dunque, non volevamo riproporre il classico approfondimento su “Sesso, droga e rock’n’roll” …Semmai vogliamo proporlo su “Sesso, droga e jazz”!

Quasi come se la vita degli artisti jazz che hanno composto (e riarrangiato), interpretato (e reinterpretato) la loro musica nel tempo e nello spazio, fosse in qualche modo sospesa, elusa, o esclusa, rispetto a certe problematiche a cui una persona, prima ancora che un artista, può incorrere nel corso della propria esistenza…

Quasi come se, associata alla bellezza delle opere jazz compiute, ci fosse automaticamente collegata l’idea della “bella vita” dell’artista stesso che le ha prodotte.

Tutt’altro…

Vogliamo allora proprio evidenziare questo contrasto, a volte invisibile, che intercorre continuamente tra stile di vita dell’artista jazz e opera/immagine pubblica dell’artista stesso.

Fatta questa importante premessa, abbiamo deciso di focalizzarci su un profilo in particolare del panorama jazz, anche solo per fare un esempio fra tanti per provare ad aprire un varco ad una visione totale (luci/ombre) dell’artista stesso, per poi lasciare il resto dell’approfondimento sulle storie di vita di altri artisti jazz a voi (e anticipiamo che “sotto” troverete qualche coordinata, con qualche link utile a tale scopo). 

Come dicevamo, le classiche bio le potete trovare ovunque! Qui troverete un filo conduttore che, attraverso l’esempio di una “Vita d’Artista”, lega i singoli artisti jazz in un “racconto collettivo” di crescita personale e professionale, in un contesto condiviso, fatto di molte ombre, tanto quanto (o forse anche più) di luci e che, in maniera differente, lega le singole storie di vita di questi artisti a problematiche comuni quali: malattia, disturbo mentale, povertà, sesso e rapporti tormentati, tossicodipendenza, prostituzione, alcolismo, violenza, razzismo, carcere (ed in genere problemi con la legalità).

Billie Holiday, cantante statunitense, forse quasi inutile sottolinearlo, ma per quel “quasi” lo facciamo, è considerata fra le più grandi di tutti i tempi. Lasciamo subito un link d’ascolto (spoiler: ce ne saranno altri!), giusto per dare subito un impatto musicale, con la sua “Billie’s Blues”. Sin dalle sue prime esibizioni, giovanissima, Billie Holiday è destinata a lasciare il segno. La sua carriera musicale però non ha la stessa ascesa della sua vita, affatto! 

La sua ingombrante ombra inizia a pesarle addosso, sin da subito, quando il padre non si occupa più di lei, abbandonandola poco dopo la nascita, per seguire le orchestre itineranti con cui suonava. Nonostante questo, Billie Holiday sceglie il suo nome d’arte proprio in omaggio al padre (Clarence Halliday). Inseriamo qui due link che ben narrano la sua sofferenza in fatto di rapporti d’amore, qualsiasi tipo di amore: “You Let Me Down”; “Don’t Explain”.

Se il suo inizio non è stato felice, la sua infanzia non è stata da meno, altre due pesanti ombre nella sua vita: il suo essere vittima di razzismo, perché, discendente di una donna mulatta, era considerata per la sua comunità di riferimento dell’epoca, “troppo chiara” ed il tentativo di stupro subito all’età di undici anni. Qui lasciamo un link di ascolto e di passaggio, anche della sua vita: “Autumn in New York”. Billie Holiday, infatti, a dodici anni raggiunge la madre a New York, che per vivere si prostituisce. Per guadagnare qualche soldo in più, Billie lava gli ingressi delle case del quartiere, tra queste anche quella della tenutaria del bordello in cui si prostituisce la madre, che in cambio del suo servizio di pulizia, le lascia ascoltare i suoi dischi dal fonografo del suo salotto, di grandi artisti blues e jazz come Bessie Smith e Louis Armstrong.

Ecco che arriva un’altra ombra: la polizia scopre questo illegale “punto di scambio” e Billie Holiday viene arrestata e condannata a quattro mesi di riformatorio. Rimessa in libertà, per evitare di prostituirsi, cerca lavoro come ballerina in un locale notturno; il provino come ballerina va male, ma viene immediatamente assunta quando iniziano a sentirla cantare. Inizia a cantare nei clubs di Harlem a quindici anni e sin da subito la definiscono “Lady” (“la Signora”), perché non accettava le mance dei clienti, come facevano quasi tutte le sue colleghe a quei tempi. La sua carriera di cantante jazz e blues si espande, galoppa, straripa…Ecco qualche link a testimoniarlo: “You Go to My Head”; “I Hear Music”; “All of Me” .

E straripa (nel buio) anche il suo stile di vita: ha diversi rapporti d’amore tormentati, fa uso di alcol, marijuana ed eroina, le viene riconosciuta una cirrosi epatica, le consigliano di smettere di bere, ma lei ricomincia poco dopo, rifiuta di ricoverarsi in ospedale e perde parecchio peso. Le sue ombre diventano sempre più ingombranti nella sua “Vita d’Artista”. Giusto per dare un riferimento temporale, nel 1959 muore un suo caro amico, Lester Young, i parenti di Young però non le permettono di cantare al suo funerale, perché nel frattempo la cantante viene perseguitata dalla giustizia per i suoi problemi con la droga e per la sua coraggiosa “Strange Fruit”, canzone di protesta contro il razzismo. Tutto questo la turba profondamente. Nonostante ciò, nonostante lei stessa diventa nuovamente vittima di razzismo, come molti altri suoi colleghi neri dell’epoca, prosegue con determinazione la sua carriera. 

Giusto per dare un altro riferimento temporale, il 31 maggio 1959 la cantante viene trovata a terra incosciente nel suo appartamento di New York. Viene ricoverata ma anche arrestata, perché trovano droga nella sua stanza. 

Viene ammanettata al letto di una stanza d’ospedale, il Metropolitan Hospital Center, ancora sotto custodia della polizia anche durante la sua degenza. La sua luce si spegne definitivamente il 15 luglio del 1959 e muore da “fuorilegge”, eppure continua ad essere per tutti, la “Signora”, la “Lady Day” senza tempo del jazz. “Lady Day and John Coltrane” (1971, Gil Scott-Heron) è il link con cui concludiamo la sua storia di vita che è diventata risonanza per molti altri (artisti e non), anche a distanza di tempo.