In questa nuova intervista di #EtimoloPeople, abbiamo incontrato Teodora Malavenda che ci racconta “Ulteriore“.

Quale necessità profonda, personale e collettiva, ti ha spinto a sentire l’urgenza di dare vita a una realtà come Ulteriore?
Ulteriore nasce dalla necessità di creare uno spazio dedicato alla fotografia e alle arti visive in un territorio che troppo spesso viene raccontato solo attraverso cliché o narrazioni emergenziali. Sentivo il bisogno di costruire qualcosa che potesse mettere in relazione artisti, comunità e territorio in modo reale e continuativo, non occasionale.
C’è anche una motivazione personale molto forte: mantenere un legame vivo con la mia terra e instaurare con essa un dialogo attraverso le competenze, le esperienze professionali e le relazioni che ho costruito nel tempo lavorando lontana da quella che considero casa. Per me è importante poter riportare tutto questo a Reggio Calabria e metterlo a disposizione del territorio, continuando a lavorare con la Calabria e dalla Calabria, senza dover necessariamente guardare solo e sempre altrove per immaginare pratiche contemporanee, ricerca e possibilità culturali.
Allo stesso tempo, Ulteriore nasce da una dimensione collettiva, dalla volontà di creare connessioni tra persone che già operano sul territorio — e di cui oggi mi sento parte — aprendo spazi di confronto capaci di generare nuove energie, collaborazioni e progettualità condivise.
Più che un semplice progetto curatoriale, immagino Ulteriore come uno spazio aperto e attraversabile, dove l’arte possa diventare un modo per leggere il presente, creare relazioni e produrre nuove narrazioni attorno al territorio.

Qual è la genesi del nome Ulteriore e in che misura operare da un osservatorio come Reggio Calabria influenza la vostra prospettiva e le vostre traiettorie curatoriali?
Il nome Ulteriore nasce da più livelli di significato. Da un lato c’è l’idea di andare oltre: oltre le narrazioni superficiali, oltre certe rappresentazioni stereotipate del Sud e dei territori marginali. Dall’altro, c’è anche un riferimento storico preciso, legato all’antica suddivisione tra Calabria Citeriore e Calabria Ulteriore. Mi interessava recuperare questo termine perché custodisce una memoria geografica e culturale profondamente legata al territorio in cui operiamo.
In questo senso, Ulteriore non è solo un nome, ma anche una postura. Un modo di guardare ai luoghi cercando di attraversarne la complessità senza semplificarla.
Lavorare da Reggio Calabria influenza inevitabilmente il mio sguardo. Operare da una città considerata periferica rispetto ai grandi centri culturali ti porta a costruire traiettorie autonome, ma allo stesso tempo offre una libertà e una prospettiva molto particolari. Siamo in una città di mare, al centro del Mediterraneo, affacciati sullo Stretto di Messina. E le città di mare, per loro natura, sono luoghi aperti, attraversati da scambi, contaminazioni e confronti continui. Credo che questo rappresenti già di per sé un privilegio e influenzi profondamente il mio modo di pensare i progetti e le relazioni. Quello che ci interessa è costruire un dialogo continuo tra dimensione locale e sguardo internazionale, evitando sia l’autoreferenzialità sia una narrazione folkloristica della Calabria.
Come riuscite a trasformare la pratica curatoriale in un’azione sociale capace di innescare legami autentici e concreti tra la ricerca degli artisti e la comunità locale?
Per me la curatela non riguarda soltanto l’organizzazione di una mostra ma soprattutto la creazione di relazioni e contesti di incontro. Mi interessa costruire situazioni in cui artisti, comunità locali, associazioni e territori possano entrare davvero in dialogo, non in maniera formale o temporanea.
Per questo lavoro molto sul tempo, sulla presenza e sull’ascolto. I progetti che sviluppiamo cercano quasi sempre un contatto diretto con i luoghi e con le persone che li abitano, evitando interventi calati dall’alto. Residenze, workshop, open call e pratiche partecipative diventano strumenti attraverso cui la ricerca artistica può intrecciarsi con memorie, esperienze e dinamiche locali.
Più che produrre semplicemente eventi, ci interessa creare relazioni che possano lasciare una traccia nel tempo. Quando una comunità inizia a sentirsi parte di un processo culturale, e non soltanto spettatrice, allora la pratica curatoriale può diventare anche un’azione sociale concreta.



Attraverso quali processi volete trasformare i linguaggi visivi in un asset strategico capace di generare valore identitario e responsabilità sociale per il tessuto produttivo locale?
Credo che i linguaggi visivi abbiano un ruolo importante nel modo in cui un territorio costruisce la propria immagine e il proprio racconto, sia verso l’esterno sia all’interno della comunità stessa. Per questo mi interessa creare un dialogo reale con imprese, realtà produttive e istituzioni, andando oltre una semplice logica di sponsorizzazione.
L’idea è quella di costruire collaborazioni in cui la cultura possa diventare parte attiva di un processo di crescita collettiva. L’arte può aiutare a generare nuove narrazioni del territorio, più complesse, contemporanee e consapevoli, capaci di valorizzarne le specificità senza ridurle a stereotipo.
In questo senso, il rapporto con il tessuto produttivo locale per noi è fondamentale. Non soltanto perché permette di sostenere progetti culturali, ma perché può contribuire ad attivare una responsabilità condivisa attorno a temi come formazione, memoria, paesaggio e impatto sociale.
Ci interessa lavorare verso un’idea di cultura che non venga percepita come qualcosa di accessorio ma come una presenza capace di generare valore nel tempo, anche a livello umano, relazionale ed economico.
Guardando al futuro, quali sono le iniziative su cui vi state concentrando e come intendete consolidare il dialogo già avviato con il territorio e la comunità?
Per noi il futuro di Ulteriore sta nella continuità: nella possibilità di creare reti solide, costruire fiducia e generare occasioni concrete in cui arte, territorio e comunità possano crescere insieme.
Il programma di questa prima edizione è quasi ultimato e il 17 giugno, durante la conferenza stampa, racconteremo non soltanto quello che accadrà nei prossimi mesi, ma anche il percorso già avviato a partire da gennaio attraverso talk, incontri e momenti di confronto che ci hanno permesso di iniziare ad attivare relazioni sul territorio.
Abbiamo costruito un programma che tiene insieme ricerca artistica, formazione e relazione con i luoghi. Ci interessa sviluppare progetti radicati nei contesti in cui interveniamo, mantenendo allo stesso tempo un dialogo aperto con artisti, curatori e realtà internazionali. Un aspetto centrale riguarda proprio i processi partecipativi. Vogliamo che le comunità coinvolte non siano semplicemente pubblico ma parte attiva dei progetti attraverso workshop, residenze e percorsi condivisi capaci di lasciare qualcosa anche nel tempo.
In questi mesi abbiamo anche consolidato relazioni importanti con istituzioni, partner culturali e realtà produttive che hanno scelto di costruire insieme a noi un pezzo di questo progetto, condividendone risorse, visione e responsabilità.
Allo stesso tempo, credo sia importante fare delle scelte chiare. Ci interessa lavorare con persone e realtà che credono davvero nel valore della collaborazione, dello scambio e della costruzione comune. In questi vent’anni di lavoro nella nelle arti visive e nella comunicazione, ho imparato a riconoscere molto velocemente quando esiste un’apertura autentica al dialogo e quando invece prevalgono dinamiche autoreferenziali o puramente opportunistiche.
Ulteriore nasce proprio dal desiderio di costruire relazioni professionali sane, trasparenti e basate sulla fiducia reciproca. Preferiamo investire energie in collaborazioni capaci di generare valore reale, piuttosto che perdere tempo inseguendo logiche che non appartengono al nostro modo di lavorare.
Chi è Teodora Malavenda?

Fondatrice e direttrice artistica di Ulteriore
Curatrice, editor e creative consultant con oltre quindici anni di esperienza nel campo della fotografia e della cultura visiva. Sviluppa narrazioni e strategie progettuali, lavorando con professionisti, magazine e istituzioni per interpretare il presente attraverso le immagini.
Dal 2018 al 2025 è stata photo editor di WE World Energy, magazine di cultura e analisi energetica e geopolitica di ENI.
Alla consulenza aggiunge una solida pratica formativa, curando workshop, masterclass e percorsi di mentorship dedicati al visual editing e allo sviluppo dell’identità autoriale.





