LA FUNZIONALITÀ EMOTIVA

Quando si progetta uno spazio si pensa subito a dividere gli ambienti, a rispettare le normative, a calcolare i  metri quadrati richiesti dalla legge. E quando si parla di stile è facile aprire qualche piattaforma su internet,  salvare qualche immagine che ci piace o scopiazzare l’ultima tendenza del momento per creare la classica  casa da copertina. 

Siamo così diversi tra noi, sono diverse le nostre abitudini, i nostri gusti, la nostra sensibilità è diversa, la  nostra storia e provenienza è diversa. C’è chi ha piacere ad organizzare numerosi pranzi a casa, c’è chi ama  stare da solo ed avere spazi più intimi, c’è chi a casa ha bisogno di riempirsi di ricordi, perché costret* ad  esempio a vivere da sol* in un luogo lontano, c’è chi non vuole avere oggetti in giro perché troppe cose da  dover pulire.

C’è chi arriva a casa e accende una candela, chi inizia subito a preparare la cena, chi legge un  libro guardando fuori, chi ama guardare film. C’è chi è disordinato e lascia i vestiti alla rinfusa nell’armadio e  c’è chi è ordinato e ama gli armadi a vista con i vestiti in ordine di colore. 

Come possiamo noi progettisti avere la presunzione di proporre un modello standard e considerarlo valido  per tutti? Come possiamo pensare che persone così diverse possano stare bene nello stesso identico tipo di  casa? 

Potrei raccontare decine di episodi: fobie da superare, manie da rispettare, abitudini da valorizzare. Ma il  punto è sempre lo stesso: La funzionalità emotiva è importante tanto quanto la funzionalità tecnica. 

Al contrario, uno spazio emotivamente funzionale ti accoglie. Ti rappresenta. Ti restituisce energia invece di  consumarla.  

Per questo il mio primo incontro con i clienti non avviene mai in casa, ma ci incontriamo davanti a un caffè o un aperitivo, un luogo neutro. Lontani dalle pareti, dai pavimenti, dalle misure e dai mobili.

Perché all’inizio non mi interessa conoscere lo spazio, mi interessa conoscere la persona. È fondamentale  entrare in sintonia con il cliente affinché si crei un rapporto di fiducia reciproca. Solo dopo vado a vedere la  casa perché tutto l’aspetto emotivo dovrà poi incontrare quello tecnico fatto di impianti, di masseti, di  divisioni, di mq, di normative… La sfida è quella no?  

Spesso vedo persone perdere le speranze di personalizzare una casa per via del budget ristretto. Tengo a  precisare che tutto ciò non dipende dal budget. Dipende dalla capacità di uno spazio di raccontare chi lo  abita. Una casa costosa può essere emotivamente vuota, mentre un appartamento semplice può diventare  il luogo in cui ci si sente finalmente a casa perché studiato secondo le tue abitudini. L’obiettivo non è  progettare case perfette.
È progettare luoghi in cui sia più facile essere se stessi. 

Poco tempo fa mi è successo di progettare una casa per una ragazza, anzi una nipote. Una nipote di una  nonna che ora non c’è più e la casa da ristrutturare, ricca di mobili antichi, carte da parati, porte storiche era  proprio la sua. La ragazza aveva gusti completamente diversi da quelli della nonna, molto minimal, bianco e  nero, pochi oggeti.

Da un lato voleva cambiare tutto per adattarla alla propria persona, dall’altro voleva  conservare l’anima della nonna. È stato un progetto molto emozionante ed emotivamente forte.

Ma siamo  riuscite a trovare la chiave giusta per accontentare i due stili che sembravano essere ossimori. Abbiamo  conservato la memoria di alcune cose e rinnovate altre. Abbiamo creato un luogo unico e personale. Quando la cliente si è seduta in mezzo al soggiorno, sotto il lampadario e si è sentita a casa nonostante i  cambiamenti, mi sono sentita soddisfatta del mio lavoro e felice per lei.  

E forse è proprio questo il momento in cui un progetto smette di essere semplicemente ben fatto e diventa  davvero riuscito.