
Storie di Interni
Seconda uscita di EtimoloINTERIOR:”LA FUNZIONALITÀ EMOTIVA”
Quando si progetta uno spazio si pensa subito a dividere gli ambienti, a rispettare le normative, a calcolare i metri quadrati richiesti dalla legge. E quando si parla di stile è facile aprire qualche piattaforma su internet, salvare qualche immagine che ci piace o scopiazzare l’ultima tendenza del momento per creare la classica casa da copertina.
Ma quando ci fermiamo davvero a pensare a chi quello spazio dovrà abitarlo?
Siamo così diversi tra noi, sono diverse le nostre abitudini, i nostri gusti, la nostra sensibilità è diversa, la nostra storia e provenienza è diversa. C’è chi ha piacere ad organizzare numerosi pranzi a casa, c’è chi ama stare da solo ed avere spazi più intimi, c’è chi a casa ha bisogno di riempirsi di ricordi, perché costret* ad esempio a vivere da sol* in un luogo lontano, c’è chi non vuole avere oggetti in giro perché troppe cose da dover pulire.
C’è chi arriva a casa e accende una candela, chi inizia subito a preparare la cena, chi legge un libro guardando fuori, chi ama guardare film. C’è chi è disordinato e lascia i vestiti alla rinfusa nell’armadio e c’è chi è ordinato e ama gli armadi a vista con i vestiti in ordine di colore.
Dico spesso che la casa dovrebbe essere quel luogo che ci fa tirare un sospiro di sollievo appena chiudiamo la porta. Ma chi decide quale sia il modo giusto di tirare quel sospiro?
Come possiamo noi progettisti avere la presunzione di proporre un modello standard e considerarlo valido per tutti? Come possiamo pensare che persone così diverse possano stare bene nello stesso identico tipo di casa?
Potrei raccontare decine di episodi: fobie da superare, manie da rispettare, abitudini da valorizzare. Ma il punto è sempre lo stesso: La funzionalità emotiva è importante tanto quanto la funzionalità tecnica.
La funzionalità tecnica risponde alla domanda: “Questo spazio funziona?”
La funzionalità emotiva risponde invece a un’altra domanda: “Come mi fa sentire questo spazio?”
Una casa può essere impeccabile dal punto di vista ergonomico, avere gli impianti perfetti, materiali ricercati e una distribuzione funzionale. Eppure non far venire voglia di tornarci.
Al contrario, uno spazio emotivamente funzionale ti accoglie. Ti rappresenta. Ti restituisce energia invece di consumarla.
Nel concreto, studiare anche la funzionalità emotiva, significa utilizzare i materiali giusti, significa dividere gli spazi rispettando le normative, ma utilizzando un divisorio che non deve essere per forza cartongesso, ma magari un materiale semi opaco, un mattone a vista, un pannello di legno o altro… semplicemente perché quel materiale mi fa sentire una determinata sensazione.
Nel concreto significa disporre gli arredi e gli oggetti nel modo giusto, significa studiare le prospettive affinchè io possa guardare ciò che mi fa sentire meglio. Nel concreto significa scegliere colori e forme che innescano nell’inconscio sensazioni precise e di benessere.
Per questo il mio primo incontro con i clienti non avviene mai in casa, ma ci incontriamo davanti a un caffè o un aperitivo, un luogo neutro. Lontani dalle pareti, dai pavimenti, dalle misure e dai mobili.
Perché all’inizio non mi interessa conoscere lo spazio, mi interessa conoscere la persona. È fondamentale entrare in sintonia con il cliente affinché si crei un rapporto di fiducia reciproca. Solo dopo vado a vedere la casa perché tutto l’aspetto emotivo dovrà poi incontrare quello tecnico fatto di impianti, di masseti, di divisioni, di mq, di normative… La sfida è quella no?
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Spesso vedo persone perdere le speranze di personalizzare una casa per via del budget ristretto. Tengo a precisare che tutto ciò non dipende dal budget. Dipende dalla capacità di uno spazio di raccontare chi lo abita. Una casa costosa può essere emotivamente vuota, mentre un appartamento semplice può diventare il luogo in cui ci si sente finalmente a casa perché studiato secondo le tue abitudini. L’obiettivo non è progettare case perfette.
È progettare luoghi in cui sia più facile essere se stessi.
Poco tempo fa mi è successo di progettare una casa per una ragazza, anzi una nipote. Una nipote di una nonna che ora non c’è più e la casa da ristrutturare, ricca di mobili antichi, carte da parati, porte storiche era proprio la sua. La ragazza aveva gusti completamente diversi da quelli della nonna, molto minimal, bianco e nero, pochi oggeti.
Da un lato voleva cambiare tutto per adattarla alla propria persona, dall’altro voleva conservare l’anima della nonna. È stato un progetto molto emozionante ed emotivamente forte.
Ma siamo riuscite a trovare la chiave giusta per accontentare i due stili che sembravano essere ossimori. Abbiamo conservato la memoria di alcune cose e rinnovate altre. Abbiamo creato un luogo unico e personale. Quando la cliente si è seduta in mezzo al soggiorno, sotto il lampadario e si è sentita a casa nonostante i cambiamenti, mi sono sentita soddisfatta del mio lavoro e felice per lei.
E forse è proprio questo il momento in cui un progetto smette di essere semplicemente ben fatto e diventa davvero riuscito.





