In questa nuova intervista di #EtimoloPeople, siamo entrati nel mondo di Elisa Cella.
Le tue serie sembrano seguire una logica quasi tassonomica, come se ogni opera fosse parte di un catalogo biologico più ampio. Quando dai inizio a un nuovo ciclo di lavori, il processo nasce da un’esigenza visiva pura o da una fase di ricerca documentale e teorica?
Ho una formazione matematica e scientifica e tendo ad organizzare a posteriori i miei lavori secondo gruppi e sottogruppi a seconda dei temi che affronto. Quando do vita ad una nuova serie, di solito sono spinta da un forte impulso interno, che deriva da una fascinazione, da un’idea, da una domanda, dalla bellezza inaspettata e poi procedo facendo ricerche documentali e teoriche di pari passo mentre disegno, dipingo e realizzo installazioni.
Ad esempio, quando eravamo nel periodo del Covid, sono rimasta colpita dalla bellezza del virus, che conviveva con l’orrore che produceva come malattia, e quindi l’ho disegnato, e poi ho cercato se la stessa concomitanza fosse presente anche negli altri patogeni, trovandola e rimanendo ulteriormente stupita dalle forme che nel micro spesso ricalcano forme presenti in natura nel macro. Nel frattempo, per informarmi, facevo ricerche online ed ascoltavo podcast. Mentre lavoravo su di loro, mi sono imbattuta nelle diatomee, dando vita ad un ciclo nuovo ed approfondendo i legami che hanno con il ciclo dell’ossigeno ed i cambiamenti climatici.


Il tuo lavoro spesso utilizza materiali che richiamano la sfera industriale o sintetica per evocare forme prettamente organiche o biologiche. Come definiresti questo cortocircuito semantico?
Mi piace che materiali sintetici o industriali richiamino l’organico, facendo fare allo spettatore un piccolo scarto nel pensiero. Una mostra che ho realizzato L’impossibilità del reale, nella galleria Villa Contemporanea di Monza, era proprio su questo concetto: forme e materiali industriali (oltre ad un quadro) mostravano elementi che sembravano rappresentazioni di una duplicazione cellulare o di organismi marini, eppure non lo erano. La domanda sottesa alla mostra era appunto: cos’è la vita? Cosa percepiamo come vita?

In un processo creativo orientato al rigore e alla definizione, che spazio occupa il caso? A che punto avviene la sintesi? Sei solita aggiungere elementi per arricchire la complessità della forma o il tuo metodo segue un processo di sottrazione?
Il caso può determinare le svolte: come quando un gallerista mi chiese un lavoro grande per una mostra e, non potendo realizzare un quadro perchè c’era poco tempo, realizzai il mio primo lavoro installativo. Oppure quando per caso mi sono imbattuta in qualcosa di interessante ed inaspettato ed inizio a lavorarci sopra e si trasforma in una nuova serie. Nel lavoro grafico mi è capitato tante volte che un errore fornisse un’idea per qualcosa di nuovo.
Per quanto riguarda il posizionamento dei cerchi, c’è una tensione costante fra il caso ed il controllo, ed un lavoro sui pesi delle varie parti delle composizioni. Anche l’imperfezione è fondamentale: a ben vedere nessuno dei miei pallini è un vero cerchio. Tendo ad abbondare ma ad un certo punto qualcosa dentro di me mi dice che è ora di fermarmi.

Come Presidente dell’associazione AND, operi per creare un sistema di connessione tra artisti ed enti istituzionali. In che modo questa attività dialoga con la tua ricerca artistica? Come è nato il progetto “This is the end”?
Prima di fondare AND, insieme agli artisti Matteo Suffritti e Nadia Galbiati, avevo fatto parte di un altro collettivo. Quando è imploso, noi abbiamo riflettuto sul fatto che ci piaceva lavorare assieme ed abbiamo deciso di continuare: volevamo organizzare una mostra che avesse un tema di cui sentivamo l‘urgenza e che non fosse pretestuoso.
Nel tempo abbiamo capito che per rappresentare quanto meno una parte della complessità dei temi che ci interessavano e per connettere l’arte al resto della cultura, era necessario affiancare alla mostra testi di scrittori, professionisti ed associazioni che si occupavano degli stessi temi ed organizzare una tavola rotonda aperta al pubblico.
La mostra This Is The End ed AND Ente del Terzo Settore che la sta curando sono nate in questo fermento. This Is The End si occupa delle criticità del contemporaneo, una delle quali sono le epidemie, e qui si collega col mio lavoro. In effetti l’idea del tema della mostra è proprio nata quando l’entusiasmo dell’uscita dal Covid è stata abbattuta dall’invasione dell’Ucraina.
La mostra è stata esposta alla Villa Reale di Monza, nella Villa Bagatti Valsecchi di Varedo, al MO.CA – Centro per le Nuove Culture di Brescia ed a settembre approderà alla Casa della Memoria di Milano. Nel frattempo ad ottobre inaugureremo la nuova mostra, su un nuovo tema.
Quali sono le tue principali fonti di ispirazione? Ci sono libri, film o altri artisti che hanno avuto un impatto significativo nella strutturazione del tuo immaginario?
Ho sempre avuto una passione per la scienza, quindi è una delle mie principali fonti di ispirazione. Per quanto riguarda il mio immaginario, in origine non avevo una grande conoscenza dell’arte contemporanea, mi piacevano molto Munch e Klimt, leggevo tantissimo ed ero appassionata di film: un dittico preferito da giovane era Idioti di Lars Von Trier e L’Idiota di Dostoevskij.
Adesso ci sono talmente tanti artisti che mi piacciono, che ho l’imbarazzo della scelta, fra i più famosi: Dadamaino, Sol Lewitt, Louise Bourgeois, Tomas Saraceno, Yayoi Kusama, Giuseppe Penone, Chiharu Shiota…
Chi è Elisa Cella?

Nata a Genova nel 1974, vive e lavora a Monza.
Ha studiato Matematica all’Università Statale di Milano, dopo essersi diplomata al liceo scientifico.
I suoi lavori hanno una connessione con la biologia e rimandano a considerazioni filosofiche oppure sezionano e riproducono specifiche emozioni. Vengono realizzati con ripetizioni a mano libera di cerchi. Realizza disegni, quadri, sculture ed installazioni.
Ha creato una serie di lavori sui microorganismi, che si è concretizzata nelle mostre personali C’est la mer allée / Avec le soleil, alla Galleria Contempo di Pergine Valsugana (TN), con testo critico di Ilaria Bignotti, Microbiota.
Un ampliamento dell’esperienza sensoriale, alla Galleria Villa Contemporanea di Monza, con testo critico di Luca Panaro, in un libro d’artista a tiratura limitata per Chippendale Studio ed in varie collettive, fra le quali This Is The End, che è stata esposta alla Sala Convegni della Villa Reale di Monza, alla Villa Bagatti Valsecchi di Varedo, al MO.CA – Centro per le Nuove Culture di Brescia ed a settembre sarà ospitata nella Casa della Memoria di Milano.
Fra le sue ultime personali ricordiamo La parte per il tutto, negli spazi della RP Legal & Tax, Milano, a cura di Simona Bartolena, Tre Artiste, alla Rocca di Umbertide, a cura di Giorgio Bonomi, L’impossiblità del reale alla Galleria Villa Contemporanea di Monza, con testo critico di Leda Lunghi e Sensazione Concava alla Galleria E3 Arte Contemporanea di Brescia, con testo critico di Alberto Rigoni.
E’ presente negli studio visit della Quadriennale di Roma, a cura di Francesca Guerisoli.
I suoi lavori sono presenti nelle collezioni del MAC di Lissone, del Museo di Villa Croce a Genova, del Museo Butti di Viggiù, della Civica Raccolta del Disegno di Salò, della Rocca di Umbertide (PG), del Castello Chiaramontano di Racalmuto (AG).
Ha vinto Master Artist 2021, ed è stata finalista del premio Exibart, del premio Candiani, del premio Arteam, del premio Combat e del Premio Celeste.
Partecipa ai progetti Fare lunghe passeggiate solo perchè siamo stanche di camminare, Venus In Furs, La bellezza resta., L’ora di Mosca, Real Art #6 ed ha esposto nelle relative mostre in musei, spazi pubblici e gallerie.





