Quando la vena è secca e l’occhio vaga
irrequieto nel buio
quasi in cerca di solida stanchezza,
di una coltre di sonno per sfiancarsi
e decidere oblio,
lì va colto il richiamo a sfinimento:
una facile e tumultuosa, rapida
parola forse accorda col suo ritmo
inevitabilmente
vero e falso, che fanno grigio il detto;
una lenta, più altera a porsi, a stringere,
forse è quella più calda nelle pieghe –
fatta pietra scalfita in questo parto
tu la mastichi invano,
uomo sterile, poi che asciutta e scabra
ti chiamerà a scavare nelle polveri
e ad trarre da terra echi non pronti
alla vita dell’aria.
Eppure è questo
farsi morto coi morti a darti vita:
il vero è solo sempre,
vi si aggruma poi il pianto e il riso e il fuoco
e il cercare una forma che non muti
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Non ci può essere vera punteggiatura conclusiva – un punto fermo, poiché gli altri non fermano affatto e portano invece più in là – in una poesia che cerchi di indagare la forma, specie se questa “forma” è quella di una spirale. Questo non riguarda, dunque, la struttura del discorso, la sintassi tradizionale. È una questione di stile; e lo “stile” è (fra le mille definizioni) l’occorrenza concreta di una modalità del conoscere: lo stile è l’ordinamento delle informazioni per la capienza, cioè il corrispettivo dell’intelligenza riguardo al “fare spazio” dentro lo spirito di chi conosce nel modo in cui le esprime con un segno e un significato.
Forse è proprio per questo che anche in mancanza della tradizionale “ispirazione” si può e si deve scrivere: è una sorta di corollario dell’antico “Nulla die sine linea”, ma con in mente anche quel che risulta (conciliando scienza e arte) per gli stati di rilassamento profondo della mente nelle occasioni in cui “la vena è secca e l’occhio vaga/ irrequieto nel buio” eppure si cerca capienza finché qualcosa “aggruma”

“Eadem Mutata Resurgo” è una rubrica di poesia di Tommaso Cimino.


