In questa nuova intervista di #EtimoloPeople, siamo entrati nel mondo di Daniele Michienzi.
Partendo dal progetto “Loquendum”, come nasce la scelta di unire una materia classica e rigorosa come il latino con i linguaggi digitali e non convenzionali dei social network?
“Loquendum” è nato quando ho pensato che sarebbe stato utile adoperare i social per mettere a disposizione le mie conoscenze a chiunque avesse un po’ di curiositas, per dirlo alla latina, cioè il desiderio di conoscenza. Amo visceralmente la scrittura, sin da ragazzo, e quindi non potevo che partire dai social, che oggi sono il mezzo di comunicazione più pervasivo e democratico, nel bene e nel male.
La mia pagina “Loquendum”, infatti, è caratterizzata soprattutto da contenuti in cui la parte scritta è preponderante. “Loquendum”, nel giro di un paio d’anni, ha raccolto un numero di follower sinceramente impensabili se si pensa agli argomenti (linguistica, etimologia, letteratura, cultura classica) di cui parlo e se si pensa al fatto che, come dicevo, i contenuti che pubblico sono perlopiù caroselli scritti, lunghi anche 20 slide. Anche se a volte mi sono divertito anche a realizzare reel in cui ridoppiavo scene televisive o cinematografiche in latino o traducevo canzoni, ho sempre preferito il formato del post scritto, anche lungo, che mi consentiva di sviluppare un pensiero o un tema senza banalizzarlo.
Antico e moderno, per me, si possono mescolare senza troppe paranoie proprio perché la cultura deve essere di tutti. Odio le pose di alcuni intellettuali che, specie in ambito universitario, credono di essere gli unici depositari del Verbo culturale e si tengono strette le proprie conoscenze, come se fossero di loro proprietà, standosene sulla propria torre d’avorio con lo sguardo torvo.

Da dove è nata concretamente l’idea di tradurre i testi delle canzoni di Sanremo con i tuoi studenti? Qual è il processo pratico attraverso cui trasformi un contenuto pop contemporaneo in un’occasione di studio e divulgazione classica?
L’idea delle canzoni di Sanremo in latino è nata all’interno di un laboratorio di traduzione che avevo inserito nelle lezioni, un po’ anche per gioco, per una mia classe di due anni fa. L’idea iniziale era quella di studiare alcune forme verbali in modo meno convenzionale, ma poi ci siamo fatti prendere la mano e le abbiamo tradotte quasi tutte, le canzoni, un po’ col mio aiuto, in classe, e un po’ come compito facoltativo a casa. Alcuni di loro, quando la cosa è stata ripresa da alcuni giornali, sono stati intervistati per questo da Radio Rai e hanno raccontato la loro esperienza di giovani traduttori sanremesi: ritengo che sia stato molto istruttivo per loro, e sicuramente è stato un modo per rendere il latino meno noioso ai loro occhi, diciamo.
Oggi gli studenti italiani hanno competenze diverse rispetto a quelle che avevamo noi anni fa, e questa cosa va considerata sia quando insegni sia quando fai divulgazione: i giovani sono più capaci di lavorare nello stesso momento con codici diversi, si muovono con disinvoltura nel mondo della tecnologia, hanno uno sguardo più inclusivo e più rispettoso della diversità e della fragilità altrui. Ma c’è anche un rovescio della medaglia: hanno spesso poca capacità di concentrazione e fanno fatica a prendersi del tempo per riflettere. Sono abituati alla velocità, al consumo immediato delle cose e delle idee.
Purtroppo molti content creator, anche alcuni dei cosiddetti teachtokers, sfruttano questa cosa utilizzando nei propri contenuti frasi ad effetto o trend per acchiappare l’attenzione degli utenti. Questo non sempre aiuta. Si può benissimo partire da un contenuto divertente, ma la parte divulgativa non deve essere banalizzata o schiacciata dal linguaggio usato. Quello che conta, per me, non è tanto ottenere le visualizzazioni o i like, ma veicolare un contenuto culturale di qualità.

Come si concilia la profondità e la lentezza di una lingua antica con la velocità e la frammentazione del contesto digitale contemporaneo?
Intanto va detto che se continuiamo a proporre agli studenti lo studio delle lingue classiche significa che per fortuna siamo ancora convinti che la cultura sia un elemento decisivo e fondante nella formazione dell’individuo. Questa cosa l’avevano teorizzata nell’Atene del V secolo ma poi fu fatta propria anche dai Romani e, ancora dopo, dagli Umanisti. L’idea di educazione che sta alla base di questa concezione che possiamo definire ‘classica’ o ‘umanistica’ ha come obiettivo la preparazione dello studente a un ideale nobilissimo di bene, di amore per la verità e di capacità di stare bene con se stessi e con gli altri.
Questo scopo non può che andare al di là di ogni utilitarismo e tecnocrazia: studiare il latino e il greco trova forse nella sua inutilità la sua specificità e la sua importanza.
Peraltro, in un mondo come quello di oggi, dominato dalla velocità, dal caos, dalla materialità e dall’aggressività, mi piace pensare allo studio delle lingue classiche come a un rifugio, una porta d’ingresso a un hortus conclusus di lentezza rigenerante, di crescita personale. Un hortus, questo, che poi tanto conclusus non è se si pensa agli infiniti viaggi che la nostra mente può compiere quando ci facciamo prendere per mano dai grandi autori del passato. Le lingue classiche sono delle chiavi che consentono di entrare davvero in contatto con quegli autori e il loro modo di pensare e sono una valida alternativa al linguaggio ripetitivo, rapido e frammentario tipico del contesto odierno.

Letteratura, musica rock e gospel, teatro, didattica, in che modo la pluralità di queste discipline si nutre a vicenda, diventando un unico linguaggio anziché percorsi separati?
Tutti i linguaggi espressivi, in fondo, sono modi diversi per arrivare allo stesso obiettivo: comunicare, avvicinarsi all’altro, apprendere. L’uomo è un animale sociale anche perché tutto quello che lo rende felice, e credo che la creatività sia la cosa che più ci rende felici, ha a che fare con la comunicazione.
La musica è un modo più diretto e profondo, il teatro integra il corpo, la prossemica e il peso della parola pronunciata, la letteratura è un modo per connetterci a comunicazioni pensate anche in epoche e luoghi completamente diversi e, quindi, ogni libro è un viaggio. Più linguaggi conosco e padroneggio più posso comunicare, e più comunico più sono vivo e in relazione con gli altri.

Quali sono le tue principali fonti di ispirazione? Ci sono libri, film o artisti
che hanno avuto un impatto significativo nella strutturazione del
tuo immaginario?
Un esempio che mi viene subito in mente è che da bambino leggevo i libri di Luciano De Crescenzo e mi sono innamorato dei miti greci attraverso il suo modo unico e ironico di raccontarli. È grazie a quei libri, ne sono certo, che mi sarebbe venuta voglia di approfondire e di scegliere di frequentare il liceo classico. Per quanto riguarda il mio immaginario più in senso lato, gli apporti sono stati vari, ovviamente, ed è difficile descrivere qualcosa di così multiforme e stratificato. Posso però citare delle opere che mi hanno lasciato sicuramente qualcosa.
Tra i libri di letteratura c’è l’autobiografia di Elias Canetti, autore un po’ sottovalutato del Novecento che io adoro per la sua capacità di analizzare l’animo umano e raccontare il proprio mondo interiore.
Per quanto riguarda la musica, una cantautrice che seguo da anni è Carmen Consoli: il suo modo di scrivere e di giocare con i linguaggi è straordinario e, tra l’altro, nell’ultimo disco ha cantato pure in greco antico e in latino! I film che mi hanno più colpito, soprattutto quando ero adolescente, sono stati sicuramente i primi film di Almodovar, per la loro ironia graffiante e fuori dagli schemi. Sicuramente l’ironia è uno strumento per descrivere la realtà che trovo molto affine alla mia personalità. Odio chi si prende troppo sul serio e, forse perché da ragazzino ero un tipo solitario che non giocava mai, ora che sono adulto cerco di recuperare il tempo perduto ogni volta che posso.
Chi sono Daniele Michienzi?
Daniele Michienzi è nato nel 1985 e insegna italiano e latino in un liceo di Milano, dove vive. Si è laureato in Linguaggi dei Media con una tesi sulle web community e in Lettere Moderne con una tesi sulla letteratura latina.
Da sempre innamorato della storia delle lingue e del loro funzionamento, nel 2024 su Instagram ha ideato Loquendum, pagina divulgativa in cui mette in relazione gli autori classici e la cultura pop e prova a fare emergere le permanenze inaspettate dell’antico nel mondo contemporaneo. Ha attirato l’attenzione dei media traducendo in latino alcune canzoni del Festival di Sanremo. Sui social, oltre a cantare, pubblica spesso contenuti relativi all’innovazione didattica e alla lotta al bullismo omotransfobico nelle scuole. Il suo primo libro è uscito quest’anno e si intitola “Latin Lover” (Blackie Edizioni)






