Non ci può essere vera punteggiatura conclusiva – un punto fermo, poiché gli altri non fermano affatto e portano invece più in là – in una poesia che cerchi di indagare la forma, specie se questa “forma” è quella di una spirale. Questo non riguarda, dunque, la struttura del discorso, la sintassi tradizionale. È una questione di stile; e lo “stile” è (fra le mille definizioni) l’occorrenza concreta di una modalità del conoscere: lo stile è l’ordinamento delle informazioni per la capienza, cioè il corrispettivo dell’intelligenza riguardo al “fare spazio” dentro lo spirito di chi conosce nel modo in cui le esprime con un segno e un significato.

Forse è proprio per questo che anche in mancanza della tradizionale “ispirazione” si può e si deve scrivere: è una sorta di corollario dell’antico “Nulla die sine linea”, ma con in mente anche quel che risulta (conciliando scienza e arte) per gli stati di rilassamento profondo della mente nelle occasioni in cui “la vena è secca e l’occhio vaga/ irrequieto nel buio” eppure si cerca capienza finché qualcosa “aggruma”

PRIMA USCITA - “Eadem Mutata Resurgo” di Tommaso Cimino

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