Ada Quondamatteo
Della kenosis o della vacuità
Questo breve racconto descrive un incontro tra Alice, pseudonimo di una giovane ragazza che si è appena trasferita in Asia, e un gruppo di ragazzi buddhisti, in cui Alice mette in discussione il senso stesso dell’esistenza soprattutto in relazione alla costrizione del lavoro, la forma più alta di alienazione creata dall’essere umano.
Da fuori non sembra neanche un locale. Potrebbe essere un bar triste di un qualunque quartiere popolare. Sembra proprio un bar scadente, a dir la verità, pensa Alice. Poi viene presa per mano da Leslie verso delle strane scale rosse vellutate, che conducono ad un’altra sala piena di specchi e divani verde-scuro. Il pavimento è di legno ma non fa rumore. Per oltrepassare questo strano non-luogo si attraversa una porta a specchio che conduce al locale vero e proprio. Per fortuna che c’è Leslie, altrimenti Alice si sarebbe sicuramente persa. Le tiene stretta la mano e non la lascia andare, anche se sta sudando. Fino a quel momento non c’è neanche un minimo accenno di suono, neanche il suono di una corda o di una risata. È tutto ovattato. Poi l’esplosione: una luce soffusa, pochi tavoli e poche persone, un soppalco che si affaccia sulla sala sottostante dove una donna cantonese, tremendamente bella, canta canzoni spagnole. Per scendere al pianterreno, bisogna attraversare degli scalini talmente ripidi, da poterli percorrere solo di corsa. Al piano terra c’è un piano bar anni Venti, con alcolici costosissimi in vista. Il pavimento è a scacchi e Alice si sente una pedina, una pedina in balia della sua vita e soprattutto della sua situazione lavorativa. Eccola, come sempre lì, in un bar, ad affogare i suoi pensieri nell’alcool, più precisamente in un martini al cioccolato. Alice non sa più in quale linea temporale sia, in quale time-zone del mondo, è l’estetica del bar a confonderla. Deve riuscire a non farsi portare altrove dai suoi pensieri che altrimenti la trascinerebbero via e l’annegherebbero. Alice naufraga costantemente fra i suoi pensieri e fa fatica a salire a galla, la musica e la scrittura sono le sue boe. È anche l’alcol è un suo salvagente, o forse è quella sostanza liquida in cui annegare. In effetti, ora in quest’istante, sarebbe volentieri annegata nel suo martini al cioccolato. Non ha mai preso un martini prima d’ora in realtà, è la prima volta questa, ma c’è sempre una prima volta per tutto. Il Martini, fino a quel momento, lo ha sempre considerato come una droga per borghesi, troppo costosa per il poco alcool che contiene. Proprio in quel momento un ragazzo dai capelli lunghi la fa avvicinare al tavolo suo e dei suoi amici, che stanno discutendo di buddhismo. Alice si avvicina e inizia a conversare con loro. È circondata da persone che trasudano soldi, mentre lei di soldi non ne ha. Alice ripete sempre ad alta voce che i soldi le fanno schifo. Non sa se ci tiene sempre a ribadire questo fatto perché non ne ha mai avuti o perché hanno un cattivo
odore. I soldi sono difficili da gestire e rendono le persone ambigue. Suo padre dice sempre che ai soldi ci pensano sempre i poveri e che i ricchi non ci pensano mai. Alice sa che c’era una netta distinzione tra chi ce li ha e chi no, e forse è questo abisso che le da la nausea. Ma stasera avrebbe accettato tutto se glielo avessero offerto, anche perché altrimenti non si sarebbe potuta mai permettere un martini al cioccolato, già ordinato e quasi finito. E mentre l’alcol fa il suo effetto, ecco che Alice inizia a sproloquiare senza ritegno: “Voi siete tutti buddisti, pieni di fede, io sono atea e svuotata, cristo se sono svuotata. Sono svuotata da un lavoro che non mi piace. Cosa non è divinità se non il lavoro? Non è chiaro perché l’essere umano abbia stabilito che il lavoro sia il dio dei giorni nostri. Il lavoro è uno svuotamento continuo della propria persona, se non si ha la possibilità, il privilegio di sceglierlo. E tutti gli esseri umani, lavoratori indefessi, diventano involucri di vita. E allora lo svuotamento non è più teologico ma umano: è una condizione involontaria di alienazione. Prima mi avete chiesto cosa pensassi del buddhismo, beh, io dal Nirvana mi sento lontana anni luce. Forse sono più vicina a quella vacuità buddhista in cui tutto ciò che appare intorno mi attraversa, perché sì, mi percepisco vuota ma percepisco vuota anche tutta la realtà intorno a me. Ho così tanta vacuità in me stessa da non potermi rendere partecipe davvero di alcuna religione, non perché la teologia di tutto il mondo non sia interessante, ma anzi perché ogni religione è interessante allo stesso modo e io non sono capace di sceglierne una. Piuttosto che determinare la vacuità di un’unica realtà materiale, credo sia più interessante scoprire talmente tante realtà differenti da arrivare alla stessa conclusione, per cui comunque, una unica realtà non esiste. ” Un grande silenzio segue al monologo di Alice, mentre tutti la guardano con aria tra lo stupito e il divertito. Il ragazzo buddhista dai capelli lunghi le offre una sigaretta e Alice dopo averla accesa, mormora in cinese “灰飞烟灭 Huīfēi yānmiè”. “灰飞烟灭 Huīfēi yānmiè” è intraducibile pensa Alice, è come l’immagine di ceneri che volano e di fumo che si dissolve e lei vorrebbe scomparire nel fumo di quella sigaretta. “灰飞烟灭 Huīfēi yānmiè” si può associare anche ad un senso di annichilimento e svuotamento. E’ un termine che viene dal buddhismo ma che si presta benissimo alla situazione di Alice. “Domani ti porto a vedere un tempio” dice il ragazzo.“Domani lavoro.” risponde Alice.
Ada Quondamatteo è laureata in Lingue e Civiltà dell’Asia e dell’Africa mediterranea, con specializzazione in lingua mandarina e cultura cinese. Ha scritto una tesi magistrale sul femminismo cinese, dal punto di vista storico e antropologico e con una traduzione parziale dal cinese all’italiano del saggio di una sessuologa cinese, Li Yinhe. Ha lavorato a Pechino per una ONG nel 2023-2024 e ora vive in Italia, a Venezia. Il suo portfolio letterario è disponibile al seguente link: https://adaquondamatteo.wordpress.com/.


