Daniela Di Lullo

(UN)SPLEEN

Varcare lo spazio di queste opere significa entrare in una zona di sospensione, un territorio dove la figura umana non si offre come presenza compiuta, ma come traccia, eco, residuo. Ciò che appare immediatamente evidente, guardando le tele di Daniela Di Lullo, è proprio ciò che manca: i corpi sono ridotti a silhouette evanescenti, presenze monocrome ed incomplete che si confondono con lo sfondo fino a rischiare di svanire. Dentro il campo cromatico che li circonda, mani, braccia, gesti isolati emergono come ultimi tentativi di trattenersi alla materia, di affermare ancora un’esistenza prima della completa disincarnazione: non più carne solida, ma impronte fragili, resti che resistono per un attimo al loro stesso dissolversi nel magma compatto del colore.
L’artista ci costringe a un gesto inusuale: avvicinarci quasi completamente alla tela, piegarci verso essa, ad inseguire ciò che costantemente sembra sfuggire. La visione diventa esperienza corporea, quasi tattile, come se lo sguardo dovesse colmare un vuoto. In questo movimento riconosciamo la precarietà dell’umano: la difficoltà a radicarsi, a permanere, a trattenere il proprio peso.
Il titolo (un)Spleen gioca con l’idea di sottrazione: (un)Spleen evoca la mancanza della milza, organo simbolicamente legato alla malinconia e al “male di vivere” di baudeleriana memoria. Baudelaire, nei suoi Spleen de Paris e ne I fiori del male, aveva identificato nello spleen, ossia la milza, la cifra di un malessere moderno: la stanchezza dell’anima, il peso insostenibile della malinconia. Qui, invece, quel peso viene paradossalmente rovesciato: l’assenza della milza, priva il corpo della sua radice, del suo centro, del suo ancoraggio. Dove non c’è più milza, non c’è più gravità, resta solo sospensione. L’uomo perde consistenza, si alleggerisce fino a diventare fantasma, ombra, puro segno.
In questo processo riconosciamo una dimensione entropica: i corpi passano da solidi a liquidi, da liquidi a gassosi, fino a farsi pura vibrazione, eco di un’energia destinata a disperdersi. È la legge della termodinamica applicata alla carne, la dissoluzione dell’ordine in favore della dispersione. La pittura stessa si fa metafora di questo scivolamento: il monocromo non è sfondo neutro, ma campo attivo che ingloba, orizzonte compatto che tutto accoglie e tutto dissolve.
Il monocromo nella storia dell’arte, da artisti come Malevič a Klein passando per Rothko, viene utilizzato ed interpretato come azzeramento, come grado zero della pittura. Di Lullo in questo senso va oltre, assumendo il colore unioc non solo come fine o destino, ma come vero e proprio ambiente: campo di tensione ed orizzonte filosofico nel quale collocare la narrazione della vicenda umana, un mare di assenza nel quale la figura non scompare istantaneamente, ma lentamente si lascia inglobare. È una pittura che si situa nello spazio liminale tra presenza e sparizione, tra figura e sfondo, tra permanenza e dissoluzione.
Eppure, in questa malinconia radicale, si intravede anche un’altra possibilità. Se il corpo si dissolve, può anche fondersi con ciò che lo circonda. In chiave panteistica, la perdita di consistenza non è solo tragedia, ma ritorno all’unità originaria: il frammento che si ricongiunge al tutto, la carne che nel suo sforzo estremo di superamento dei propri limiti fisici si trasforma in natura, il gesto che si disperde per diventare parte dell’universo. L’essere umano trova così un nuovo modo di esistere, e resistere.
(un)Spleen invita dunque a una duplice riflessione: da una parte un requiem silenzioso per la carne e, allo stesso tempo, un inno al dissolvimento come metamorfosi. Una riflessione sull’esistenza contemporanea, sull’individuo che si scopre fragile, evanescente, ma anche capace di trasformarsi e di confondersi col mondo. In queste opere vediamo il nostro destino collettivo: diventare ombre nel paesaggio che abitiamo, ma anche possibilità di lasciare un segno, un’impronta, un respiro che, pur lieve, continua a esistere.

Daniela Di Lullo (Napoli, vive e lavora a Roma) utilizza pittura, collage e video per indagare l’irrazionalità umana e le fragilità del nostro tempo. Tra le sue mostre: finalista al 14° Premio Arte Laguna (Arsenale di Venezia, 2021), Legami (Palazzo Strozzi, Firenze), Spleen. Cronache di una routine (precedentemente) sottovalutata (Cavallerizza Reale, Torino). Nel 2023 vince la residenza Paratissima Factory|Murazzi con il progetto Can our Humanity save humanity?, e partecipa al progetto collettivo Vuoto (Struttura, Roma). Nel 2024 partecipa a Fuck war e nel 2025 Trust Utopia (Cheap Festival, Bologna).