Thomas Perticaroli

Tutto o niente


Esistono luoghi che sembrano regalarci sicurezza, ma segretamente nascondono fratture. Tutto e niente è uno di questi: un paesaggio sospeso, dove architettura e natura si confrontano in silenzio, e ogni equilibrio è frutto di un’illusione momentanea. Il ritratto di un tempo in cui i confini si sfocano e il familiare diventa estraneo.
In Tutto e niente, una figura nuda, orgogliosa e vigile, occupa il primo piano. È distesa su una terrazza sospesa, circondata da muretti senza spessore né fine, che guidano lo sguardo verso il fondo. La casa, con due finestre scure e geometriche, non ha porte: nessun varco se non quello che conduce verso di noi. Accanto, un corridoio rosso scandito da tre colonne ioniche sembra aprirsi, ma sotto la struttura si deforma, precipitando in una stanza nera, nella quale un pavimento verde si mostra, silenzioso.
Lontano, dove si dirige lo sguardo della figura, la natura resiste. Il mare in movimento si oppone alla gravità delle montagne; le linee rette si spezzano, diventano libere. L’acqua, nei suoi riflessi verdi e blu, ricorda la Terra, mentre il monte, con le sue pieghe, appare come un cervello, la materia della conoscenza.

C’è un ordine che rassicura e inganna,
fatto di confini netti e facili da leggere.

L’architettura domina la scena con il suo ordine geometrico: le colonne ioniche, il corridoio rosso, muretti che delimitano spazi netti e perfettamente visibili. È un ordine che rassicura, ma fondamentalmente inganna. Come nelle piazze metafisiche, lo spazio è sospeso in un tempo indefinito: silenzioso, immobile, ma carico di tensione. Ogni elemento sembra avere un posto
preciso, eppure qualcosa stona. La casa ha due finestre ma nessuna porta; i muretti, pur delimitando lo spazio, non hanno spessore; la struttura affonda e si distorce in una stanza nera, nella quale si intravede un pavimento verde, scuro ed estraneo.
In primo piano, la figura nuda è distesa, vigile ed orgogliosa, ma priva di difese. Il suo corpo non viene caricato dall’erotismo, ma rimane esposto: come se fosse la manifestazione stessa della vulnerabilità umana. Non può uscire se non verso di noi, rompendo la distanza che la separa dall’osservatore. Qui la nudità diventa simbolo di verità, di una condizione in cui ogni maschera cade. È una presenza che dialoga con lo spazio, ma che non gli appartiene del tutto. Come lo spettatore, anche lei c’è, ma si limita ad osservare, senza un vero controllo.
Oltre la terrazza, la natura si apre in un orizzonte lontano: il mare in movimento, fluido e vivo, contrasta con la solidità delle montagne. Ciò ci suggerisce due modi di concepire la realtà: da una parte la mutevolezza dell’esperienza, e dall’altra la rigidità del pensiero strutturato. La Terra, nelle onde dai riflessi verdi e blu, e le pieghe della materia grigia del cervello, tra le rocce delle montagne. Due lati della stessa medaglia, spesso in contrasto, ma che comprendono la vita nella sua interezza.
Così, il dialogo simbolico diventa chiaro: l’architettura rappresenta quel sistema di certezze che costruiamo e su cui facciamo completo affidamento, mentre la natura è la forza caotica e imprevedibile che le erode, consuma e ci lascia naufraghi. La figura nuda è l’essere umano nel mezzo, sospeso tra la necessità di sicurezza e la consapevolezza della sua fragilità. Come nel pensiero di Heidegger, il “niente” non è assenza ma soglia: uno spazio in cui il senso si rivela proprio quando le strutture iniziano a crollare. Lo vediamo nel distorcersi della struttura stessa che, affondando, rivela una soglia spaventosa, ma, forse, di speranza.

Eppure, l’opera non impone assolutamente un’unica lettura. Ogni elemento può contenere più significati, che amplino le associazioni mentali, e non che le circoscrivano. La terrazza può invitarci al suo interno o racchiuderci senza vie d’uscita, il mare prometterci libertà oppure annegarci, la montagna rappresentare la conoscenza che risolva o un peso insostenibile. Le mura, rigide e sicure, ci danno stabilità oppure un equilibrio artificioso, pronto a crollare alla prima scossa.
Anche in primo piano, la figura non ha un ruolo univoco all’interno della narrazione. Può essere una testimone silenziosa, una guardiana della soglia o un’estranea che non appartiene a questo spazio. Lo sguardo si allontana distaccandosi, forse in attesa, forse rassegnata. Sta osservando un futuro che noi non vediamo o semplicemente il lento disfacimento del presente?
Perciò l’opera si muove sul filo del paradosso: più osserviamo e cerchiamo di fissare un’interpretazione, più ci rendiamo conto che le certezze sfumano. Forse, è proprio ciò che ci sembra vuoto, buio, in realtà a formare uno spazio fertile, dove l’essere può rivelarsi. Ma non è detto che questa rivelazione sia rassicurante.
Tutto e niente assume, dunque, anche il valore di esperienza: un invito a sostare nell’incertezza, a guardare le nostre stesse strutture mentali come architetture provvisorie, belle ma fragili. Forse, questo paesaggio sospeso è il riflesso di una condizione universale: quella di vivere tra muri senza spessore e orizzonti inafferrabili, tra desiderio di controllo e consapevolezza del caos.

Questa è la mia lettura, nata dal mio sguardo e dalla mia sensibilità. Ma come in ogni opera aperta, la verità non è una sola. Sta a voi, osservando, decidere se qui c’è un rifugio, un avvertimento o un sogno interrotto.

Thomas Perticaroli è un artista autodidatta di 24 anni che proviene da un piccolo paese del centro Italia. Non tiene un soggetto o un simbolo che lo contraddistingua: ogni quadro ha origine da una profonda introspezione. Il suo processo creativo nasce osservando il proprio comportamento, risposte emotive e pensieri ricorrenti; per cercare di capire il mondo. Queste immagini provengono dal subconscio, rappresentando stati interiori più profondi e esperienze che possano risuonare anche nelle esperienze di chi osserva. Le sue influenze principali provengono dal movimento Surrealista e Metafisico, dove i sogni e la realtà si mischiano per creare una nuova percezione del mondo; crede che sia la miglior maniera per esprimere le intricate connessioni della mente. Nella sua arte crea uno spazio liminale – tra l’esperienza e la percezione, tra il corpo e la mente.