Ylenia Desiree Zindato
Decostruire il presente: femminismo, filosofia e futuri possibili
Racconto/articolo a scopo divulgativo che mescola vari stili fra stream of consciousness, autobiografia, stand up, saggistica filosofica, citazionismo postmoderno, femminismo e attualità.
“Il mondo è in guerra e a dichiarare la guerra non siamo state noi; noi donne non siamo né pacifiste né per natura madri, né Antigoni né Cassandre, noi siamo le giovani arrabbiate:
Abbiamo visto la gente della nostra età andare lungo strade che non portano mai a niente, e noi invece, no! Vogliamo fare resistenza politica ma ci interessa anche divertirci. Il nostro problema non è l’uomo, ma un sistema di potere organizzato in reti di sorveglianza perpetua. In questo mondo di cyber-poliziotti, noi vogliamo esplorare il nostro universo immaginario, i nostri desideri e sogni di potere. Vogliamo disegnare l’avvenire a nostra immagine, e quest’immagine non è sempre solo bella. Vogliamo far esplodere il vuoto che giace al cuore del Panottico patriarcale. Dio è morto; Marx è morto; il patriarcato sta morendo di noia e noi non stiamo poi tanto bene, ma tanto si sa, che le donne vivono di più. Chiediamo il diritto di uscire dal vecchio, decaduto, sedotto e abbandonato corpo sociale fallocentrico. Siamo stufe della mascolinità astratta, con i suoi accessori indispensabili: la femminilità decorativa, il razzismo, la violenza e lo sfruttamento della natura. Sebben che siamo giovani donne, paura non abbiamo, ma siamo impegnate in un progetto dove la transizione verso il nuovo richiede sia il coraggio politico sia una forte memoria delle lotte del passato. Noi abbiamo la fantasia che serve a forgiare nuove idee in un linguaggio nuovo. Basta con le immagini sdolcinate che esaltano la potenza materna creatrice; viva la donna trasgressiva, né etero, né omo, ma in movimento costante, nomade nella vita. Abbasso la paranoia un po’ indolente di quelle che sanno Solo scatenarsi contro la tecnologia, le macchine e la musica d’oggi. Noi sappiamo difenderci, anche col computer: che la forza del femminismo venga dalle cyber femministe! E poi, con un po’ di aiuto dai nostri amici, noialtre femministe che amiamo la libertà riusciremo certamente a riscrivere la cultura biotecnologica in modo che rifletta le nostre esperienze e il nostro vissuto. E faremo in modo che il complesso, il molteplice e l’ibrido si trasformino, al tocco delle nostre abili dita elettroniche, in una rete di legami potenzianti che servano da punto d’accesso verso infinite possibilità di resistenza, di invenzione, e di piacere di vivere.”
Il corpo umano non è solo un dato biologico: la femminista Gena Corea parla del modello di ‘utero meccanico’, di bordello riproduttivo in cui il corpo della donna si riduce a fabbrica vivente, denunciando il potenziale sfruttamento delle tecnologiche riproduttive attuali, una possibile minaccia epistemica verso una visione della donna stessa ridotta a semplice apparato riproduttivo, (penso alla pratica della GPA, gestazione per altri/altre che retribuita o meno pone sempre uno squilibrio di rapporti in termini di motivazioni economiche, sociali, culturali); occorre ripensare le ovaie, ma anche i soggetti tutti, partendo dal presupposto che il corpo non è solo un dato biologico, ma un campo di iscrizioni di codici socio-culturali che ad oggi si definiscono soprattutto in termini di tecnologia. Il corpo è più della somma dei suoi componenti organici. Viviamo ormai come ibridi di corporeo e fattore tecnologico, siamo codici di informazioni, dal codice genetico al web 2.0. Occorre ripensare una soggettività che lasci spazio alle differenze, che liberi una volta per tutte il pensiero globale dalle dicotomie dominanti di umano/ meccanico, natura/cultura, maschile/femminile, edipico/non-edipico, e a ripensarsi come diversità multiforme, come alterità e soggettività che lasci spazio alle differenze in infinite possibilità del viversi.
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Attendo l’estate come si attende il Natale. Come quando da bambini si aspetta che il Babbo beva il bicchiere del latte coi biscotti sull’uscio del camino. E nel frattempo schiudono le margherite, la camomilla, i fiori di cisto, nido invernale di funghi e tartufi neri, la sulla, il cui miele addolcisce i miei giorni, la ginestra, le cui coperte riscaldavano le membra stanche in letti riempiti di foglie di granturco in tempi lontani anni luce. É tempo di mietere il grano, quasi. Arriva lo scirocco. Ho scoperto da un pescatore di totani che detesta la rema, la cui conoscenza dei venti determina il buon pescato ma anche un rientro dal mare salvifico, che se il fumo dell’Etna direziona verso sinistra è scirocco, verso destra è vento da Nord.
Il Vento da Nord era quel vento che richiamava il popolo romanì alla dromomania, quel popolo cantato da Fabrizio in quel suo ultimo concerto coi castelli di carta come fondale; l’arte dell’andare, andarsene da un luogo a un altro senza avere altra casa che se stessi. Da quando mia madre abita il regno di Persefone, con l’Euridice di Orfeo e tutte le altre donne inascoltate, non so bene neanche io dove mi trovi. Quello che siamo va oltre a ciò che si vede: i vivi coi morti, il visibile con ciò che non si riesce a vedere mai, anche quando si desidera. Soprattutto quando si desidera.
Ciò che rimane? E’ eternità.
Tutte le cose dritte mentono, la verità è una curva diceva il Nano allo Zarathustra per introdurre l’eterno ritorno dell’uguale. Il tempo non é una linea retta come crede l’occidente cristiano ma è un cerchio, una circolarità dove tutto é in tutto e si ripete in eterno; una concezione edipica del tempo nel tempo, scrive Vattimo, dove la fine ha il germe del suo inizio e il figlio divora il padre:
“Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: «Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere! Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo cosi immenso, da rispondere: «Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina?»”
E anche solo per un attimo immenso con te, rifarei tutto, rivivrei anche i tuoi ultimi indicibili istanti, solo per restare anche soltanto per un momento, accanto a te. Accettare l’eterno ritorno dell’uguale o la morte di dio mi rende l’ultima donna? La filosofia del meriggio annuncia l’oltreuomo/oltredonnessa: questo nuovo uomo/donna che poi in fondo bene non si sa chi è, essendo le sue volontà di potenza, travisate dalla sorella di Nietzsche, la sionista Elizabeth plagiata dall’ex marito ebreo morto suicida; che ossessionava il fratello con i suoi continui ammonimenti, la moralista benpensante che criticava il threesome del fratello con Lou Salome e Paul Ree. E forse non fu Lou a portarlo alla pazzia ne il mal d’amore , ma la bigotteria della sorella.
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Recentemente è anche morta mia nonna. Effettivamente sono cose che succedono, di morire intendo. Età anagrafica, 91. Età anagrafica di mia madre: 59. Eppure durante il corteo della sua dipartita ho avuto un’illuminazione, e compreso finalmente quel che voleva dire Heidegger: la vita non è forse un attesa del funerale successivo? Quello che Heidegger intendeva con vita autentica; un essere-per-la morte che possibilizza l’impossibilità dell’esistenza, o ancor meglio possibilizza la possibilità innegabile del morire. E così vivendo, rifuggendo l’esistenza anonima, essere felici diventa improbabile, non resta che l’angoscia, quella angoscia di cui Kierkegaard scriveva come situazione emotiva verso l’ignoto avvenire, pieno di insidie e tristezza, e di tutto quel possibile negativo che può accadere. Heidegger fu un altro a soffrire di mal d’amore, e forse è il destino di tutti noi filosofi? Lui che ha amato la sua allieva Anna Arendt in un modo così immenso, dedicandole lettere meravigliose, eppure senza poter amarla mai, senza poter mai viverla; entrambi coinvolti in altri matrimoni, morirono a sei mesi di distanza l’uno dall’altra. In pratica scrive di me, che ho trascorso vent’anni della mia vita a meditare circa la sfumatura di grigio nei capelli del mio amore platonico e il restante del tempo ad aver paura che qualcosa di brutto potesse accadere a mia madre, invece di essere con lei felice, e adesso che lei non c’è più sul serio e la felicità mi é impossibile, cerco altri riti con cui alimentare il mio OCD.
Come trascorre la vita una OCD? OCD Acronimo di disturbo ossessivo-compulsivo. In un modo un po’ fancy possiamo dire, considerando il fatto che mi viene complicato persino spegnere l’interruttore della luce, decidere la posizione di un oggetto in casa, buttare una vecchia t-shirt. La superstizione diventa tortura come tortuoso è scegliere con che piede alzarmi al mattino. Psicoanalisi? Ho bisogno di un Lacan che mi dica che non tutto ciò che è in me, necessariamente è accessibile a me stessa. Parti di me mi sono del tutto estranee, e allo stesso modo parti della mia identità sono abitate metagenealogicamente dai miei trisavoli a cui, mio malgrado, somiglio, per parafrasare Jodorowski. Ci penso spesso, come spesso penso all’acqua gelida che scorre nel fiume vicino la casa di Virginia Woolf nel Sussex in Inghilterra, mentre infila nelle tasche sassolini per poter meglio annegare, oppure all’odore del forno a gas nella cucina di Sylvia Plath, che si tolse la vita dopo aver preparato il pane, burro e marmellata per i suoi figli. Ma io, da seguace di Mark Fisher, credo all’unica via d’uscita possibile, gli psicofarmaci e la coca cola. Pillole e antidepressivi governano la nostra vita, da quando nel 1987 è stato commercializzato il Prozac, il primo antidepressivo di nuova generazione e il vero progenitore dell’odierna epidemia di psicofarmaci; Gli stabilizzatori d’umore sono, i lubrificanti che permettono ai flussi di informazione, di persone e capitali di muoversi attraverso le reti rizomatiche senza incontrare resistenza [Byung-chul Han]. Il rizoma, dall’etimo che significa radice, è un termine preso in prestito da Gilles Deleuze dalla biologia, per descrivere una struttura non gerarchica, non arborescente, ma reticolare, che si sviluppa in orizzontale come una radice che si espande senza un centro. Questo concetto si oppone all’idea tradizionale di verticalità o gerarchica. Perché “è più facile immaginare la fine del mondo che non la fine del capitalismo” scrive Fisher in Realismo Capitalista. Fu il primo ad accorgersi del legame tra disagio mentale e struttura capitalistica della società. La depressione non é un fattore individuale o privato ma pubblico e sociale. Una delle grandi bugie del capitalismo è stata far credere alle persone che chiunque può essere Bill Gates. Ci hanno fatto credere che la ricchezza materiale è la chiave della felicità e conseguentemente la salute mentale e il benessere umano diventano largamente funzioni del consumo. Credere che la malattia mentale sia un problema endogamico, interno all’individuo stesso è l’ennesima trovata neoliberale. Il neoliberalismo fa con la salute mentale ciò che ha già fatto con le lotte razziali e il femminismo. Come è potuto diventare tollerabile che così tanta gente stia male? Come è potuto diventare normalizzante il femminicidio? Come è potuto diventare così mainstrem il genocidio?
Per il neoliberismo alla Margaret Tacher il capitalismo è l’unica alternativa sociale possibile, ma Mark Fisher risponde che questa è la più grande bugia a cui vogliono farci credere. Il capitalismo ha in sé, per sua natura esistensiva/ontica qualcosa di irrimediabilmente tossico, disfuzionale e distruttivo e finché esisterà, esisteranno anche sempre dei Rockefeller, Warburg o Big Pharma. Esisterà la misoginia, il patriarcato, il classismo. Esisterà il grande Reset, la P2, l’operazione Gladio, il nazionalsocialismo e Netanyahu e la sua missione sionista. E la speranza? E’ per sua natura anti-capitalistica. Ed è proprio nella speranza di un domani possibile, che auguro alla Global Summud Flotillia di approdare senza necessità di blocchi nei porti di Trieste o Genova; auguro ai gazawi di moltiplicarsi, finalmente liberi; auguro alle minoranze soggette a discriminazioni basate sull’ “intersezione” di più fattori identitari, un mondo veramente inclusivo, e alle donne tutte, non una stanza, ma il mondo intero. Ecco alcune premesse sparse per una nuova comunità e dei futuri possibili; sta tutto qui: la smettiamo di fare e dire stupidaggini, e iniziamo da qui?
“Negli ultimi anni, senza che quasi ce ne rendessimo conto è emerso un continente. E un continente fatto di caos mentale, di Immiserimento sociale, di sofferenza psichica diffusa, mentre i legami di solidarietà andavano disgregandosi, questo continente ha eroso ogni spazio di azione politica e di governo razionale: la minima base di condivisione etica e linguistica necessaria per il consenso (e per il dissenso) politico è stata distrutta dall’umiliazione sociale e dall’aggressione infonervosa alla mente sociale. Al posto dell’egemonia che nasce dal consenso razionale, abbiamo visto montare un’ondata di nazionalismo e di razzismo che nasce dalla frustrata rivendicazione dei diritti sociali. Quello che emerge dal continente del risentimento è un misto di vero nazionalismo e falso socialismo. È lo stesso film che abbiamo visto nemmeno un secolo fa, solo che dobbiamo prepararci a viverlo in versione postmoderna. Non mi pare che esista al momento una possibilità di resistere a questa onda, meno che mai di sovvertirla. Un lungo periodo di violenza, guerra e demenza ci aspetta. La sola cosa che possiamo fare – oltre a non perdere mai il buon umore e l’ironia – è forgiare concetti per la comprensione del mondo che sta emergendo, per quanto orribile esso sia. Nel breve tempo di vita che rimane alla mia generazione, altro non resta che consegnare al futuro la possibilità di vita felice che rischia di essere seppellita dalla tempesta di merda. E capire, nel pieno di questa tempesta, dove covino i germi della possibilità.”
Ylenia Desirée Zindato è nata a Reggio Calabria il 15 maggio 1992. È laureata in Storia e Filosofia e Specializzata in Filosofia Contemporanea all’Università degli Studi di Messina, con una tesi su Merleau-Ponty. È insegnante precaria di filosofia e storia nei licei. Lavora da diversi anni con la compagnia teatrale “Mana Chuma Teatro” come assistente alla regia.


