Infodemia: la crisi dell’attenzione e riflessioni neurofilosofiche
È curioso chiedersi quale sia l’etimologia della parola “etimologia”.
Letteralmente si traduce in “ricerca del vero significato”; pertanto considerando lo scenario attuale di cui abbiamo esperienza, è necessario affrontare due categorie recenti che minaccerebbero profondamente il senso stesso del vivere secondo “etimologia”.
I termini infodemia e infobulimia descrivono due fenomeni strettamente legati alla società dell’informazione contemporanea. Analizzarli in chiave fisiologica e filosofica significa interrogarsi non solo sulla quantità di informazioni, ma sull’impatto che esercitano sul soggetto, nonché di come “verità e soggettività” interagiscono sulla nostra neuroplasticità.

Di neuroplasticità si parla molto spesso, questa attitudine fisiologica fa sì che il cervello umano si modelli sull’ambiente informativo in cui vive.
Il cervello cambia continuamente: rafforza alcune connessioni tra neuroni, ne indebolisce altre e crea nuove autostrade a seconda di ciò che facciamo, vediamo e pensiamo quotidianamente.
Pertanto, in un contesto di infobulimia acquistiamo una preferenza per stimoli rapidi, frammentati e dunque poco approfonditi.
Il cervello si abitua a ricevere informazioni “snack”, brevi e sempre più veloci.
Con il tempo vengono rafforzati i circuiti neurali legati alla ricerca continua del nuovo; non importa se sia veritiero, l’importante è che sia “nuovo”.
Ma quando siamo esposti alla tempesta informativa – spesso foriera di notizie ansiogene – avviene un processo che lo psicologo dell’educazione, John Sweller, teorizzò come “carico cognitivo estrinseco”.

Si tratta del peso mentale causato dal modo in cui le informazioni sono presentate.
Esso si accumula quando l’ambiente è disorganizzato e sovraccarico: troppe notifiche, informazioni frammentate, multitasking digitale, passare rapidamente da un contenuto all’altro, da una buona a una cattiva notizia, cronicizzando nel soggetto un’ansia sistemica di fondo che sollecita il sistema nervoso, cronicizzandolo in una subdola attivazione ortosimpatica.

L’infobulimia si associa a questo tipo di carico cognitivo che disorienta il nostro sistema nervoso, intaccando anche la capacità di giudicare e ponderare filosoficamente la realtà di cui leggiamo.
I bias cognitivi, ne sono un chiaro sintomo; si tratta di distorsioni dell’apprendimento in cui il cervello tenderebbe a filtrare solo le informazioni che confermano le proprie idee di partenza, per semplificare il processo decisionale in una direzione non sempre sana.
Hannah Arendt, nella sua lucida poetica filosofica, ci ha lasciato un monito reificabile nell’abisso che c’è tra la conoscenza e il pensiero: l’infobulimia, in questo caso, è una disfunzione, che annullerebbe il pensiero critico, indebolendo la volontà del soggetto e, con essa, la salute biologica dello stesso.
È interessante come Aristotele, già nel IV secolo a.C, sosteneva che l’essere umano fosse un “sýnolon”: fusione indissolubile tra materia e forma, tra corpo e mente, un’intuizione del sistema biopsichico “ante litteram”.
Oggi il nostro “sinolo” è esposto a dura prova; ogni evento diventa informazione, e ogni informazione competizione per ottenere attenzione.
Per questo motivo, la crisi etica che stiamo vivendo si presenta come una crisi d’attenzione.
Considerando questo assunto, il filosofo e sociologo tedesco Jürgen Habermas descriveva la sfera pubblica come uno spazio di discussione razionale orientata al consenso.
Oggi, l’infodemia ha trasformato questo spazio in una sfera dell’attenzione: la politica, ad esempio, oggi è diventata una categoria che quando appassiona, assume le stesse caratteristiche dell’estrema tifoseria calcistica. Oggi la politica compete con l’intrattenimento: scandali e shock emotivi sono all’ordine del giorno, come osservava Hannah Arendt nel suo saggio «Le origini del totalitarismo: ‘quando tutto è possibile, nulla è credibile’».
Eccoci in un’agorà in cui la visibilità conta più della coerenza e i messaggi politici sono progettati per essere emotivamente impattanti e polarizzanti, il risultato è: da una parte una severa e paradossale depoliticizzazione, dall’altra un accanimento che sfocia perfino in atti di violenza.
Dal “lathe biosas” epicureo al “vivi esposto” con l’esplosione di attivisti arroccati solo sulle ragioni della propria fazione di appartenenza.
Gli individui più accesi politicamente vivono inconsciamente in vere e proprie “echo chambers”, stanze in cui solo la propria eco è il suono di ritorno.
Così, il dialogo e la dimensione nobile del “mèn dè” greco si perdono nella bolla informativa in cui identità e appartenenze si radicano senza voler incontrare altre radici.
Piuttosto l’informazione si lega alla logica neoliberale della performance in cui l’essere informati equivale a essere competitivi.
Ed è il concetto di verità a pagarne lo scotto, verità che non si può trovare che al centro di un agone sociale, uno spazio oramai vuoto e buio, destinato alla cecità.
Oggi viviamo nella post-verità: ciò che conta non è il vero, ma il verosimile o il condivisibile.
L’epistemologia classica della ricerca della verità, del giudizio razionale, della distinzione tra conoscenza e opinione, ha ceduto il posto a una conoscenza che non cresce cumulativamente ma si frammenta.
La saggezza non è più considerata un bene da desiderare né da costruire nel tempo.
Per disquisire con un registro linguistico amichevole, si potrebbe affermare che pochi di noi punterebbero sulle “azioni della saggezza” nelle proprie decisioni di trading.
Viviamo in un tempo circondato da un eccesso di parole.
Parliamo continuamente, produciamo discorsi fin quasi a perdere il senso stesso della parola. Per questo diventa necessario recuperare la dimensione dell’ascolto: un ascolto autentico, capace di aprire uno spazio in cui l’altro possa realmente essere incontrato.
Spesso, invece, accade il contrario: vomitiamo parole sull’altro, senza lasciargli spazio, senza assumerci davvero la responsabilità di ciò che diciamo.
Le parole non sono qualcosa di statico o di congelato, fanno parte della tradizione che significa letteralmente consegnare: trasmettere qualcosa che abbiamo ricevuto. In questo senso, nella parola è sempre presente una “vis” viva, un movimento tra chi parla, chi ascolta e ciò che resta.
Per questo motivo la parola è strettamente connessa alla dimensione del rischio.
Quest’ultima istanza ci rimanda inevitabilmente al punto di vista di Ulrich Beck, che inserisce questo fenomeno nella cosiddetta società del rischio. Nell’epoca dell’infodemia, l’eccesso di informazioni non riduce l’incertezza, ma paradossalmente la moltiplica. Più parole circolano, più diventa rischioso orientarsi tra esse.
Da una prospettiva filosofica, la parola è da sempre stata legata al rischio. Parlare significa assumersi la responsabilità di ciò che si afferma. Esiste quindi una relazione profonda tra parola e rischio: ogni parola autentica è rischio che noi ci assumiamo, è compromesso e incontro.
La parola, inoltre, ha anche una duplice funzione di protezione: essa può custodire e svelare il mondo psichico del soggetto, permettendogli di esprimersi e di dare forma alla propria esperienza ed essenza.
Ma quando la parola si allontana dal rischio che comporta il pronunciarla, allora diventa pericolosa. Quando diciamo parole che non ci coinvolgono davvero, parole che non siamo disposti ad assumerci fino in fondo, esse perdono autenticità e possono trasformarsi in strumenti vuoti o persino dannosi.
Per questo la vera sfida è diventare la parola che diciamo. Quando ciò accade, il soggetto si assume pienamente il rischio delle proprie parole trasformando innanzitutto sé stesso: parlare diventa un atto che trasforma chi parla, prima ancora di influenzare chi ascolta.
In conclusione, l’infodemia equivale alla disintegrazione della verità pubblica, insieme all’infobulimia che erode la soggettività permettendole di assorbire senza assimilare. Entrambe si presentano a noi come agenti patogeni del sapere a cui pochi possono dirsi immuni; la storia del cinema ha spesso rappresentato con il genere “survival horror” scenari post pandemici in cui una parte di umanità, avendo perduto la capacità di “intelligere”, ritorna ad essere, solo parzialmente, “revenants” in bianco o nero, estremi inconciliabili, frutto della comunicazione mal gestita.
Solo la consapevolezza potrà essere il potere che ci rende liberi e immuni, facendo di coloro che l’agguanteranno dei sopravvissuti.
Maria Vittoria Dotti
Eventuali note Bibliografiche
H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Einaudi, Torino 2009
Aristotele, L’anima, Bompiani, Milano, 2001
U. Beck, La società del rischio – verso una seconda modernità, Carocci, Roma 2013
J. Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica, Laterza, Bari 1977
B.C. Han, La società della stanchezza, Nottetempo, Milano 2020
J. Sweller, Cognitive Load During Problem Solving: Effects on Learning, Cognitive Science, Aprile 1988, Pg.257-285
L. Floridi, The Fourth Revolution: How the Infosphere Is Reshaping Human Reality, Oxford University Press 2014
Epicuro, Lettera sulla felicità, Einaudi, Torino 2014
Chi è Maria Vittoria Dotti?
Maria Vittoria Dotti, filosofa e poetessa impegnata in studi specialistici di Teologia.
Ha scritto saggi di critica artistica e dal 2023 collabora con Rinascimento Poetico in qualità di Responsabile Nazionale Giovani.
Organizza laboratori di filosofia, eventi poetici e teatrali ed è attenta al dialogo interculturale mediato dalla potenza del linguaggio come casa dell’essere.





