Shōganai e la mistica: vince chi si arrende
La possibilità è la dimensione in cui l’essere umano transita per tutta la sua esistenza. Viviamo scegliendo, immaginando alternative, costruendo percorsi. Eppure esistono momenti in cui ogni possibilità sembra dissolversi. Circostanze che non abbiamo scelto ci obbligano a procedere in una sola direzione: andare avanti.
È proprio qui che la filosofia giapponese schiude una delle sue intuizioni più profonde attraverso una parola: “shōganai” (しょうがない / 仕方がない). Questo termine non deriva da un singolo “ramo” della filosofia, ma nasce dall’incontro di diverse tradizioni: zen, confucianesimo e shinto.
Letteralmente significa: “non c’è modo”, “non si può fare altrimenti”.
Ma nella sensibilità spirituale giapponese non indica semplicemente una rassegnazione passiva né il gesto nichilistico di chi rinuncia alla vita. È piuttosto una forma di lucidità interiore: smettere di opporsi a ciò che eccede il proprio controllo.
Shōganai non esalta l’impotenza; piuttosto riconosce il limite. In questo riconoscimento avviene qualcosa di decisivo: l’ego smette di combattere contro il reale.
In un’ottica occidentale post moderna, ci verrebbe da pensare che questa verità appartenga a una filosofia lontana che sentiamo profondamente il bisogno di dover integrare… ma cosa diremmo se dimostrassimo che in realtà questa “parola-visione” è molto più occidentale di quello che pensiamo?
Così, il raffinato pensiero giapponese entra in dialogo con un portato culturale che ha formato intellettualmente il nostro Occidente.
In questo articolo vedremo tre linguaggi diversi per esprimere la stessa verità spirituale: la salvezza non arriva quando controlliamo tutto, ma quando impariamo a lasciarci condurre.
Così, dal Sol Levante compiremo un salto che connette la filosofia giapponese con la visione dantesca del Paradiso e con alcune profonde intuizioni della mistica biblica.
Il legame più potente emerge nel Paradiso di Dante, in particolare nell’incontro con Piccarda Donati.
Quando il sommo poeta le domanda se desideri una condizione più alta nel cielo, Piccarda risponde con uno dei versi più radicali della letteratura occidentale:
“E ’n la sua volontade è nostra pace”
In questa frase accade qualcosa di rivoluzionario: la pace non nasce dall’affermazione della volontà individuale, la pace abita nell’arrendersi alla volontà di qualcun’ altro che, in questo caso, è Dio. Si tratta di una mistica della resa che ha posato le fondamenta del vero pensiero occidentale.
Nell’ epoca che viviamo, la resa viene spesso interpretata come fallimento, perdita e sconfitta. Ma nella prospettiva mistica avviene il contrario: “vince solo chi si arrende”

Solo chi smette di combattere contro l’ordine profondo dell’essere entra nella pace. Non si tratta di una resa depressiva o passiva, ma di una trasfigurazione della volontà. L’io non viene annientato: viene armonizzato. Infatti l’individuo della post-verità ha smarrito l’armonia, vivendo, senza rendersene conto, in una condizione disarmonica con se stesso e con la propria esperienza. Perciò la sofferenza nasce dalla distanza tra ciò che è e ciò che l’ego pretende, mentre la pace nasce quando quella distanza scompare. Ed è proprio qui che lo “shōganai” giapponese entra in risonanza con la mistica biblica da cui lo stesso Dante attinse.
Nella tradizione giudaico cristiana, le parole non vengono lette soltanto in senso semantico, ma anche simbolico e spirituale attraverso radici consonantiche e risonanze spirituali. L’ebraico biblico è percepito come una lingua ontologica le cui lettere custodiscono connessioni profonde tra le cose e la cosa in sé.
Affermare che “non ci sia un altro modo”, evoca inevitabilmente una condizione di “prova” da cui non ci si può esimere. In questo contesto, esiste una parola antica per dire “prova dolorosa”, e questa è:
כאב” =ke’ev”
Interessante notare come al suo interno viva la parola:
“padre = “אב
Nella sensibilità mistica non è soltanto una coincidenza linguistica ma un’indicazione simbolica. Come se il dolore custodisse una dimensione educativa o pedagogica.
Ciò non significa affermare banalmente che il male sia buono in sé, la sofferenza non viene glorificata. Tuttavia il dolore può diventare orientamento o coscienza orientativa, può trasformarsi in una pedagogia dell’anima. Come un padre severo, il dolore interrompe l’illusione dell’autosufficienza e costringe l’uomo a cambiare direzione oppure ad accettarla.
Nella Bibbia e nella mistica ebraica ritorna spesso questa idea: la sofferenza spezza l’illusione dell’ego. È il dolore a costringere l’essere umano a interrogarsi, a mutare rotta, a cercare un senso più profondo. Quasi come un timone davanti al quale ci arrendiamo se vogliamo migliorarci.
E qui il legame con lo “shōganai” e la poetica dantesca, diventa ancora più forte.
Tre tradizioni lontanissime che sembrano convergere verso una medesima affermazione: se l’ego interpreta il dolore come scandalo; la mistica lo interpreta come passaggio e la pace nasce solo quando l’uomo smette di opporsi al reale. Solo così la volontà individuale si lascia attraversare da qualcosa di più grande: “non tutto dipende da noi e perfino il dolore può diventare maestro interiore”.
Forse è proprio questo che Oriente e Occidente, Dante e la mistica biblica, tentano da secoli di insegnare: la pace non nasce quando l’uomo riesce finalmente a dominare il reale, ma quando smette di combattere contro il suo senso più profondo.
E allora lo shōganai non diventa una resa alla vita, ma una resa dentro la vita: il momento in cui l’ego si arresta e l’essere, finalmente, può parlare.
Maria Vittoria Dotti
Chi è Maria Vittoria Dotti?
Maria Vittoria Dotti, filosofa e poetessa impegnata in studi specialistici di Teologia.
Ha scritto saggi di critica artistica e dal 2023 collabora con Rinascimento Poetico in qualità di Responsabile Nazionale Giovani.
Organizza laboratori di filosofia, eventi poetici e teatrali ed è attenta al dialogo interculturale mediato dalla potenza del linguaggio come casa dell’essere.





