Un’opera che nessuno può vedere, ma di cui tutti parlano, è più o meno concreta di un quadro appeso nel corridoio deserto di un museo?
La rubrica che inauguriamo esplora la persistenza delle opere d’arte scomparse attraverso una mappatura delle forze che ancora oggi modellano il nostro presente. Sarà il campo di prova di un modello teorico sperimentale.
Muoviamo dall’idea che l’efficacia di un’opera risieda nella sua capacità di agire come un reattore culturale, capace di produrre senso anche in assenza della propria struttura.
In fisica esiste una soglia – una massa critica, appunto – che è la quantità minima di materiale fissile necessaria per innescare e mantenere una reazione a catena autosufficiente.
In particolare, la massa critica per la formazione di un buco nero è la densità di materia necessaria affinché la gravità vinca le altre forze, portando al collasso gravitazionale. Estendiamo ora questo concetto ai fenomeni artistici e osserviamo che alcune opere, svanendo, hanno lasciato un’impronta che non possiamo ignorare perché continua, invisibilmente, a modellare il presente.
Nel nostro caso, la massa critica sarà allora un valore d’accumulo di tensione intellettuale oltre il quale l’opera diventa un reattore che attraverso la propria assenza continua ad agire su di noi.
Ciò è possibile perché l’efficacia di un’opera d’arte non si confina in un oggetto statico, ma esiste come rapporto dinamico tra l’autore, l’opera (anche se assente) e chi la osserva. Ce lo spiega la Teoria della recezione di Iser: un testo (o un’opera) è pieno di spazi bianchi (o indeterminatezze) e non è compiuta finché il lettore non la attraversa e la completa con la propria esperienza. Se l’opera è fisicamente assente, essa diventa – in termini estremi – un unico, gigantesco spazio bianco. Per noi la soglia oltre la quale lo spettatore diventa co-creatore è il campo della Massa Critica.
Ma se l’opera fisica scompare, allora scompare anche la relazione che essa ha generato (artista · spettatore)? No, perché fare arte non significa soltanto creare un oggetto da ammirare, quanto dare vita ad ambienti di relazione. Nicolas Bourriaud sostiene infatti che l’opera d’arte sia un “intervallo” sociale in cui le persone comunicano, i critici si scontrano, gli artisti s’ispirano e le gallerie competono – aggiungerei – .
Presenza Residua
Esiste una tendenza, oggi, a trattare le opere perdute con il linguaggio del true crime, riducendole a fantasmi da inseguire. In questo spazio trimestrale rinunceremo alla nostalgia degli spettri che infestano il presente, per parlare di Presenza Residua: una traccia immateriale che impedisce all’opera di scomparire e si manifesta proprio attraverso la mancanza fisica agendo come una sorta di “rovina al contrario”.
Per capirlo, dobbiamo liberarci dell’idea che “assenza” significhi “vuoto”. Immaginate di togliere un mattone portante da una parete: quello che resta non è solo un buco, è una ridistribuzione di pesi su tutta la struttura. La presenza residua (δ) è esattamente quella nuova configurazione di forze che tiene in piedi l’edificio nonostante il pezzo mancante. È l’impatto che l’opera continua ad avere sui libri di storia, nella mente degli artisti e nel paesaggio urbano.
Esempio: Una statua abbattuta in una piazza lascia un piedistallo vuoto. Quel vuoto attira lo sguardo più della statua stessa; condiziona il modo in cui la gente cammina, protesta, esulta o si incontra. Quel vuoto ha un corpo sociale, relazionale e persino politico.
Possiamo dire che si manifesta quando l’assenza supera una certa soglia di importanza. Se perdi una moneta da un euro, l’assenza non ha corpo. Se scompare la Gioconda, l’assenza diventa una presenza mastodontica che genera film, libri, teorie del complotto e code al museo per vedere il muro vuoto. In quel momento, l’assenza ha raggiunto la Massa Critica: è diventata un reattore che produce cultura autonomamente.
Vogliamo osare con un modello matematico? Perché no!
In fisica, l’impatto di una forza nel tempo si misura attraverso un integrale. Se applichiamo questo principio all’arte, l’opera smette di essere un semplice oggetto e si trasforma in un evento permanente. Consideriamo Intensità Residua (Ir) di un’opera come un integrale che raccoglie la tensione relazionale tra l’artista e il mondo, calcolato dal momento della creazione fino al presente. Matematicamente, la formula si esprime così:

In questo sistema, l’artista (a) è la costante d’innesco, la scintilla originaria. Attorno a lui ruota lo spettatore (s(t)), che non è un osservatore passivo, ma un vero co-creatore. Quando l’opera scompare, lo sforzo cognitivo richiesto al pubblico per colmare quel vuoto deve aumentare drasticamente: lo spettatore diventa così il combustibile che alimenta il reattore. Ad orchestrare questa dinamica interviene la Massa Critica (Mc), ovvero il peso intellettuale e storico accumulato dall’opera; se questa è elevata, la sparizione non decreta la fine dell’opera, ma l’aumento esponenziale della sua intensità nel tempo.

The Event Horizon Telescope (EHT) — a planet-scale array of eight ground-based radio telescopes forged through international collaboration — was designed to capture images of a black hole. In coordinated press conferences across the globe, EHT researchers revealed that they succeeded, unveiling the first direct visual evidence of the supermassive black hole in the centre of Messier 87 and its shadow. The shadow of a black hole seen here is the closest we can come to an image of the black hole itself, a completely dark object from which light cannot escape. The black hole’s boundary — the event horizon from which the EHT takes its name — is around 2.5 times smaller than the shadow it casts and measures just under 40 billion km across. While this may sound large, this ring is only about 40 microarcseconds across — equivalent to measuring the length of a credit card on the surface of the Moon. Although the telescopes making up the EHT are not physically connected, they are able to synchronize their recorded data with atomic clocks — hydrogen masers — which precisely time their observations. These observations were collected at a wavelength of 1.3 mm during a 2017 global campaign. Each telescope of the EHT produced enormous amounts of data – roughly 350 terabytes per day – which was stored on high-performance helium-filled hard drives. These data were flown to highly specialised supercomputers — known as correlators — at the Max Planck Institute for Radio Astronomy and MIT Haystack Observatory to be combined. They were then painstakingly converted into an image using novel computational tools developed by the collaboration.
Al denominatore la presenza fisica dell’opera (o) interagisce con la presenza residua (δ).
Nel momento in cui l’oggetto tende a sparire, accade qualcosa di simile a un collasso gravitazionale: il denominatore si riduce e l’intensità sotto l’integrale subisce un’accelerazione violenta.
Questa sparizione crea una vera e propria curvatura nello spazio-tempo culturale. È ciò che accadde con la Gioconda quando fu rubata dal Louvre nel 1911: il chiodo vuoto sulla parete generò un’intensità residua superiore a secoli di esposizione tranquilla, costringendo milioni di persone a co-creare il mito del quadro scomparso.
Ma se la massa critica non viene alimentata, lo spettatore smette di interagire e il numeratore della nostra formula decade, portando l’opera verso l’oblio.Ad ogni appuntamento di questa rubrica sarà studiata la persistenza di un’opera oltre la sua dissoluzione materiale attraverso tre sezioni: un Identikit del Vuoto (i dati tecnici); l’Orizzonte degli Eventi (fase di ricostruzione delle dinamiche di sparizione); Radiazione di Hawking (la portata della sua influenza sul presente). Ogni indagine sarà supportata da un Archivio Essenziale con gli spunti e le fonti della ricerca. In calce, la teoria trova la sua necessaria messa a terra nei Protocolli di Attivazione per Opere Invisibili: istruzioni per l’uso dell’energia relazionale (a·s). Attraverso cui l’intensità residua si traduce in un’esperienza fenomenologica consapevole.
Chi è Sara Fosco?
Storica e critica d’arte, curatrice indipendente e giornalista di settore che collabora con riviste specializzate come Exibart e, dal 2019, Juliet Art Magazine. È coordinatrice del progetto Galleria di Comunità e della sezione mostre ed edizioni d’arte per ShowDesk. Ha lavorato alla comunicazione e programmazione culturale presso il Parco Archeologico dei Campi Flegrei e la Fondazione Teatro San Carlo, è stata curatrice della Biennale Jet Leg Napoli-Monaco di Baviera al Castel dell’Ovo nel 2021, dell’Expo Messina 2024. Collabora con l’Accademia privata di Belle Arti di Messina come docente di Estetica e Storia dell’Arte. Crede fermamente che l’autorevolezza scientifica non debba mai separarsi dall’accessibilità comunicativa. Nei suoi progetti agisce come ponte tra le istituzioni e il tessuto artistico, facilitando la nascita di progetti che hanno un impatto reale sulla percezione pubblica della cultura e sul territorio. Parallelamente alla ricerca curatoriale, si è formata come art dealer partecipando al Master Art Sales Academy e collaborando con la galleria AA29, Art&Co, Opera ed altre gallerie italiane.





