In questa nuova intervista di #EtimoloPeople, siamo entrati nel mondo di Glomarì.
Dalla precisione millimetrica del Politecnico alla fluidità del “Teatro dell’Anima”, oggi ti definisci un architetto della psiche. In che modo il rigore della progettazione spaziale influenza la stratificazione dei tuoi suoni e la struttura formale dei tuoi brani?
Se ho deciso di passare dal materico all’ineffabile è stato per il bisogno di sentirmi libera, non vincolata da una “scala metrica”. Spesso la progettazione architettonica rimane su carta, oppure prende forme molto diverse da quelle immaginate, per via dei molteplici vincoli da cui dipende: l’idea originale tende a deteriorarsi, a essere divorata dalla realtà anziché plasmarla. Con la musica, al contrario, sento di poter orchestrare a mio piacimento tutti i “materiali” (sonori e visivi ) rimanendo fedele alla visione che mi anima. L’architettura mi ha sicuramente dato una forma mentis che, in virtù della mia predisposizione sinestetica, riesco ad applicare al territorio della mente e delle emozioni: le vivo come se fossero parti di una città. Scrivere canzoni, per me, significa progettare in questo territorio ibrido e stratificato, cercando di dialogare e mediare con le molteplici realtà che lo abitano, soprattutto quelle archeologiche, dal momento che credo profondamente nella memoria collettiva di cui parlava Jung.

L’album “Strumenti dell’indugio” abita un confine poroso tra Italia e Francia. In che modo queste due diverse “temperature” linguistiche hanno plasmato la tua scrittura e la tua estetica sonora?
La chanson française mi ha sempre affascinata per la sua malinconica dolcezza: sento di appartenere a quella dimensione estetica ed emotiva, seppur con meno velleità romanticheggianti, dal momento che parlo raramente d’amore in senso sentimentalista. Nonostante questo, trovo la nostra lingua più sfidante e stimolante. L’italiano è spigoloso, ricco di consonanti e allitterazioni: trovare una formula elegante per esprimere un concetto astratto è come muoversi verso il centro di un labirinto. In francese, invece, tutto suona bene: è un gioco da ragazzi.
In un’epoca che idolatra la performance e la rapidità, il tuo album celebra l’attesa e la sosta. Perché oggi “indugiare” è diventato un atto rivoluzionario e necessario?
Perché siamo una società fuori controllo che ha perso il proprio centro. Per decenni abbiamo vissuto proiettati, a tutta velocità, verso un futuro quasi mitologico, e ora che lo abbiamo raggiunto, ne siamo sconvolti. Eppure continuiamo a muoverci all’impazzata, per automatismi e inerzie, senza riuscire a dare un significato alle nostre azioni; siamo come bloccati nel bel mezzo di un rito che non vogliamo portare a termine, nella pancia della balena. Indugiare significa tornare a farsi delle domande sulla propria condizione, rimettere al centro il grande “perché”.

Il tuo lavoro sembra attingere a un inconscio collettivo profondo. C’è una figura mitologica o un archetipo psicologico che ha agito come “bussola invisibile” durante la genesi di questo disco?
Non credo ci sia una figura centrale di riferimento, ma riesco a visualizzare questo album come una pesca di tre tarocchi: Torre, Papessa e Mondo. La Torre (Babele) è legata all’idea di smascheramento, al crollo necessario di ciò che è stato costruito su finzioni. “Chiamata alle arti!”, prima traccia dell’album, è come il boato lontano della catastrofe. La Papessa sono io, nel momento in cui invito l’ascoltatore a non agire. È la carta della custodia dei segreti (e dei simboli). La loro rivelazione è concessa solo a chi è pronto a riceverli, senza fretta. Il Mondo rimanda all’idea di compimento e ricominciamento. L’ultima traccia, “Un Uovo Mondo”, è una ninna nanna post-apocalittica pensata per gli abitanti di un ipotetico post-futuro, chiamati a ricostruire tutto da capo ( si spera con maggiore maturità e consapevolezza rispetto ai loro predecessori).
Quali sono le tue principali fonti di ispirazione? Ci sono libri, film o altri artisti che hanno avuto un impatto significativo nella strutturazione del tuo immaginario?
Sono sempre stata attratta dai pensatori di confine, da chi sfugge alle definizioni. Penso ad Alejandro Jodorowsky (a cui è dedicata la traccia “Il Teatro dell’Anima” ) ma anche a figure come Bruno Munari e Ugo La Pietra, per riconnettermi al mondo dell’architettura da cui provengo. Musicalmente non appartengo a una scuola precisa: anche in questo caso mi sento chiamata da figure come Moondog o Erik Satie, in fondo degli anarchici inquieti. Potrei fare una lista molto lunga e disordinata di tante altre cose, ma rispecchierebbe esattamente il mio modo di essere: una persona curiosa, ma anche profondamente caotica nel mio indugiare.

Chi è Glomarì?
Glomarì è una cantautrice poliedrica, il cui immaginario intimo, folk e simbolico si imbeve di raffinate sperimentazioni artistiche ed elettroniche.
Il suo lavoro interdisciplinare intreccia mitologia, psicologia del profondo e narrazione visionaria, dando vita a un’estetica che alterna sacro e ironia, intimità e teatralità.
Dopo la Laurea Magistrale in Architettura al Politecnico di Milano, decide di dedicarsi alla costruzione di “spazi interiori” attraverso la musica, amando definirsi “architetto dell’anima”. Nei suoi progetti unisce suono, parola e visione, facendo del videoclip (di cui spesso firma anche la regia) un’estensione naturale del suo universo simbolico.

Nel 2019 vince il premio “Artefici del nostro tempo” della 58. Biennale d’Arte di Venezia con il videoclip Mostarda; nel 2020 pubblica l’album d’esordio A debita vicinanza. Nel 2021 ottiene il Premio Inedito con Maledetto detersivo e nel 2022 il Premio Brassens con Neige mouillée.
La sua scrittura sospesa tra archetipo e intimità l’ha portata a essere considerata una voce originale e atipica nel panorama del cantautorato italiano contemporaneo, in dialogo diretto (seppur declinato in una forma più delicata e profondamente femminile) con la tradizione iniziatico – visionaria inaugurata da Battiato.





