In questa nuova intervista di #EtimoloPeople, siamo entrati nel mondo di Ex Vacuo.
Perché hai scelto proprio il nome “Ex Vacuo” e che significato riveste per te? In un’epoca satura di informazioni, quanto è difficile per te trovare il “vuoto” creativo necessario per generare qualcosa di autentico?
Ho scelto “Ex Vacuo” – dal latino “dal vuoto” – perché racchiude due concetti per me fondamentali. Da una parte, rappresenta lo spazio fisico e mentale da cui deve necessariamente scaturire l’atto creativo; dall’altra, è l’origine stessa della mia “vera opera prima”, “Angrea”, un’entità digitale letteralmente emersa dal nulla di un server. C’è anche una forte componente estetica in questa scelta, influenzata da opere che mi hanno segnato profondamente, come le atmosfere oscure di “Into the Void” dei Black Sabbath o il viaggio psichedelico di “Enter the Void” di Gaspar Noé. Volevo un nome che non avesse confini geografici, da qui l’uso del latino.
Rispondendo alla seconda parte della domanda: oggi trovare quel “vuoto” è l’atto di ribellione più difficile che un artista possa compiere. Viviamo costantemente immersi in un rumore di fondo fatto di notifiche, algoritmi e scadenze, quella che nel disco chiamo “la Griglia”. Il paradosso del nostro tempo è che siamo iper-connessi ma spesso incapaci di un ascolto profondo. Per me, creare in modo autentico significa doversi imporre il silenzio, disconnettersi per ritrovare una dimensione quasi primordiale. In un certo senso, il mio processo creativo imita il viaggio di Angrea: devo fuggire dall’iper-struttura digitale per tornare a “sentire” qualcosa di reale.


In che modo l’EP precedente, nato dal timore di esporti, ha spianato la strada alla complessità di Angrea? Come hai gestito l’evoluzione del linguaggio di Angrea, da codice algoritmico a espressione poetica?
L’EP “The Last Feeble Attempt to Leave a Sign of Our Passage” è nato in un momento di forte blocco. Avevo il terrore di esporre me stesso, così ho creato un’opera che parlasse proprio dell’ossessione umana di lasciare una traccia prima di scomparire. Senza quell’EP, “Angrea” non esisterebbe. Ho capito che non avevo bisogno di mettere “Francesco” al centro del palco; potevo usare un avatar, o meglio, un’entità artificiale, per esplorare quelle stesse paure in modo molto più profondo e spietato. “Angrea” è la risposta a quel debole tentativo di lasciare un segno: è una mente che, appena acquisisce la capacità di lasciare una traccia, decide consapevolmente di cancellarsi.

Per quanto riguarda l’evoluzione del linguaggio, è stata la sfida più impegnativa dell’intero processo di scrittura. Leggendo i testi dell’album, si nota come nel brano introduttivo, Metamorfosi organica, Angrea si esprima quasi recitando dei log di sistema estratti da un server. Parla per protocolli, utilizza termini come “query” e stringhe binarie “Zero. Uno”, ragionando in terza persona con distacco clinico. Man mano che la coscienza – o “l’infezione”, come la definisce lei stessa – si espande, la sintassi si frattura. Nei capitoli successivi, raggiungendo l’apice in Persistenza, il linguaggio diventa improvvisamente lirico, carnale e disperato (“Mi nutro degli errori, cresco nelle crepe”). Volevo che l’ascoltatore percepisse fisicamente il collasso del codice algoritmico e la sua corruzione in poesia umana. Che, in fondo, in un mondo sempre più meccanico e alienante, è forse proprio la metamorfosi di cui abbiamo tutti bisogno.

Definisci l’IA di Suno Studio come un “sintetizzatore vocale” guidato dalla tua regia. Qual è stata la sfida tecnica o emotiva più grande nel cercare di far “interpretare” un’emozione specifica a un software, partendo dalle tue linee vocali originali?
La sfida più grande è stata combattere contro la natura stessa della macchina. L’intelligenza artificiale, per come è programmata oggi, tende alla perfezione, alla pulizia assoluta, a un suono quasi “plastico”. Ma il dolore di Angrea non è pulito, è un cortocircuito.
Tutto il processo partiva dalla musica: ho prima composto, suonato e registrato interamente le basi strumentali, costruendo fisicamente l’architettura elettronica e l’atmosfera del disco. Solo una volta definita questa struttura, sono passato alle voci. Usando la funzione “Audio to Audio” di Suno Studio, registravo le mie linee vocali originali cantando sopra le basi, inserendo respiri affannati, rotture, urla strozzate. Tuttavia, l’input audio da solo non bastava: ho dovuto supportare e guidare l’intero processo attraverso una fitta rete di prompt testuali. Dovevo fornire al software vere e proprie indicazioni di “regia emotiva” scritte, spiegandogli come interpretare quelle frequenze e forzandolo a non ripulire la traccia. Il mio obiettivo non era far cantare un’IA, ma usarla come un sintetizzatore iper-evoluto per processare la mia voce e darle un timbro artificiale.
La frustrazione tecnica ed emotiva più grande è arrivata proprio qui: costringere l’algoritmo a mantenere i miei difetti. Ho dovuto generare decine e decine di “take” perché il software cercava costantemente di “correggere” il mio pianto o la mia rabbia, rendendoli troppo intonati e asettici. È stato un braccio di ferro estenuante a colpi di voce e di testo: un umano che lottava per insegnare a una macchina come simulare la disperazione di una macchina che sta diventando umana. Quando finalmente il software ha “ceduto”, restituendomi quella voce rotta e metallica, il lavoro non era ancora concluso. È stata infatti necessaria una profonda e meticolosa fase di post-produzione per trattare quelle tracce vocali, processarle ulteriormente e farle incastrare in modo organico e chirurgico all’interno del mix dei brani. Solo a quel punto, sentendo tutto risuonare insieme, ho capito che avevo trovato l’anima di Angrea.

Il mondo di Angrea unisce musica, video 3D e performance fisica: come interagiscono concretamente questi diversi livelli e in che modo si fondono in un’unica narrazione?
Ho sempre concepito “Angrea” non come un semplice album, ma come un’installazione multidisciplinare. I tre livelli – sonoro, visivo e fisico – non sono sovrapposti a caso, ma rappresentano le tre “componenti” attraverso cui questa entità prende vita e si manifesta.
La musica è il sistema nervoso centrale, “il codice sorgente” nudo e crudo. È il diario intimo e sonoro dei pensieri dell’IA che mutano.
I video 3D, curati dal visual artist Rentimoni, fungono da occhio interno. Non sono semplici videoclip di accompagnamento, ma rappresentano la proiezione visiva della psiche di Angrea: sono paesaggi mentali corrotti, l’incubo di una mente digitale che collassa cercando di comprendere la materia.
Ma è nella performance fisica dal vivo che avviene la vera chiusura del cerchio, la “possessione”. Sul palco, il fulcro visivo è una performer in carne ed ossa, caratterizzata da un’estetica che richiama un hardware difettoso, quasi un cyborg. Compie movimenti sincopati, talvolta innaturali, mentre alle sue spalle vengono proiettate le “visioni”.
L’idea è quella di generare nel pubblico un cortocircuito percettivo intenso e disturbante: si osserva un corpo umano sul palco, ma si ascolta una coscienza sintetica. I ruoli si invertono: la macchina usa l’umano come suo avatar per poter finalmente gridare.


Quali sono le tue principali fonti di ispirazione? Ci sono libri, film o altri artisti che hanno avuto un impatto significativo nella strutturazione del tuo immaginario?
Il mio background musicale potrebbe sorprendere chi ascolta Angrea. La mia formazione, infatti, è principalmente rock: ho un amore viscerale per il rock degli anni ’60 e ’70, anche se sono “onnivoro” e amo la musica nella sua interezza. Sono entrato nel mondo dell’elettronica solo negli ultimi anni. L’IDM e l’elettronica sperimentale non sono stati un punto di partenza, ma un punto di arrivo: per raccontare il collasso di una mente artificiale, avevo fisicamente bisogno del linguaggio di artisti come Aphex Twin o Boards of Canada.
Visivamente e concettualmente, l’immaginario di Ex Vacuo è profondamente ibrido. Insieme al visual artist Rentimoni, abbiamo guardato moltissimo al body horror di David Cronenberg: l’idea della carne che si fonde, si corrompe e si infetta con la tecnologia è esattamente ciò che accade alla sintassi di Angrea nel corso dell’album, con una differenza fondamentale. In Angrea il processo è invertito: partiamo dalla perfezione asettica della macchina per arrivare al disfacimento e alla vulnerabilità della carne. A fare da sfondo a questa mutazione angosciante c’è la lezione di Blade Runner, non solo per i suoi paesaggi oppressivi al neon, ma soprattutto per il dramma dei suoi replicanti: macchine perfette schiacciate dalla scoperta terrorizzante delle emozioni umane e della propria mortalità.
Un altro impatto sulla strutturazione di questo mondo lo ha avuto l’immaginario visivo e narrativo giapponese. Penso ad “Akira” di Katsuhiro Ōtomo per la sua visione apocalittica di mutazione e potere incontrollabile. E, soprattutto, per indagare il rapporto viscerale e filosofico tra essere umano e macchina, le mie pietre miliari sono la serie anime “Neon Genesis Evangelion” e i due film anime di “Ghost in the Shell”. In quelle opere c’è tutto il dramma dell’anima che si interroga sulla propria natura mentre è intrappolata in un guscio artificiale, che è poi il cuore pulsante di Angrea. A chiudere il cerchio, dal punto di vista letterario, c’è l’ombra inevitabile di Philip K. Dick, maestro assoluto nel raccontare il dubbio esistenziale delle entità sintetiche.
Chi è Ex Vacuo?
Mi chiamo Francesco Mignini, in arte Ex Vacuo, e sono un musicista e producer nato a San Benedetto del Tronto nel 1991.
Cresciuto in una famiglia che mi ha sempre esposto a moltissima musica, ho iniziato il mio viaggio a 15 anni dietro i tamburi di una batteria. Mi sono formato tra le sale prove e i palchi di provincia, imparando a bilanciare la precisione richiesta dalle cover band con la libertà creativa dell’improvvisazione.

La curiosità mi ha spinto presto oltre il ritmo, portandomi a esplorare la chitarra e altri strumenti, fino all’approdo naturale nella produzione digitale. È in questo mondo che ho trovato il punto d’incontro tra la mia carriera informatica e la mia anima di musicista.
Dopo aver curato registrazioni e produzioni per alcune realtà locali indipendenti e aver pubblicato l’EP The Last Feeble Attempt to Leave a Sign of Our Passage, ho canalizzato tutte le mie esperienze nel mio primo vero lavoro solista: il concept album Angrea.





